Dopo le varie interviste esclusive realizzate, tra cui quelle con Josh Owens e Hrvoje Peric, è il momento di dare spazio ad un coach emergente del massimo campionato italiano: si è raccontato per NBA Passion in esclusiva Michele Carrea, il tecnico di Pistoia Basket 2000.
Michele Carrea ha iniziato la sua carriera da coach all’Urania Milano, passando poi per Casale Monferrato, Virtus Siena, Casalpusterlengo e Biella. La prima esperienza da capo tecnico in un campionato professionistico per Michele Carrea è arrivata a Biella, nel primo anno con il team piemontese. In quattro anni trascorsi in quel di Biella, coach Michele Carrea è riuscito a raggiungere una finale di Coppa Italia, un terzo posto in supercoppa e tre partecipazioni ai playoffs.
Il 2019/2020 ha visto coach Michele Carrea fare il salto – con il suo amico e direttore sportivo Marco Sambugaro – dalla A2 alla Serie A: prima della sospensione causa covid-19, la Pistoia di coach Michele Carrea era terzultima in classifica con 14 punti, frutto di 7 vittorie e 15 sconfitte. Il tecnico lombardo ci ha parlato della sua carriera in generale, del suo rapporto con le varie piazze dove ha allenato, del futuro e dei problemi del basket italiano.
Esclusiva Michele Carrea, alla scoperta del coach emergente
- Buongiorno coach, come ha passato la quarantena e cosa sta facendo in questo periodo Michele Carrea?
“La quarantena la ho passata a Pistoia perché siamo rimasti con la mia famiglia in attesa di capire l’evoluzione, poi il blocco ci ha impediti di rientrare a casa e siamo tornati a Milano circa 15 giorni fa. Per prima cosa mi sono goduto il mio piccolo di 10 mesi, dato che durante la stagione non ho potuto godermi il tempo con lui e vedere la sua crescita. Per quanto riguarda il basket, abbiamo passato il tempo tra riflessione ed analisi con il mio staff, tra quello che si poteva migliorare e quello che bisogna cercare di riproporre con la stessa efficacia il prossimo anno.
Abbiamo provato inoltre a lavorare sullo scouting, anche se è difficile orientarsi, perché Pistoia è in fase di definizione del progetto del prossimo futuro ed abbiamo lavorato con gli altri allenatori sul movimento, proponendo varie cose a leghe e federazioni, per avere un basket migliore dopo questa pausa”
- Ha iniziato ad allenare a 22 anni, passando 4 anni alle giovanili dell’Urania Milano. Ha avuto anche una carriera da giocatore? Ci parla dei primi 4 anni a Milano?
“Carriera da giocatore credo sia un termine improprio, diciamo che ho avuto la fortuna di crescere in un settore giovanile come quello dell’Olimpia Milano di quegli anni e ho avuto la fortuna – dopo un’esperienza da semi-professionista nell’allora serie C a Voghera – di entrare in una società appassionata e divertente come l’Urania di quegli anni, con loro ho fatto un percorso da giocatore in serie C e ho iniziato a pensarmi allenatore. L’esordissimo da vice allenatore con un gruppo Under 17 regionale senza ancora la tessera, proprio per verificare la mia predisposizione a fare quel percorso, poi un gruppo under 13, poi responsabile mini-basket: i miei primi passi li ho mossi nel mondo Urania, era un mondo estremamente più dilettantistico, era guidato da persone straordinarie, il presidente Ettore Cremascoli era ed è un amico, una persona con cui ho sempre piacere a fare due chiacchiere. Credo sia il contesto migliore per partire con la giusta passione e serenità”
- Il percorso di coach delle giovanili è proseguito per altri 7 anni, tra Casale, Virtus Siena e Casalpusterlengo. L’ultimo anno nella società lodigiana lo ha vissuto anche da vice: che ricordi ha dell’esperienza lombarda?
“Tanti ricordi perché ci sono rimasto 5 anni. Ho vissuto esperienze incredibili, la più incredibile sicuramente lo scudetto Under 19 nel penultimo anno. Ho vissuto esperienze incredibili come la crescita in uno staff da secondo assistente i primi due anni e primo assistente gli ultimi due.
Ho lavorato con persone straordinarie come Andrea Zanchi, il capo allenatore che mi ha dato più spazio e più fiducia, ha condiviso con me tante scelte e mi ha dato l’autostima necessaria per il futuro da capo allenatore. Mi ricordo Cesare Riva, Marco Calvani, tante persone estremamente valide prima che professionisti, che mi hanno accompagnato in quei 5 anni nei quali devo tanto anche al club che mi ha accompagnato, prendendomi da ragazzino inesperto e sognatore e portandomi a guidare un gruppo di under 19 con grandissimi talenti come Vencato, Spissu, Rossato, Donzelli, Janelidze… E poi appunto fino a fare il vice in un campionato di alto livello e ad un allenatore di alto livello come Andrea Zanchi”
- L’esperienza successiva a Biella l’ha visto protagonista per 4 stagioni. La prima stagione non partì benissimo, poi l’arrivo di Mike Hall svoltò la stagione. Com’era il suo rapporto con Mike?
“Io ho avuto un rapporto estremamente mutevole nel tempo perché ho lavorato con Mike per due anni e devo dire che è una persona che all’interno di una stessa stagione propone tanti stimoli e alcune complessità, devo dire che da un punto di vista tecnico ciò che ha dato nel primo anno – ma anche nel secondo – è sotto gli occhi di tutti; è un giocatore che da un punto di vista tecnico era di altro livello, correggendo qualche errore sul piano caratteriale poteva avere ben altra carriera… comunque il suo contributo nell’anno e mezzo a Biella è sotto gli occhi di tutti e credo – da giovane allenatore – di aver attinto molto dalla sua conoscenza del gioco e aver fatto mio qualcosa che mi porto dietro nelle esperienze attuali.”
- Le tre stagioni successive l’hanno vista andare 3 volte ai playoffs, con una finale di Coppa Italia raggiunta: è soddisfatto del percorso fatto con il team piemontese? Che legame ha costruito con la piazza?
“Direi assolutamente di sì, perché credo che quella fosse la mission che avevamo, ossia costruire squadre che consolidassero nella categoria alcuni giocatori, che facessero fare il salto di qualità ad altri e che provassero in tutti i modi ad appassionare la piazza, cercando di ottenere i migliori risultati possibili.
Siamo consapevoli di aver operato in budget estremamente ristretto, ma in una piazza e in un club che hanno tantissimo per aiutare un allenatore a lavorare nel migliore dei modi, i numeri di quelle stagioni – soprattutto visti i presupposti che non erano di un club che voleva ottenere risultati incredibili ma consolidare la categoria – sono frutto di un lavoro di sinergia con uno staff di alto livello, il mio DS di allora – e di oggi – come Marco Sambugaro ed un contesto professionale da Minessi, ai ragazzi dell’ufficio, passando per il consiglio di amministrazione, per la famiglia Angelico… un contesto dove era bello fare pallacanestro.
Son più soddisfatto di questo percorso di contaminazione tra me e la società, credo di aver dato tanto ma anche di aver ricevuto tantissimo. Ho ancora nella memoria il saluto che la piazza mi ha devoluto in occasione dei 25 anni di celebrazione del club, quando l’ufficialità del mio passaggio a Pistoia è stata formalizzata davanti a tutti e nonostante nella mia testa ci fosse la preoccupazione che questa scelta non fosse capita… ecco quell’applauso, quel saluto e quell’abbraccio della gente biellese lo ho ancora dentro e non finirò mai di ringraziarli per quei quattro anni e per l’affetto che mi hanno dimostrato in tutti i passi di quel percorso.”
- La stagione 2019/2020 l’ha vista affacciarsi in Serie A con Pistoia, è soddisfatto dello scorcio di stagione fatto con il team toscano e che rapporto ha con Marco Sambugaro?
“Credo sia difficile fare una valutazione di una stagione che non ha avuto la fine, devo dire che se a settembre mi avessero detto che eravamo quartultimi con scontri diretti sostanzialmente favorevoli, che venivamo da due vittorie di fila a Roma e in casa con Reggio Emilia, ci avrei messo 5 firme. Credo quindi che fossimo in linea con il percorso ambizioso che avevamo definito, anche in questo piccolo pezzo di strada va riconosciuto il merito di tutti i componenti, quindi una piazza calda e passionale come ho scoperto essere quella pistoiese, uno staff di gente pistoiese che si è messo a mia completa disposizione per farmi lavorare al meglio e soprattutto un gruppo di uomini – prima che giocatori – che non si sono mai arresi e che hanno dimostrato quanto desiderassero raggiungere l’obiettivo, quindi non posso che essere riconoscente e soddisfatto di ciò che ho ricevuto in 6 mesi.
Un direttore sportivo che prende un allenatore dal settore giovanile, lo porta a fare il capo tecnico in A2, poi alla prima opportunità in A1 prende un tecnico di A2 senza esperienza nella massima serie e lo porta in A1, ecco, questa è la misura di quanto devo a Marco Sambugaro, di quanta stima e fiducia ho ricevuto da lui e penso di averla ripagata e doverla ancora ripagare, ma il rapporto che ho con lui dentro e fuori dal campo è un rapporto che molti allenatori mi invidiano, penso.”
- I tifosi biancorossi venivano da una stagione molto complicata, ma siete stati in grado di trasformare uno scetticismo iniziale in applausi. Che rapporto si è creato con i tifosi pistoiesi?
“Il rapporto che ho con la piazza è in divenire. Credo che i rapporti più consolidati, più belli, sono rapporti che si costruiscono con tante prove di affetto e stima reciproca, son cose che si sviluppano nel tempo. Noi in 6 mesi abbiamo alzato il livello di empatia in maniera sbalorditiva, sono contento dell’elettricità che c’è stata nelle ultime uscite in casa, dove chiaramente il pubblico è stato un aiuto incredibile.
Mi sono emozionato quando ho sentito la fiducia sia all’inizio, quando la mia firma a Pistoia ha riscontrato tanti consensi nonostante io fossi un esordiente, sia poi nel periodo di Natale quando abbiamo preso fisionomia ed abbiamo sentito attorno a noi una grande spinta. Il rapporto è in divenire, ma è in crescendo, quindi mi è dispiaciuto interrompere la stagione. Spero di riprendere con tutta la gente bianco-rossa da dove avevamo interrotto.
Penso che le strategie usate son tante, le stagioni son figlie di innumerevoli situazioni favorevoli o contrarie, noi quello che abbiamo promesso in fase estiva era una squadra che avrebbe provato in tutti i modi a rispettare quella maglia, quei colori, la tradizione cestistica di questa città. Penso che questo lavoro sia stato piano piano riconosciuto da tutti con il tempo e grazie alla consistenza delle nostre performance.”
- Cremona, Venezia… diverse squadre sono cadute al PalaCarrara. Qual è la vittoria più bella?
“Io dico sempre che ce ne sono due più belle delle altre: quella con Trieste è stata una vittoria emotiva che ha bloccato una serie di sconfitte importante, che stava portando molti di noi a dubitare di essere competitivi in questo campionato; quindi quella è stata una vittoria che ha tolto dalle nostre spalle delle brutte ombre, delle brutte sensazioni, dei timori. Quella è stata una vittoria di pancia, un urlo verso il cielo di tutti noi che sudavamo da mesi senza raccogliere i risultati del nostro lavoro.
Credo che la nostra miglior partita la abbiamo giocata in casa con Venezia, anche per come è finita e per il valore che Venezia ha dimostrato di avere all’interno di questo campionato. Per contenuti tecnici è stata la vittoria più bella, la performance va a fianco della sconfitta casalinga con Sassari dove non abbiamo raggiunto il risultato per degli episodi sfavorevoli nell’ultimo quarto, ma anche lì avevamo costruito una performance vicinissima al massimale di tutti i giocatori”
- Quali sono i dettami tattici e tecnici che predilige coach Michele Carrea?
“Probabilmente se c’è una cosa che mi ha caratterizzato nei 5 anni da capo allenatore, credo sia la capacità di adattarmi ai gruppi che ho avuto e quest’anno è stata la parte dove sento di esserci riuscito meglio. Siamo partiti con un’idea difensiva diversa da come abbiamo concluso, anche a livello offensivo abbiamo pulito molto il nostro gioco… Diciamo che io cerco di produrre un basket dove la soglia di attenzione sia molto alta in entrambe le fasi; un livello di attenzione alto significa che ci sia una tensione agonistica allo stare insieme e che ci sia una capacità di giocare a pallacanestro in 5.
Questa è la massima ambizione di coach Michele Carrea e questo cerco di produrre nel lavoro settimanale in palestra. Certe volte sono riuscito a fare un basket più aggressivo, questo ha caratterizzato il mio quadriennio a Biella e fare un basket aggressivo sento molto mi appartenga. Altre volte – come a Pistoia – con un sistema difensivo più contenitivo, siamo riusciti a produrre un’identità difensiva e ad ottenere risultati sopra le aspettative di molti.”
- Quali sono i riferimenti di coach Michele Carrea e quali giocatori le piacerebbe allenare?
“Come riferimenti credo sia difficile cogliere qualcosa da tecnici che si vedono per televisione, dalla tribuna o cui si gioca contro, perché sono elementi tattici o di partecipazione alla partita. Per conoscere un allenatore bisogna lavorarci a fianco, bisogna avere la fortuna di fare pezzi di strada assieme, quindi sicuramente tutti i capi allenatori con cui ho lavorato da vicino come capo assistente o da lontano come a Casale con Marco Crespi, ma voglio citare Umberto Vezzosi alla Virtus Siena, Andrea Zanchi a Casalpusterlengo, ma vorrei citare tutti gli altri da cui ho attinto, come Marco Calvani, Simone Lottici…
Se io devo dire quale invece tra i grandi coach rappresenta un tecnico che mi ha sempre convinto per come proponeva il suo basket, dico il Luca Banchi sia dell’ultimo anno senese, sia della sua esperienza milanese: mi è sempre molto piaciuto il suo modo di gestire le situazioni e porsi con la stampa, però non è un allenatore con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Chiaramente come tutti i tecnici italiani – ma non lo dico tanto per – il percorso di Ettore Messina, ma anche la sua precisione e puntualità nel riferire su tematiche inerenti al basket e nell’analizzare problemi che riguardano il come viene vissuto lo sport… Insomma, la sua capacità di descrivere la pallacanestro, figlia di esperienze che arrivano da tutto il mondo, anche rispetto a questo ho grande stima.
I maestri son quelli che camminano un pezzo di strada avanti a te, quindi dal punto di vista umano – e di come son diventato tecnico – è mio padre, che con il basket c’ha poco a che fare, ma che con il mio modo di essere uomo è stato il modello centrale.
Direi tantissimi giocatori mi piacerebbe allenare, se penso a dei giocatori italiani dico Datome e Melli: di loro mi piace dove sono arrivati. Se devo guardare a giocatori che sono in Serie A o A2 e che hanno molto margine, direi Pajola e Giordano Bortolani, che ho provato a portare a Pistoia, ma anche Marco Spissu – che ho avuto la fortuna di lavorarci insieme a Casalpusterlengo vincendo lo scudetto – e Giampaolo Ricci, giocatore cui ho avuto la fortuna di fare assistenza a Casalpusterlengo, anche lui ho provato tante volte a portare a Biella quando era ancora in rampa di lancio; poi evidentemente ha fatto scelte giuste che lo hanno portato dove è ora”
- La prossima stagione è ovviamente lontana: lei sarà ancora a Pistoia?
“Io ho un contratto con Pistoia, ho una buonissima relazione con chi mi ha scelto, quindi Marco Sambugaro che è DS in carica, quindi mi vedo a Pistoia il prossimo anno. Queste sono settimane in cui la società sta facendo valutazioni importanti rispetto al futuro che darà al club, quindi capire se la prospettiva della A1 è ragionevole o se è più ragionevole un ricollocamento… Quindi sono riflessioni che sta legittimamente facendo il club sulla base delle risorse che in questo momento di difficoltà si riesce a raccogliere.
Quando il club avrà deciso, sarà il momento opportuno per sedersi ad un tavolo e riflettere su un progetto tecnico che parta da presupposti reali. Qualora Pistoia scegliesse la A1 è fuori discussione che il mio desiderio è quello di finire il percorso appena iniziato, qualora si scegliesse la A2 è altrettanto vero che sono legato contrattualmente, se la società discute di un progetto che mi vede centrale, credo sia un percorso altrettanto stimolante.”
- Ha qualche sogno nel cassetto Michele Carrea?
“Sono una persona molto curiosa, spesso la mia curiosità ha trovato tante risorse e stimoli nelle esperienze all’estero non legate al basket, ma dai viaggi e piccoli pezzi di percorso fatti. Qualora dovessi meritarmi da allenatore un’esperienza all’estero, probabilmente gli direi di sì. Se vogliamo toccare i sogni, da milanese cresciuto per 6 anni nel settore giovanile dell’Olimpia Milano, quella è una panchina dove avrei emozioni particolari, emozioni che ho avuto anche andandoci da ospite con Pistoia. Il sogno più vicino e concreto è ripartire in A1 con Pistoia il prossimo anno e finire il percorso, in modo da dare una gioia a tutta la gente pistoiese”
- Che rapporto aveva con Roberto Maltinti e che ricordo ci può dare?
“Paradossalmente nel mese passato a Pistoia con lui, era la persona del club con cui ho avuto più confronti e chiacchiere, nonostante Roberto non ricoprisse più incarichi ufficiali. Era venuto al PalaCarrara più o meno a tutti gli allenamenti, d’estate era venuto più di una volta nell’ufficio allenatori mentre lavoravamo alla costruzione della squadra per darci il suo sostegno.
Molto poco prima di questa triste notizia ho cenato con lui ad una festa organizzata da Giorgio Tesi Group vicino a Pistoia ed è stata un’occasione per ridere, ma anche un’occasione per riconfermarmi la sua fiducia e la volontà di starmi accanto rispetto alle necessità che avrei avuto nell’allenare la sua Pistoia. Non posso dire di più perché sarei ingeneroso nei confronti di coloro che hanno vissuto Roberto Maltinti e tutte le cose che aveva da dare, ma in questo piccolo pezzo di strada era stato un compagno di viaggio estremamente significativo, nonostante – ripeto – non avesse più incarichi ufficiali nel club.
Già in quel mese avevo avuto sentore di che carisma portasse con sé. Quando poi è mancato e le persone mi hanno raccontato ciò che aveva fatto per la città, mi son reso conto di quanto fosse importante per la storia del Pistoia Basket Roberto Maltinti.”
- Quale società rappresenta al meglio il basket italiano per continuità, per sviluppo di idee e progettualità? Cosa si dovrebbe fare per dare slancio al nostro basket in un momento come questo?
“La seconda domanda meriterebbe una risposta molto lunga, perché credo che questo mondo abbia tanti problemi: non c’è una soluzione che risolve tutto, bensì delle soluzioni che portano poi un risultato migliore. Credo intanto sia da rendere i modelli aziendali delle società economicamente sostenibili: un basket sano si fonda su società sane che producono profitto o che – anche se non lo producono – comunque non producono perdite, quindi un sistema di business, commercializzazione e che permetta alle società di essere sostenibili.
Lo stesso principio e condotto deve essere riportato nei settori giovanili, dove è necessario riportare ricchezza ed un modello di sviluppo che consenta di riportare ricchezza, numeri, reclutamento, giocatori interessanti e teste interessanti in palestra. Poi bisogna farle crescere investendo sulle risorse nel migliore dei modi, queste sono le due cose su cui bisogna concentrarci.
Per quanto riguarda le società modello, credo ce ne siano a tutti i livelli, cioè penso sia evidente ci siano società più in vista di altre perché sono in A1, perché hanno un portafoglio più importante o perché hanno strutture di più alto livello… Però penso che le società che rendono sana la pallacanestro sono in Serie A, A2, B, C gold, C silver, quelle che fanno solo settore giovanile, quindi sarebbe ingeneroso fare il nome di un club piuttosto che di un altro. Sarebbe bello che le società si basino intorno a progetti sportivi e non al desiderio di costruire un budget anno per anno, con idee che si fermano a 9 mesi, 10 mesi o 11 mesi.”
Ringraziamo Pistoia Basket 2000 per aver reso possibile la realizzazione di quest’intervista ed ovviamente coach Michele Carrea, che con la sua incredibile gentilezza e preparazione cestistica ci ha dedicato del tempo prezioso.

