Nelle idee del front office di Cleveland, Dwyane Wade avrebbe dovuto rappresentare il tassello perfetto da affiancare a James nei finali di partita, quando l’arancia scotta e l’esperienza è un importante valore aggiunto, più che un limite. La winning attitude del prodotto di Marquette University era considerata la carta da giocare per sopperire alla perdita di un closer di assoluto livello come Kyrie Irving, permettendo a LeBron di non dover gestire ogni singolo possesso negli ultimi cinque minuti di partita.
Dwyane Wade che stagione fino ad ora?
Fin qui, la stagione di Wade si è rivelata tremendamente altalenante, come quella di tutta la squadra: a lampi di talento sopraffino e giocate meravigliose nel clutch time (specie nella prima parte di regular season) si sono alternate prestazioni decisamente sottotono. Quando Dwyane non gira, l’intera second unit dei Cavs fatica ad approcciare le partite in modo efficace, considerata la mancanza di una fonte di gioco alternativa al #9. Al contrario, quando Dwyane Wade ha assunto i panni del playmaker, giocando più con la palla tra le mani che off the ball, il secondo quintetto di Cleveland è spesso risultato mortifero in quanto a qualità offensiva (la difesa, invece, è tutto un altro discorso).
Lo spostamento in panchina dopo una manciata di partite dall’inizio della stagione sembrava aver giovato alla guardia ex Heat e Bulls, al punto da vederlo spesso e volentieri inserito nei discorsi relativi al miglior sesto uomo dell’anno. In seguito, però, un calo fisico notevole e diversi piccoli infortuni che l’hanno tenuto lontano dal parquet a giorni alterni hanno compromesso le sue chance di ambire al riconoscimento individuale, oltre a rendere ancora più difficoltosa la già precaria creazione di un’alchimia di squadra nella Landa.
L’arrivo di Dwyane Wade a Cleveland ha rappresentato un risvolto romantico nella tempestosa estate dell’Ohio. Un popolo improvvisamente orfano di Kyrie ha riversato i propri sogni e le proprie aspettative sulla reunion tra i due amici, scindendo in maniera quasi deontologica il “prima” e il “dopo” della storia recente della franchigia: c’è un prima, rappresentato dal tripudio del 2016 e dalla coppia Irving-James; c’è un dopo, incarnato dal nuovo (vecchio) duo Dwyane-LeBron, gli amigos di una vita insieme per un’ultima, sentimentale cavalcata verso un titolo che conferirebbe a entrambi l’immortalità cestistica.
Al di là delle difficoltà incontrate fin qui dai Cavs, l’anello sarebbe il meraviglioso finale di una storia iniziata insieme nel 2003, continuata da rispettosissimi avversari fino al 2010, proseguita fino in cima all’Olimpo nel ’11 e ’12. Non ci resta che scoprire l’ultimo capitolo di questa commedia.


1 commento
Dovrebbe semplicemente giocare di più. Un campione di.quel livello meeiterebbe più fiducia.