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Vincenzo Esposito, chiamatelo pure il pioniere

Marco Belinelli sta disputando un’ottima, l’ennesima, stagione in NBA. Probabilmente non vincerà l’anenonllo e non riceverà, ancora una volta, i complimenti dal Presidente ma si sta togliendo parecchie soddisfazioni. E noi di tutto questo non possiamo che gioire. Il ragazzo di San Giovanni in Persiceto, come saprete, non è stato però il primo italiano nella Lega. E non ci stiamo riferendo al Mago…

In principio fu Hank (all’anagrafe Arcado) Biasatti, nato in Italia in quel di Beano, comune di Codroipo, ma cresciuto in Canada, precisamente a Windsor, città dell’Ontario a sud di Detroit. Il precursore dei Belinelli e dei Datome non solo fu il primo italiano (anche se di passaporto canadese) nell’NBA (allora BBA), fu anche il primo straniero in assoluto della lega ed era in campo il 1 novembre 1946 quando venne giocata la prima partita di sempre. Quel giorno si affrontarono i suoi Toronto Huskies contro i New York Knickerbockers (66-68). In realtà la carriera di Biasatti nel mondo del basket durò un amen (6 partite con un punto di media ad incontro), esattamente come quella degli Huskies che esistettero solo per quella stagione nemmeno troppo memorabile (22-38 il loro unico record). Piccola postilla: Biasatti lasciò la palla a spicchi per esprimersi sul diamante con un guantone in mano, proprio come avrebbe fatto decenni più tardi IL ragazzo di Wilmington (NC). La sua parabola umana e sportiva di Biasatti è una storia che meriterebbe maggior conoscenza nello Stivale.

Piccolo interludio what if. 23 marzo 1970, New York, il giorno del draft per la stagione successiva. Al primo giro, terza scelta gli Atlanta Hawks scelgono nientepopodimeno che Pete ‘Pistol’ Maravich. All’undicesimo giro, centoottantaduesima scelta, la franchigia della Georgia decide per un ventenne veneto che fin lì nella sua carriera aveva vinto appena un campionato, una coppa nazionale ed una Coppa delle Coppe. Quel ragazzo, lo avrete capito, era il mitologico Dino Meneghin che diciassette giorni dopo avrebbe vinto la sua prima Eurolega (ne avrebbe vinte altre sei!). Meneghin non approdò mai negli States e a noi non resta che chiederci: come sarebbe stata la sua carriera se avesse giocato con Pistol Pete?

Vincenzo Esposito, il pioniere

Ventisei anni dopo Biasatti un altro italiano in NBA. Intendiamoci: non era nato in Italia, era venuto al mondo e cresciuto negli Usa ed avrebbe raggiunto il Belpaese solo dopo i venticinque anni. Se Biasatti era un emigrato, Mike D’Antoni, questo il suo nome, era un oriundo. Poco da dire sul D’Antoni giocatore o allenatore: vittorie, coppe e trionfi e questa stagione deve ancora finire… Menzione speciale per il suo seven seconds or less che qualcuno giura avere visto prima a Treviso che a Phoenix.

Per decenni quindi l’Italia nel massimo campionato professionistico di basket a livello mondiale era stata solamente rappresentata da un naturalizzato canadese e da uno statunitense di origini italiane. Il 25 maggio 1995 però qualcosa cambiò. Infatti in quella data Vincenzo Esposito, detto El Diablo (come una notissima canzone dei Litfiba e come il meno noto ciclista Chiappucci) firmò un contratto con i neonati Toronto Raptors. In realtà Esposito aveva già un accordo con Cleveland (dove il trainer Rich Dalatri, visti i comuni trascorsi a Caserta e Bologna, lo conosceva bene) ma il primo lockout lo costrinse a firmare per la franchigia canadese che fin dall’inizio della sua storia dimostrava di saper apprezzare i cestisti non nordamericani. El Diablo aveva esordito con Caserta appena quindicenne (1984) e con la squadra della sua città aveva vinto anche un Campionato (1991) ed una coppa Italia (1988). Nel giugno dello stesso 1995 Esposito avrebbe partecipato all’Europeo dove l’Italia di Gentile padre, di Fučka e di coach Messina arrivò quinta sulla Spagna di Lolo Sainz. In verità nel 1995 in NBA giunse anche un altro italiano, Stefano Rusconi (Phoenix Suns), che però fu soltanto una fugace meteora (7 incontri, 30 minuti, 8 punti) ed il cui impatto sulla lega fu assolutamente insignificante, tanto che possiamo ragionevolmente ritenere Esposito il vero primo italiano in NBA: non un italiano divenuto poi canadese, né uno statunitense figlio di italiani.

El Diablo e soci durante la stagione ebbero moltissime difficoltà ma, dopotutto, era la prima stagione in assoluto in NBA: un fallimento era prevedibile, ma bisognerà pur iniziare no? Il record stagionale parla chiaro: 21 vittorie, 61 sconfitte; solo Philadelphia nella loro Conference e Vancouver ad ovest fecero peggio. Non il migliore degli inizi ma almeno erano riusciti ad avere la meglio nella classifica fra neofiti canadesi in NBA. Il coach era Brendan Malone (padre di Michael), newyorkese classe ’42. Per quasi un decennio Malone era stato assistente, prima nella Grande Mela, quindi a Detroit con cui aveva vinto due titoli e perso una finale. L’esperienza di certo non gli mancava. Il roster non era di primissimo livello, facile da ipotizzare, ma alcuni elementi degni di menzione non mancavano. Come il centro croato campione NBA l’anno precedente con Houston Zan Tabak (ex Livorno e Milano) o come il rookie dell’anno Damon Stoudamire o il quattro volte NBA All-Star Alvin Robertson. Nella rosa era anche presente Doug Christie che sarebbe diventato il leader assoluto della franchigia canadese per quanto riguarda le palle rubate. Impossibile da dimenticare anche la presenza come vice-presidente di Isiah Thomas

E la stagione di Esposito come andò? Questa riflesse quella dei suoi. Prevedibili le difficoltà ma non mancarono alcune piccole soddisfazioni. L’esordio avvenne il 15 novembre (Rusconi lo anticipò di tre giorni) contro i campioni in carica di Houston: partita persa 93-96 ma Esposito (8’) marcò su tiro libero il primo punto tricolore in NBA. Il 5 dicembre i suoi primi punti (7) su azione nella sconfitta contro i Seattle Supersonics (89-119). Trenta (5-25) le partite in cui Esposito scese in campo, non iniziò mai un incontro ed il suo massimo di minuti (30) sul parquet avvenne il 6 aprile 1996 contro i Knicks, altra sconfitta: 106-139, 18 i suoi punti in quella serata. Pochi giorni dopo, il 15 aprile, regalò un’altra ottima prestazione contro New York: 17 punti e 3/7 triple in 21 minuti, coi i Raptors persero anche quell’incontro (79-125). Poco più di un mese prima alla Miami Arena Esposito fu il top scorer dei suoi con 12 punti in 27’ (altra sconfitta: 79-109). Il 19 aprile siglò i suoi ultimi 4 punti in NBA (vittoria contro i Washington Bullets, 107-103) mentre due giorni dopo giocò i suoi ultimi minuti (7) nella lega (sconfitta contro Philadelphia: 105-109).

Esposito tornò in Italia dopo una sola stagione in Nord America. Ma non era uno sconfitto, non aveva gettato alle ortiche la chance della vita; aveva, infatti, lasciato la prima traccia come fanno tutti i pionieri. Tornerà all’estero, destinazione Spagna, in un paio di occasioni e per pochi mesi. In Italia vincerà tre volte la classifica realizzatori (quarto marcatore di sempre della Serie A). Attualmente allena a Pistoia e l’anno scorso è stato premiato come il miglior allenatore.

C’è da essere orgogliosi di Esposito che attraversò l’oceano per giocare per una squadra che fino a pochi mesi prima non esisteva. Tenne duro, non si lasciò scoraggiare e dimostrò agli statunitensi che nel basket esistiamo anche noi. Ed è per questo che noi vogliamo bene a Vincenzo El Diablo Esposito.

di Pierangelo Rubin

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