Home NBA, National Basketball AssociationOnce Upon a Time: Ron Artest – Parte 1

Once Upon a Time: Ron Artest – Parte 1

di Federico Paschetta

Metta World Peace aka Ron Artest aka The Panda’s Friend è certamente uno dei personaggi più stravaganti dell’intero mondo sportivo. Ma questo giocatore è proprio così perché fin da quando era piccolo è stato al centro di una storia molto particolare.
Ronald William Artest Jr. nacque il 13 novembre 1979 nel Queens, il secondo distretto più popoloso di New York City. Il padre, un ex-pugile con un passato anche da Marine, divorziò dalla madre quando Ron aveva 6 anni. Alcolismo, violenza. Questi furono i motivi che successivamente crearono molti problemi al ragazzino. Crebbe in un quartiere-ghetto malfamato, che contribuì a dirigerlo verso il mondo di strada, quello delle gang americane che si vedono nei film.
Ad 8 anni Artest Jr. cominciò ad avere problemi di attacchi improvvisi di rabbia verso i malcapitati compagni di scuola. Il padre per farlo sfogare lo introdusse all’arte della boxe, ma il ragazzo era incontenibile.
Durante una partita di basket al campetto Ron fu protagonista di una classica litigata. Ma la cosa degenerò e un suo caro amico venne pugnalato alle spalle. Artest Jr. non lo avrebbe mai fatto, lui nelle risse non aveva bisogno di pistole o di colpire alle spalle: lui affronta tutti a muso a muso e gli bastano le sue mani!
Già all’high school era un duro, tanto che il suo soprannome fu True Warrior, soprannome che lo accompagnerà durante tutta la carriera.
I primi risultati di rilievo li ottenne con la squadra della chiesa di Riverside, in una squadra stellare, con Lamar Odom ed Elton Brand. In una di queste partite venne notato dall’allenatore di St. John’s University, Fran Fraschilla, che se ne innamorò. All’High School andò a La Salle Academy. Furono cinque anni incredibili, che culminarono nella convocazione al McDonald’s All-American Game e nella vittoria del premio di miglior giocatore dello Stato di New York. Tutti i migliori college bussarono a casa Artest, ma Ron non volle spostarsi troppo da casa, rimase nello stesso quartiere e rinforzò il legame con coach Fran Fraschilla. Approdò a St. John’s University.
Al primo anno si notò subito la completezza di Artest Jr, viaggiò a 12 punti, 6 rimbalzi, 2 assist, 2 rimbalzi e una stoppata per allacciata di scarpe.
Nella seconda stagione le statistiche furono in aumento, soprattutto i punti, che da 12 passarono a 15. I Red Storm arrivarono alla finale Regional del torneo NCAA, ma persero con Ohio State. Ron Ron venne eletto nel terzo quintetto NCAA.

Ron Artest in maglia Bulls, in difesa su Sua Maestà Michael Jordan

Ron Artest in maglia Bulls, in difesa su Sua Maestà Michael Jordan

Nel ’99 si rese eleggibile per il Draft NBA e molti mock draft lo misero tra le prime dieci chiamate, ma arrivò la prima “artestata” della sua carriera. Il giorno prima del Draft si venne a sapere che Artest saltò i meeting della lega per le future matricole. Era rimasto a letto per riposare dalle fatiche della serata precedente, passata in albergo con una prostituta. Le sue quotazioni scesero vertiginosamente. Il suo sogno di essere chiamato dai New York Knicks svanì quando la franchigia della Grande Mela chiamò il francese Frederic Weis, (se vi dico Vince Carter vi viene in mente qualcosa…), selezionato con la quindicesima scelta. Metta World Peace però non dovette aspettare molto, infatti venne scelto dai Chicago Bulls con la scelta successiva. Non importa se le sue quotazioni scesero molto, organizzò una mega festa con più di 200 invitati, e si festeggiò fino a notte piena.
Le prime due stagioni ai Bulls furono positive dal punto di vista personale e per i tifosi di Chicago Artest diventò presto un idolo. Ma i risultati non arrivarono: World Peace venne ceduto insieme a Ron Mercer, Brad Miller e Kevin Ollie ai Pacers, in cambio di Jalen Rose, Travis Best, Norman Richardson e una futura prima scelta.

Ron Artest con gli Indiana Pacers, sfrontato come sempre

Ron Artest con gli Indiana Pacers, sfrontato come sempre


Ad Indiana in due anni fece di tutto, arrivò secondo al premio di difensore dell’anno, saltò 12 partite per squalifica, prese 14 falli tecnici, pagò 200 mila dollari di multe alla NBA, ma contemporaneamente partecipò all’All-Star Game, partecipò ai playoff e si fermò solo in finale di conference contro i Detroit Pistons di Ben Wallace.

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