Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiL’Italia che non molla mai: cosa ci insegna il Mondiale delle Azzurre

L’Italia che non molla mai: cosa ci insegna il Mondiale delle Azzurre

di Andrea Delcuratolo

Il Mondiale dell’Italia è finito a un possesso dall’impresa. Non da una, ma da due. Prima gli Stati Uniti, costretti a sudare fino all’ultimo secondo e a vincere 55-52 una partita nella quale l’Italia era arrivata anche avanti nel quarto periodo. Poi l’Australia, capace di costruire un vantaggio di 26 punti e di vedere quel margine completamente cancellato, fino all’80-80 con poco più di un minuto da giocare. Alla fine le Opals hanno trovato il modo di sopravvivere, ma il dato più significativo rimane forse proprio quello: l’Italia è riuscita a portare due delle grandi favorite del torneo dentro partite nelle quali, sulla carta, avrebbe dovuto avere un ruolo marginale.

La domanda, dopo un biennio che porta in dote un bronzo europeo, è cosa ci insegnano le Azzurre di Andrea Capobianco quando la posta si fa più alta?

La profondità non è avere dodici giocatrici: è farle sentire tutte necessarie

Il primo punto riguarda la profondità del roster. Nel basket internazionale, avere dodici giocatrici non significa automaticamente avere una squadra profonda. La profondità diventa realmente un vantaggio quando chi entra dalla panchina è in grado di mantenere, o addirittura alzare, il livello della squadra. Ancora di più quando ogni giocatrice accetta di non essere necessariamente la protagonista della partita che sta giocando. È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti dell’Italia vista a Berlino. La Nazionale ha mostrato di poter cambiare protagoniste senza cambiare identità.

Il caso di Costanza Verona è emblematico. La playmaker azzurra non è stata semplicemente una giocatrice utile a cambiare ritmo alla partita. Contro gli Stati Uniti ha avuto un ruolo importante nel tenere in piedi l’Italia, mentre contro l’Australia è diventata una delle principali protagoniste della rimonta, con i suoi 23 punti. Il suo tiro da tre a 1’09” dalla fine ha riportato la partita sul 77-77, completando una rimonta che sembrava quasi impossibile. Questo significa che Verona non è soltanto una risorsa in più: è una giocatrice sulla quale l’Italia può fare affidamento quando la partita richiede qualcosa di diverso.

Lo stesso discorso vale per Vittoria Blasigh. Il suo ruolo diventa particolarmente interessante proprio perché rappresenta il valore di una giocatrice che può aspettare il proprio momento e poi sfruttarlo. Contro l’Australia, con l’Italia sotto 80-77 e pochissimi secondi sul cronometro, è stata lei a prendersi la responsabilità del tiro da tre che ha portato le Azzurre a -1, sull’80-81.

È un dettaglio tecnico, ma soprattutto culturale. Una squadra profonda deve riuscire a convincere ogni giocatrice che il suo momento arriverà. Non necessariamente nel primo quarto. E il Mondiale ha mostrato che l’Italia possiede una base interessante proprio perché non sembra dipendere dalla necessità di trovare sempre la stessa protagonista. Zandalasini può essere il riferimento offensivo, ma la squadra deve poter vincere possessi anche quando le difese avversarie riescono a limitarla. Verona può assumersi responsabilità. Blasigh può diventare decisiva. Cubaj può incidere nella costruzione della partita. Altre giocatrici possono contribuire attraverso il lavoro sporco. Il passo successivo sarà rendere questa caratteristica ancora più stabile.

Non mollare mai non significa soltanto rimontare

La rimonta contro l’Australia è destinata a rimanere l’immagine più evidente del Mondiale italiano. -26 nel terzo quarto in una partita che sembrava finita. Poi 39-13 di parziale e una partita completamente riaperta. L’Italia è arrivata persino a pareggiare 77-77 con Verona e ha avuto l’opportunità, sull’80-81, di completare una rimonta che avrebbe avuto pochi precedenti nella storia recente della Nazionale.

Ma sarebbe riduttivo interpretare il “non mollare mai” soltanto come la capacità di recuperare 26 punti. Il valore vero sta nel fatto che l’Italia ha mostrato questa mentalità anche quando non era necessariamente sotto di venti. Contro gli Stati Uniti, per esempio, la partita era diventata una questione di nervi e possessi. Team USA ha segnato appena 55 punti, con una percentuale dal campo del 29%, e l’Italia è arrivata a pochi secondi dal forzare il supplementare.

Quella partita dice molto. Perché non mollare significa soprattutto rimanere dentro il piano partita. Quando il tiro non entra, difendere. Quando l’avversaria segna due canestri consecutivi, non perdere lucidità. La rimonta contro l’Australia è stata la manifestazione più spettacolare di questo principio, ma la vera crescita dell’Italia passa dalla capacità di trasformarlo in una caratteristica quotidiana. Una Nazionale ambiziosa non può vivere di grandi rimonte. Deve fare in modo che la mentalità che permette una rimonta diventi la stessa mentalità con cui affronta il primo possesso della partita.

L’aggressività è la condizione per giocare con le grandi

Il Mondiale ha fornito anche un’indicazione molto chiara sul tipo di pallacanestro che l’Italia deve giocare contro le Nazionali di vertice. Non può permettersi di essere passiva e contro gli Stati Uniti lo si è visto in maniera chiarissima.

L’Italia ha imposto una partita fisica, sporca, a basso ritmo. I risultato è stato quasi clamoroso: gli USA, una squadra che successivamente ha travolto l’Ungheria 108-56 nei quarti di finale, contro l’Italia era rimasta a 55 punti. Questo confronto è utile per capire quanto l’atteggiamento italiano abbia inciso. L’Italia non aveva più talento degli Stati Uniti. Ha però impedito alle americane di giocare la loro pallacanestro. Lo stesso discorso vale per l’Australia, anche se in maniera diversa. Quando le Opals hanno preso il controllo della partita, l’Italia ha sofferto la loro fisicità e la loro capacità di imporre ritmo e presenza fisica. Quando invece le Azzurre hanno alzato l’intensità, aumentando pressione e aggressività, la partita è cambiata completamente.

È una lezione importante: l’aggressività non è un elemento accessorio del gioco italiano. È una necessità. Contro le squadre più talentuose, aspettare significa concedere loro di decidere come giocare. Aggredire significa invece costringerle a reagire.

La pallacanestro italiana passa dalla condivisione

l Mondiale ha confermato un principio fondamentale. L’Italia è competitiva quando il talento individuale viene messo al servizio della squadra. Cecilia Zandalasini resta il principale riferimento offensivo, ma le partite contro le grandi hanno dimostrato quanto sia importante avere più giocatrici coinvolte. Costanza Verona, soprattutto contro l’Australia, ha assunto responsabilità da protagonista. Vittoria Blasigh ha avuto il coraggio di prendersi una tripla pesantissima nel finale. La rimonta da -26 contro le Opals non è stata costruita da una singola giocatrice: è arrivata attraverso la condivisione della palla, il contributo di Verona, Blasigh, Zandalasini, Villa e di un gruppo capace di trovare energie diverse nei momenti più difficili.

Questo è il valore della profondità: non avere semplicemente dodici giocatrici, ma dodici giocatrici che si sentono parte della partita. Una gerarchia può e deve esistere, ma deve servire a valorizzare le compagne, non a sostituirle. L’Italia ha bisogno di una Zandalasini capace di essere leader, ma anche di una Verona pronta a cambiare la partita e di una Blasigh capace di trasformare un’opportunità in una giocata decisiva. Villa si farà ma già oggi dice tranquillamente la sua.

Se in attacco la parola chiave è condivisione, in difesa deve essere volontà. Il 55-52 contro gli Stati Uniti è l’esempio più significativo: l’Italia ha tenuto una delle Nazionali più talentuose del mondo a un punteggio bassissimo, costringendo giocatrici come Caitlin Clark e le altre stelle statunitensi a una partita complicata.

L’Italia non ha perso contro l’Australia perché le sia mancato il carattere. Al contrario. La sconfitta è arrivata dopo aver cancellato 26 punti di svantaggio e dopo essere tornata in vantaggio di fatto a un possesso dalla fine. L’ultimo tiro di Francesca Pasa è uscito dal ferro, consegnando alle Opals la qualificazione ai quarti. Ed è proprio qui che bisogna evitare due estremi.

Il primo sarebbe considerare il Mondiale un fallimento perché l’Italia non è arrivata ai quarti. Il secondo sarebbe accontentarsi della buona impressione lasciata contro Stati Uniti e Australia. La verità sta nel mezzo. Questa Italia ha dimostrato di poter competere con le grandi. Adesso deve dimostrare di poterlo fare con continuità.

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