Il nome dei New York Knicks risuona con costanza, ma questa volta è contornato di tanti buoni propositi e meriti. Nella città più redditizia, per la franchigia più ricca lo spettacolo deve sempre e comunque andare avanti. Da anni non viene offerto un prodotto che sia degno di una delle fanbase più folcloristiche. Ma ora, l’impressione di cambiamento è tangibile. Pur attendendo che si materializzi in una fedele realtà, il presente dei New York Knicks è sorprendente e godibile. Con la vittoria di questa notte contro i Detroit Pistons, il record di vittorie si attesta sopra lo 0.500 (19-18) prima dell’All-Star Break. Un fatto che non accadeva dalla stagione 2012/13, quando i New York Knicks chiusero secondi nella Eastern Conference. E fu l’ultima apparizione ai playoffs. A questo proposito, Julius Randle ha affidato ad una lettera su The Players’ Tribune il racconto di questo cambiamento.
Al suo settimo anno nella lega, il prodotto di Kentucky sta vivendo il momento più eccellente della sua carriera. Nella notte, è diventato il primo giocatore nella storia dei New York Knicks con 10 o più gare da almeno 25 punti, 10 rimbalzi e 5 assist dal 1983. Nella lettera su The Players Tribune intitolata “Reputation”, Julius Randle ha disegnato la sua evoluzione. Quando arrivò ai New York Knicks, sentì in maniera travolgente l’intenzione del front-office di costruire attorno a lui un futuro degno di questa piazza. In quella estate del 2019, Julius Randle ha 25 anni, ma mai prima di allora ha ricevuto un ruolo di così primaria rilevanza nelle sue precedenti esperienze. Perciò, ha apertamente espresso la sua inesperienza in una simile situazione. “Ci sono così tante piccole cose che accompagnano un ruolo simile… e non so se fossi pronto per tutto questo.”
La prima reputazione non è quella reale
Da quel momento, Julius Randle tratta l’argomento con estrema maturità. Si trovava in una condizione mentale in cui non percepiva di non riuscire ad eccellere, tanto a livello individuale quanto nel trasportare i compagni di squadra. Un vortice dal quale riconosce di essere uscito sconfitto, perché ad una negativa stagione di squadra ha accompagnato una messa in mostra di sé stesso non all’altezza. “Ero così deluso da me stesso per come era andata la mia prima stagione a New York. Mi appariva come una opportunità sfumata. Percepivo che avessi diffuso una reputazione su di me nella maniera completamente opposta rispetto a quella che avevo intenzione di cimentare. Egoista. Non un leader. Non un giocatore vincente. Ho sentito ognuna di queste uscite, e non potevo dire nulla a riguardo.” Ora, Julius Randle sente il dovere di scrivere in maniera diversa questo copione, e riporta su The Players’ Tribune il momento cardine della svolta.
A fianco del lavoro individuale su ogni tipo di fondamentale e condizionamento fisico ed atletico, manifestati dai numeri incredibili e dalle zero gare saltate, il vero processo di crescita è avvenuto in termini di leadership. Così, esprime la sua consapevolezza riguardo la necessità di influenzare positivamente il resto della squadra, verso cui Julius Randle seppur solo a ventisei anni, è una figura di riferimento. “Quindi, partendo da questo presupposto, ho iniziato a pensare dentro di me… quali sono state le cose che i miei veterani fecero per me, che mi aiutarono a salire di livello, così che io possa fare lo stesso per questo gruppo di giovani ragazzi?” In questo tratto della lettera su The Players’ Tribune, Julius Randle cita Isaiah Thomas e l’impatto avuto nei suoi confronti. Ai tempi dei Lakers, gli trasmise la fondamentale attività di guardare i filmati. Lo definisce “una delle migliori menti cestistiche che abbia mai conosciuto.”
Julius Randle parla di Kobe Bryant su The Players’ Tribune
Il momento che ha modificato in maniera dirompente l’approccio di Julius Randle risale al suo secondo anno, che coincideva con l’ultimo di Kobe Bryant nella lega. Trovandosi in trasferta a Dallas, città nativa di Julius Randle, i giocatori hanno un giorno libero a disposizione. Come un ventenne rookie, l’intenzione è quella di trascorrere il tempo a divertirsi con amici e familiari. “Dopo essere scesi dall’aereo, ci dirigiamo in hotel. E poi… wow. Non mi dimenticherò mai cosa accadde. Siamo prossimi a salire verso le nostre camere, e Kobe si volta verso di me dicendo, “Julius, che piani hai?”. E io rispondo, “Vado a trovare la mia famiglia, e uscire con gli amici, sai, passiamo la serata.” E Kobe, mi interrompe subito. “Nah, ce ne andiamo in palestra”.” Una istantanea che visceralmente penetra l’indole di Julius Randle, e non lo abbandonerà mai più.
In questo frangente della sua lettera su The Players’ Tribune, Julius Randle testimonia di aver potuto sentire il potere di Kobe Bryant. Lo spirito del sacrificio che non segue alcuna regola, se non quella di puntare all’eccellenza. Ogni giorno, ogni notte. A partire da allora, Julius Randle segue questa routine in ogni singola trasferta. Questo fatto ha permesso di inquadrare ogni situazione e comprendere come tutto faccia parte di un progetto ancor più grande. “E credo che quest’anno, per la prima volta nella mia vita, ho realmente compreso perché Kobe facesse il mentore verso giocatori più giovani come me. Non solo perché potessimo crescere e realizzarci, ma perché potessimo poi trasmettere ciò che da lui abbiamo appreso ad altri giocatori. Questa è la parte più importante della sua eredità.” È tangibile la riconoscenza, il dovere morale di non dare nulla per scontato in questo tipo di ambienti, perché la ricompensa può essere grandiosa.
L’orgoglio di fare parte dei Knicks, ora e in futuro
Nella parte conclusiva della lettera di Julius Randle su The Players’ Tribune, si percorre la prima parte di rinascita di questi New York Knicks. Ciò che genera maggiore soddisfazione è vedere l’energia negli occhi di ognuno dei giocatori. Due binari paralleli: crescita individuale e collettiva. “Quello che amo di questa stagione dei Knicks, è che abbiamo un gruppo di giovani giocatori che è pronto a diventare grande in questo modo. Sempre pronti a lavorare, che cerca di assorbire ogni conoscenza del gioco come una spugna. E se lo scorso anno avrei svolto il mio allenamento in trasferta da solo – quest’anno, quando atterriamo in un’altra città?? Praticamente l’intera squadra si presenta in palestra.”
Per giungere sin qui, Julius Randle ha attraversato una strada ricca di deviazioni e ostacoli. Ma ora, sente di essere la migliore versione di sé stesso, come giocatore nominato All-Star per la prima volta, e come leader che guida i New York Knicks quinti in classifica ad Est. “Non è ancora dove vogliamo trovarci. Ma se stai cercando di creare un cambiamento, allora da qualche parte dovrai pur iniziare. E credo che questo sia l’inizio.” Julius Randle ha ribaltato il giudizio generale che aveva fornito alla città di New York. Ora, sentendosi in debito, vuole essere primo protagonista nello scrivere una reputazione diversa per l’intera franchigia. La seconda prima impressione, come da lui definita, regalata in questa stagione, è entusiastica. Propulsata dal “dannato orgoglio di essere un Knick.”

