Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiDuke: la pesante eredità di Coach K

Duke: la pesante eredità di Coach K

di Luigi Ercolani

Forse è stata la squadra più normale di tutte. Non aveva particolari picchi di talento, né doti fisico che rubavano l’occhio. Le sue qualità, semmai, erano altre.

Capacità di lettura e grinta quanto basta per sopperire alle lacune tecniche. È un fatto di pelle, avrebbe detto Lino Banfi in “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio” del 1983.

La pelle, quella dura che ti fai quando sei stata l’unica testa di serie che è riuscita a strappare il biglietto per le Final Four. L’undicesima in trent’anni esatti, per Mike Kryzewski, che dal 1980 si era seduto sulla panchina dei Blue Devils, e che avrebbe continuato fino al 2022.

La stagione 2009/2010 era però partita un po’ in sordina. Per una volta coach K non aveva materiale da lottery, e allora aveva deciso di insistere su uno zoccolo duro di upperclassmen che avevano poche prospettive NBA ma fosforo sufficiente per giocarsela con i migliori.

Certo, un discreto quantitativo di pressione lo aveva tolto il crollo di UNC. I Tar Heels, solo 12 mesi prima campioni della March Madness, avevano infatti faticato per tutta la stagione. A quel punto qualsiasi risultato di Duke sarebbe stato comunque migliore dei rivali di sempre.

Intendiamoci, un po’ di apprensione inevitabilmente c’era comunque. Era arrivata qualche sconfitta di troppo, prima di infilare un filotto di vittorie a ridosso dell’inizio del torneo NCAA.

E così, dopo aver sudato le proverbiali sette camicie contro una Baylor mai doma, e averla sfangata grazie a Nolan Smith e Kyle Singler, i Blue Devils si erano affacciati alla Final Four di Indianapolis con tutte le carte in regola per vincerla. E anzi, forse persino da favoriti.

Poco potevano impensierire la Butler di Brad Stevens (in panchina) o la West Virginia di Joe Mazzulla (in campo). Qualche grattacapo in più poteva crearlo Michigan State, ma Draymond Green non era ancora quello che poi avremmo conosciuto.

Duke invece era una squadra che come accennato aveva poco talento individuale, ma grande coesione di squadra. E una divisione del lavoro quasi svizzera.

Il già menzionato Kyle Singler era un’ala piccola che garantiva un sano bilanciamento di punti e rimbalzi. Nolan Smith, accanto a lui, rappresentava invece la solida clava con cui colpire sistematicamente gli avversari.

Poi c’erano Lance Thomas, Miles Plumlee e Brian Zoubek. La classe operaia che anela al paradiso, i gregari che portavano il loro contributo quando era necessario, ma sapevano quando lasciare che fossero i tre tenori a prendersi la scena.

Sì, perché c’era anche un terzo pilastro. Il cervello fino, l’uomo che faceva girare il team, premurandosi che tutti si attenessero allo spartito e allo stesso tempo impegnandosi a garantire a ciascuno soddisfazioni personali.

Jon Scheyer, che poi è il vero protagonista della nostra storia, era dato in fondo ai Mock Draft, ma non era proprio così ignorato. Sapeva tirare, era un vincente e un duro, alto, in difesa non atletico ma dotato di malizia e grinta.

Com’è andata la Final Four, lo ricordiamo tutti. Mentre UNC perdeva pure il NIT, Duke trionfava con i suoi mestieranti. L’acume cestistico di Scheyer però non bastò a farlo entrare nella Lega.

Dopo l’inevitabile anno nell’allora D-League, provò un po’ in Europa. Prima al Maccabi Tel Aviv, che per gli ebrei è sempre un punto di riferimento importante, poi a Gran Canaria.

Niente da fare, proprio non era cosa. Meglio dunque appendere le scarpe al chiodo, tornare a casa da coach K e imparare un nuovo mestiere.

E così, per nove anni, dal 2013 al fatidico 2022, Scheyer si è fatto le ossa a Durham come assistente. Vedendo vincere ai suoi eredi, cinque anni dopo di lui, l’ultimo titolo di Duke.

Poi, quando l’età ha iniziato a farsi sentire, Mike Kryzewski ha lasciato a lui le chiavi del Cameron Indoor Stadium. Una sorta di investitura, per il leader della squadra che, tra quelle che ha condotto alla vittoria, forse coach K ha costruito in modo più simile al suo modo di intendere il basket.

Ma qui nasce il problema. Perché Scheyer ha ereditato un contesto vincente che prima del suo predecessore, più esperto quando assunse la carica, era tale solo a livello di Conference.

Se il periodo di assistentato ha permesso al nativo dell’Illinois di entrare sin da subito nei meccanismi della squadra, allo stesso tempo gli ha però precluso l’esperienza necessaria per svolgere il ruolo di capo allenatore di una realtà come Duke. La cosiddetta, odiata, gavetta.

In questo senso non è un caso che le maggiori critiche a lui rivolte abbiano più o meno attinenza con la mancanza di cursus honorum. Ad essergli imputati sono infatti, anzitutto, gli errori gestionali, come mancati timeout o scelte discutibili sulle rotazioni.

Poi ci sono anche le critiche legate alle lacune negli aggiustamenti tattici o giocatori fuori posizione. Un quadro che ha portato ad essere considerato un eccellente recruiter, ma un coach mediocre.

Difficile, ad ora, trovare argomenti contrari. Perché Duke si trova ad affrontare il secondo fallimento di fila, dopo quello del 2025 con Cooper Flagg, Kon Knueppel e Tyrese Proctor.

E per certi versi potremmo considerare quest’anno un tonfo ancora più clamoroso, dato che nemmeno sono arrivate le Final Four. A differenza dell’annata passata.

Non sono bastati il ball handling e la visione di gioco di Cameron Boozer, che oltre ad essere uno scorer versatile è anche un ottimo rimbalzista. E non è bastato nemmeno il gemello Cayden, passatore intelligente anche se meno esplosivo del fratello.

Non è bastata la presenza fisica di Patrick Ngongba, rim protector atletico e centro da transizione. Non è bastato Isaiah Evans, che oltre ad un pregevole tiro di striscia, ha messo in luce anche un’ottima difesa perimetrale.

Non è bastato Caleb Foster, che nonostante la propensione agli infortuni ha dimostrato di essere una combo guard che indifferentemente passa o va a concludere. Non è bastato Dame Sarr, difensivamente eclettico e team-oriented, come dicono di là.

Non è bastato un Maliq Brown che magari segna poco, ma è atletico e fisico in difesa e sa reggere un uno-contro-uno. Non è bastato, infine, Nicolas Khamenia, californiano che fa del tiro da fuori il suo marchio di fabbrica.

Non è bastato, in sintesi, avere un insieme di talento difficilmente replicabile, che fa il pari con quello della March Madness 2025, e sotto diversi aspetti lo supera pure. Non è bastato, perché nel momento da “ora o mai più” l’“ora” se l’è preso Connecticut.

“E il modo ancor m’offende”, potrebbero dire a Duke citando il poeta. Avanti +3 a 26” dalla fine, Duke ha prima concesso i liberi a Silas Demary Jr. che ne ha riconvertito solo uno su due.

Anche lì ,comunque, era grossomodo fatta. Sì, peccato però che i dukies perso palla sulla pressione altissima degli Huskies: nel batti e ribatti la sfera è finita a Mullins, che da distanza siderale ha infilato la bomba che ha rimandato i Blue Devils a mani vuote.

Certo, non c’era Scheyer in campo. Ma qualche paragone su avrebbe gestito mentalmente coach K un finale così tirato ha iniziato ad affiorare. E non poteva essere altrimenti.

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