Dopo le ultime dichiarazioni di Kobe (“eliminare l’hack sarebbe un pessimo esempio per i giovani”) si è riacceso il dibattito, forse mai del tutto spento, sull’hack. Proviamo a vedere quali siano le implicazioni che l’hack porta con se partendo da lontano.
Nel basket esistono due grandi tipologie di falli: i falli di gioco, che regolano i contatti in campo, e i falli tecnici, che invece regolano i comportamenti sopra le righe di giocatori e staff tecnici. Quando si parla di falli di gioco, non li si introduce sempre con lo stesso verbo: si usa infatti distinguere tra “falli commessi” e “falli spesi”. Si parla di fallo commesso quando un giocatore in fase di marcatura, taglio, rimbalzo o blocco tocca irregolarmente l’avversario, rivelando quindi una natura involontaria del fallo, nel tentativo di compiere un’azione vantaggiosa ma corretta. I falli spesi sono invece prettamente tattici ed eseguiti consapevolmente dal giocatore, spesso su ordine diretto della panchina, per fermare un’azione offensiva degli avversari o il cronometro. Quando queste azioni fallose vengono compiute in maniera eccessiva, per esempio con un contatto troppo duro o cercando di colpire solo il giocatore avversario e non la palla, si commette un fallo antisportivo, che viene punito non solo con un libero per gli avversari ma anche col possesso successivo, come accade per i falli tecnici. Stando a queste definizioni, sembra che l’hack non possa che rientrare nella categoria dei falli spesi. Si può però suddividere i falli commessi e spesi partendo da un’ulteriore considerazione: il giocatore che subisce il fallo è in possesso di palla?
I falli commessi sul portatore di palla sono semplicemente i classici falli che le difese commettono in qualunque sport nel tentativo di rubare la palla o deviare un tiro, quelli commessi su un giocatore senza palla avvengono invece nel tentativo di tagliare, bloccare o andare a rimbalzo. Tutti questi falli riguardano dei normali aspetti di gioco e quindi non vanno riqualificati. Il discorso è sicuramente diverso per i falli spesi: se infatti fa parte del gioco l’idea di fermare un giocatore in possesso di palla con un fallo tattico, risulta difficile spiegare come un fallo speso su un giocatore non in possesso di palla, il nostro hack, possa essere sullo stesso piano di quelli che abbiamo appena analizzato. Una soluzione potrebbe essere semplicemente quella di considerare l’hack come un fallo antisportivo. Infondo una delle due componenti principali dell’hack consiste in una sorta di falla nel regolamento, che non vieta di saltare in groppa ad un giocatore per una finta lotta a rimbalzo dopo un tiro libero e non vieta che un giocatore possa entrare in campo al solo scopo di commettere cinque falli sul giocatore designato, entrambe cose che sembrano centrare poco col gioco.
L’altra componente principale dell’hack è quella espressa da Kobe: i giocatori hanno stipendi milionari, è giusto che imparino a tirare i liberi. Del resto, se nessun giocatore avesse percentuali così basse non ci sarebbe bisogno di una regola apposita. La NBA è da sempre attenta alla qualità ed alla spettacolarità del suo prodotto, Silver ed i suoi collaboratori sapranno certamente prendere la decisione migliore per il gioco. E noi lasciamo volentieri a loro la decisione. Riccardo Olivieri

