Shaquille O’Neal è sicuramente una delle più grandi icone dell’NBA del 21º secolo e non solo. Durante la sua carriera ha sempre dimostrato la sua personalità controversa e bizzarra. Ma nonostante tutto quello che si può dire, rimane un vincente, perché con i 4 titoli ottenuti è tra i giocatori che si sono aggiudicati più campionati NBA.
Indice articolo
- La storia di Shaq, gli inizi
- Lo sbarco in NBA ad Orlando
- Shaq ai Lakers, amore e odio
- L’avventura a Miami
La storia di Shaq, Shaquille Rashaun O’Neal
Shaq nasce a Newark, New Jersey, il 6 marzo 1972. Fin dalla nascita il padre naturale, Toney, è assente, e non riconosce Shaquille come suo figlio (infatti i cognome O’Neal è della madre), ma il ragazzino trova la figura paterna nel sergente Philip Harrison, un militare americano. Il quartiere dove c’è casa O’Neal non è tra i migliori della città, anzi, è piuttosto malfamato e furti e sparatorie sono all’ordine del giorno. Però la mamma e il figlioletto non impiegano tanto tempo a trasferirsi, infatti seguono sempre il sergente Harrison nelle basi dei Marines dislocate in tutto il mondo. Fin da piccolino O’Neal è più alto e grande degli altri ragazzini, viene chiamato spesso “Bigfoot”, soprannome che non gli piace affatto. Nonostante le sue capacità fisiche il suo sogno non è diventare un giocatore di basket, bensì sfondare nel campo della musica. Però un incontro fortuito gli cambia la vita. All’età di 14 anni si trova in Germania, prende un po’ di confidenza con la palla a spicchi, ma i movimenti sono piuttosto lenti e impacciati, allora decide di chiedere aiuto a Dale Brown, allenatore di Louisiana State University, il quale, dopo aver contattato il ragazzo per un provino, gli chiede da quanto tempo si trova nell’esercito. O’Neal, stupito dalla domanda, rivela di essere solo un quattordicenne. Brown resta a bocca aperta: non solo aveva trovato il lungo per la squadra, ma lo aveva trovato per caso e con il minimo sforzo.
Harrison, per permettere al figlio di crescere, decide di tornare negli Stati Uniti, a San Antonio, in Texas. Il ragazzo si iscrive alla Cole High School, e i risultati sono fin da subito eccellenti. Dopo due anni il centro lascia la scuola, con due campionati scolastici in tasca e un bottino di sole due sconfitte in due anni. Tutte le migliori università hanno il suo nome sui taccuini, ma Shaquille mantiene la promessa fatta in precedenza e approda a LSU.
Quando entra a far parte di Louisiana State, coach Brown ha già a disposizione un grande organico. Le opzioni offensive principali sono lo scorer Chris Jackson (poi diventato Mahmoud Abdul-Rauf) e il lungo Stanley Roberts. L’allenatore non vuole stravolgere gli schemi, quindi la prima opzione in attacco resta Jackson, e poi, a seconda chi è in campo ed è libero, O’Neal o Roberts. Questa scelta però non si rivela soddisfacente, a causa dell’eccessiva somiglianza nel gioco dei due centri, che finiscono sempre a pestarsi i piedi. Al termine della stagione Shaq chiude con 13.9 punti, 12 rimbalzi e 1.9 assist di media. Roberts, stanco dei continui combattimenti sotto canestro, firma con il Real Madrid; Jackson, invece, si dichiara eleggibile al Draft NBA e va a giocare tra i Pro.
L’anno da Sophomore di Shaq
Nel suo anno da sophomore Shaquille diventa la sola stella della squadra e, da protagonista, macina 27.6 punti, 14.7 rimbalzi e 1.6 assist per allacciata di scarpe. Nonostante questo Louisiana State University non raggiunge la Final Four del Torneo NCAA. Tutte le franchigie NBA pensano che O’Neal si dichiari eleggibile per il Draft del 1991, ma non hanno fatto i conti con il sergente Harrison, che lo invita a passare un altro anno a Baton Rouge. L’anno da junior però è probabilmente il più frustrante della sua vita: le difese avversarie conoscono il suo modo di giocare e lo limitano a “soli” 24 punti e 14 rimbazli a partita. Per quanto riguarda i premi individuali viene selezionato per il primo quintetto All-American sia durante l’anno da sophomore che durante quello da junior. Viene anche nominato miglior giocatore di college durante il secondo anno.
Lo sbarco in NBA ad Orlando di Shaq
Si dichiara eleggibile al Draft NBA del 1992 dove viene selezionato con la prima scelta assoluta dagli Orlando Magic, franchigia della Florida, fondata quattro anni prima. All’arrivo di Shaq nel roster dei Magic c’è anche Stanley Roberts, il quale viene ceduto subito per evitare tensioni negli spogliatoi. Nella prima stagione, grazie a una media di 23 punti e 14 rimbalzi, viene nominato Rookie dell’anno e la squadra manca per un soffio l’arrivo ai playoff NBA.
Nella stagione ’93/’94 O’Neal incrementa la sua media di 6 punti e lega particolarmente con il rookie Penny Hardaway, con cui forma un’asse play-centro straordinaria. La squadra approda ai playoff, ma la mancanza di un’ala grande degna di nota è fondamentale nella corsa al titolo. Quel posto viene occupato dallo scontento Horace Grant. Grant, ex titolare nei Bulls tre volte campioni tra il 1991 e il 1993, si lamenta di essere poco considerato nella “Windy City”, allora il GM dei Magic coglie la palla al balzo e porta il giocatore ad Orlando. Con l’addizione di Grant (ottimo rimbalzista) e la maturazione di Hardaway i Magic scrivono una stagione da oltre 60 vittorie e Shaq termina con cifre quasi identiche a quelle dell’anno prima. L’unica differenza arriva nei playoffs dove O’Neal passa da 20 a 25.7 punti ai quali aggiunge 11.9 rimbalzi e 3.3 assists. Orlando elimina facilmente Boston al primo turno, al secondo lotta per 6 incontri con i Bulls di Michael Jordan (tornato da poco dal baseball) chiudendo 4-2 e poi, nelle finali di conference, fa 4-3 contro i Pacers di Reggie Miller e Coach Larry Brown. I Magic a tre anni dall’arrivo di Shaquille sono gia’ in finale e devono vedersela contro i Rockets. Houston, campione in carica, è guidata da Olajuwon, Drexler, Horry e Cassell ed ha dalla propria parte della bilancia molta più esperienza in partite dove la palla ad ogni possesso pesa come un macigno (l’anno precedente si laureò campione trionfando per 4-3 sui Knicks). I Texani, dopo aver vinto una rocambolesca Gara 1 (Orlando conduce di 20 all’intervallo ma si fa rimontare, sbaglia 4 liberi decisivi per chiudere la partita, va all’overtime e viene sconfitta), trionfano anche in gara 2, 3 e 4 completando lo sweep (il cappotto) e sono nuovamente Campioni NBA.
I Magic tentano nuovamente a vincere l’anello, ma la sorte non li premia. O’Neal salta 28 partite ma la squadra centra ugualmente i Playoff. Affrontano i Chicago Bulls in finale di conference, i quali, dopo aver analizzato la sconfitta dell’anno precedente, si rinforzano con il rimbalzista Dennis Rodman. Con Rodman la storia è diversa: Orlando viene spazzata via con un secco 4-0.
La free agency di Shaq
Arrivata l’estate del 1996 e Shaq, su pressione di Leonard Armato, il suo agente, attiva la clausola presente nel suo contratto per diventare free agent. La mente dei Lakers di allora è Jerry West, considerato uno dei migliori GM di sempre, che si mette immediatamente in contatto con O’Neal per cercare di convincerlo a cambiare squadra. Dieci anni fa non erano presenti regole ferree sul Salary Cap e sulla Luxury Tax ed il mercato si apre con un “colpo basso” per i Magic perché Alonzo Mourning, scelto dagli Hornets proprio dietro a O’Neal al Draft del 1992, firma un’estensione del suo contratto da 7 anni a 112 milioni di dollari. La dirigenza di Orlando, infatti, ha già messo in cantiere l’idea di un contratto triennale da 50 milioni di dollari ma ora Shaq, dopo quanto accaduto a Zo, non l’avrebbe nemmeno preso in considerazione. L’Owner della franchigia, indeciso sulla situazione da prendere, decide di mettersi nelle mani dei tifosi e così sull’Orlando Sentinel esce un pool che domanda ai lettori/tifosi se il Diesel (soprannome nato a causa della sua propensione a incrementare le proprie prestazioni nella seconda metà delle partite, proprio come i diesel), a loro avviso, avrebbe dovuto ricevere un contratto da più di 100 milioni di dollari e il verdetto è un secco “no”. Shaq, che da parte sua conferma sempre di aver considerato la squadra della Florida come la prima opzione, prende la “palla al balzo” e la usa per lasciare la città dove ha esordito, senza il rischio di ricevere l’etichetta di “traditore” (dopo tutto se il pubblico non lo voleva non aveva tutti i torti per decidere di andarsene)… Intanto Jerry West ha già preparato un ingaggio da 7 anni a 121 milioni di dollari su cui Shaq, il giorno prima dell’apertura dell’Olimpiade di Atlanta, mette la propria firma entrando a far parte a tutti gli effetti dei Los Angeles Lakers. I Magic, secondo alcune voci, quando si accorgono che O’Neal sarebbe davvero andato via, arrivano ad offrire poco meno dei 121 milioni di dollari ma la Città degli Angeli, con i suoi studi di registrazioni (nel frattempo ha già inciso qualche disco) e cinematografici, è molto più “interessante” rispetto ad Orlando. Il piano di Armato (licenziato qualche anno dopo) va a segno e Shaq entra a far parte di una delle organizzazioni più “anziane” e vincenti di sempre.
Nella serata del Draft NBA 1996 Jerry West, sicuro di avere O’Neal nel proprio roster, scambia il centro titolare Vlade Divac, ormai inutile, con la giovane guardia, che ha vissuto la sua infanzia in Italia, Kobe Bryant. Ma Bryant è ancora inesperto e il resto della squadra non è minimamente paragonabile all’organico con cui O’Neal giocava a Orlando, infatti, nonostante Shaq si confermi sempre più un centro dominante, nelle stagioni ’96/’97 e ’97/’98 vengono eliminati dagli Utah Jazz, rispettivamente in semifinale e in finale di conference e l’anno successivo, il ‘98/’99 dai San Antonio Spurs sempre in semifinale di conference con un risultato schiacciante di 4-0.
Durante l’estate del 1999 c’è un cambio, il quintetto viene rinforzato e in panchina arriva Phil Jackson. La stagione ’99/’00 segna definitivamente il dominio incontrastato da parte di Shaquille O’Neal, con una media di 29.7 punti e 13.6 rimbalzi a partita e guida i Lakers ai Playoff NBA, aumentando ulteriormente le sue medie e annientando le squadre avversarie: I Kings con un risultato di 3-2, i Suns 4-1 e infine i Portland Trail Blazers con un risultato molto combattuto di 4-3 in favore della squadra losangelina. Ad attenderli ci sono gli Indiana Pacers, ma O’Neal si supera ancora: 38 punti, 17 rimbalzi e 3 stoppate, queste sono le incredibili medie che “The Diesel” ha avuto durante le NBA Finals. Con esse arriva anche il Larry O’Brien Trophy e il Titolo di MVP delle Finali.
La stagione successiva segue sostanzialmente l’ombra di quella precedente. La svolta arriva durante i Playoff NBA: con un percorso immacolato di 11-0 i Los Angeles Lakers arrivano alle Finali NBA contro i Philadelphia 76ers, guidati da Allen Iverson. Tutto il mondo attende una schiacciante vittoria per 4-0, ma la prima partita è eroica: i Lakers sono guidati dai 60 punti di Shaq, ma con una grande rimonta i Sixers allungano la partita all’overtime e lì un grande Iverson (48 punti) si aggiudica la partita. Le altre 4 partite sono un monologo gialloviola, la serie finisce 4-1 per i Lakers ed è anche un back-to-back per il titolo di MVP per O’Neal.
La stagione seguente è una fotocopia dei due anni precedenti, ma questa volta Bryant comincia a lamentarsi del suo impiego da secondo violino. Il cammino è pressoché perfetto durante tutta la stagione, ai Playoffs non ci sono problemi fino alla finale di Conference contro i Sacramento Kings. Dopo 7 partite e un overtime sono i Lakers a spuntarla, anche nel turno successivo, contro i New Jersey Nets. The Diesel mostra un’altra volta la sua superiorità sul palcoscenico più importante, 37 punti e 13 rimbalzi sono le medie. È un three-peat anche per l’MVP delle Finals, vinto per la terza volta consecutiva da O’Neal.
La stagione ’02/’03 segna un leggero declino per Shaquille O’Neal, ma i 28 punti conditi da 11 rimbalzi di media consentono ugualmente di dominare la lega, ma non come l’anno prima, infatti, anche a causa di qualche infortunio di troppo, i Lakers sono eliminati nelle semifinali di Conference dai San Antonio Spurs, con un risultato di 4-2.
Durante l’estate del 2004 dal mercato free agent arrivano Gary Payton e Karl Malone. Questo è stato un motivo di discussione da parte dei giornali, infatti quattro futuri Hall of Famer insieme non possono coesistere nel migliore dei modi. Infatti i numeri di Shaq scendono di parecchio (21 punti a partita) ma la squadra arriva ai Playoffs e vince nettamente la prima serie, passa non senza difficoltà le altre due, e arriva per la terza volta in quattro anni alle Finali NBA. Di fronte a loro ci sono i Detroit Pistons, che, grazie all’asse Chauncey Billups-Ben Wallace, schiantano i Lakers per 4-1.
Shaq a Miami, nuova avventura con Wade
Shaq è stanco di tutte le discussioni che ci sono nello spogliatoio e, con una trade che coinvolge Lamar Odom, Caron Butler e Brian Grant, approda a Miami. Viene accolto da vero re e diventa fin da subito amico dell’altra stella della squadra, Dwyane Wade. Ai Playoffs i numeri sono in calo, ma il primo turno viene passato con scioltezza, nel secondo turno gli Heat si sfidano con i Pistons, Miami è in vantaggio 3-2, ma nei due match point manca Wade, quindi Detroit recupera e vince 4-3.
La rivincita arriva nei Playoffs dell’anno successivo, il 2006. Nelle finali di conference i Pistons non riescono a marcare O’Neal, e la franchigia della Florida si aggiudica la serie. Nelle Finals gli Heat affrontano i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. La serie finisce con la vittoria di Miami per 4-2, con una grande rimonta dopo un parziale di 2 partite perse e 0 vinte. Decisivo è Wade, che riceve il Titolo di MVP.
La stagione ’06/’07 comincia male per gli Heat, con l’infortunio di O’Neal. La franchigia ad inizio 2007 ha un periodo di sbando ma poi si riprende e approda ai Playoffs, dove però viene spazzata via dai Bulls per 4-0. L’anno successivo è quasi una fotocopia del precedente, la partenza è terribile (0-8), e The Diesel si infortuna all’anca a dicembre e lascia la squadra per un mese. Il 21 febbraio 2008 gli Heat scambiano Shaquille O’Neal ai Phoenix Suns in cambio di Shawn Marion e Marcus Banks. Con Shaq i Suns cambiano assetto e diventano meno veloci ma più competitivi, soprattutto in vista dei Playoffs.
All’arrivo a Phoenix si autoproclama “The Big Cactus” (Il grande cactus) e dopo un periodo di assestamento inizia a produrre le sue cifre (ovviamente non quelle ai tempi d’oro ai Lakers): 13 punti e 11 rimbalzi per ogni partita giocata. Con lui in squadra Phoenix riesce a vincere sette partite consecutive in regular season, ma restano molti dubbi sul suo inserimento. Questi dubbi trovano conferma nei Playoffs, dove i Suns incrociano i San Antonio Spurs e vengono eliminati al primo turno, con un secco 4-1.
The Diesel resta in Arizona anche nella stagione ’08/’09 e viene nuovamente selezionato per l’All-Star Game del 2009, dopo aver mancato la “Partita delle Stelle” nel 2008, interrompendo una serie di 14 selezioni consecutive, però la squadra manca i Playoffs del 2009 per un soffio, finendo nona nella Western Conference.
Durante l’offseason O’Neal viene ceduto ai Cleveland Cavaliers in cambio di Aleksandar Pavlovic, Ben Wallace e una seconda scelta al Draft 2009. In Ohio affianca una superstar del calibro di LeBron James. È grazie allo stesso James che i Cavs vincono la Central Division con un record di 61-21. O’Neal mantiene la sua media punti in doppia cifra, 12, la stessa che tiene durante i Playoffs. Il Big Man recupera da un infortunio pochi giorni prima dell’inizio della post-season, e fa il suo ritorno in gara-1 della serie contro i Bulls. Cleveland vince contro Chicago 4-1 al primo turno, ma viene eliminata al secondo turno dai Boston Celtics per 4-2.
Il 4 agosto 2010 O’Neal firma un contratto biennale con i Boston Celtics al minimo salariale, ma gioca sole 36 partite e il 1º giugno 2011, tramite Twitter, annuncia il suo ritiro.
Nel settembre del 2013 acquista una quota azionaria dei Sacramento Kings, divenendo uno dei coproprietari della franchigia NBA. Da lì la franchigia verrà spesso soprannominata “Shaqcramento”, per l’assonanza tra il soprannome di O’Neal e la squadra californiana.
Dal 2011 Shaq è uno dei conduttori, insieme al presentatore Ernie Johnson e agli opinionisti ex-stelle NBA Kenny Smith e Charles Barkley, del celebre programma Inside the NBA, in onda su TNT. All’interno del programma oltre a partecipare come opinionista a vari dibattiti conduce la rubrica “Shaqtin’ a Fool” che, grazie alla diffusione su Internet, è diventata presto molto famosa. O’Neal sceglie e commenta le cinque giocate più comiche delle partite NBA della settimana.
Shaquille O’Neal, con i suoi 28590 punti realizzati, si classifica al sesto posto tra i giocatori con più punti segnati nella storia dell’NBA. È stato sicuramente uno tra i giocatori più forti degli anni ’90 e 2000 e, molto probabilmente, in futuro, verrà inserito nella Naismith Memorial Hall of Fame di Springfield, Massachussets tra i migliori giocatori di tutti i tempi.











