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Jurgen Trinchieri

di Luigi Ercolani

I don’t like to be langweilig”. “I like heavy metal”. I virgolettati sono di due persone diverse ma, se qualcuno volesse invertirli, la differenza verrebbe difficilmente percepita. A ben vedere, anzi, non è tutto sommato sbagliato che Andrea Trinchieri sia il Jürgen Klopp del basket del Vecchio Continente.

Il coach milanese riesce infatti, come il tecnico tedesco, a combinare in maniera equilibrata il proprio lato istrionico con quello filosofico. Entrambi sono conosciuti tanto per la loro sapientia magistri come tecnici quanto per la loro comunicazione non convenzionale, originale.

Due anime inquiete che hanno scelto un mestiere in cui, per contrappasso, il principale compito è calmare numerose teste chiamate a collaborare tra loro per giungere a un obiettivo comune. Due persone calde, e in questo forse incide l’essere nati a cavallo dell’estate: Klopp a metà giugno, Trinchieri a inizio agosto.

Il coach milanese ha iniziato ad allenare alla San Pio X, e, chissà, forse sulla sua comunicazione tanto pimpante ha influito l’umorismo dello stesso pontefice di inizio Novecento, quello che, per dirne una, quando offrì a un cardinal di fumare un sigaro e questi rifiutò perché lo considerava un vizio, al prelato rispose “Se fumare fosse un vizio, Lei avrebbe anche quello”. Ecco, forse da Pio X Andrea Trinchieri ha preso anche la bonaria intolleranza verso i vizi.

Verso i suoi giocatori, come l’uscita prematura dal campo per Matej Rudan per l’atteggiamento sbagliato. Verso gli arbitri, che lo ha portato a dare… due falli tecnici all’arbitro durante la partita, espellendo idealmente il fischietto. Verso sé stesso, come quando ha detto la sua pigrizia era all’origine dell’interruzione del suo rapporto con Bamberg. Forse solo verso le società in cui è stato, non ha mai alzato la voce in pubblico, forse per lavare i panni i sporchi in casa o forse perché, come dice lui, si sente comunque blessed, benedetto.

Umano e diretto, Trinchieri è un torrente di parole che non sai mai se sono state pensate a tavolino o se sgorgano spontaneamente. Un allenatore, o forse un allentatore, nel senso che per certi versi la sua fluidità comunicativa allenta la tensione, riduce le distanze, ti fa sentire vicino a lui anche se magari non lo hai neanche mai visto in faccia. Un Klopp della palla al cesto, appunto, uno che vorresti avere ad allenare la tua squadra così come ospite a cena.

Il coach di padre italiano (con passaporto USA) e madre croata, il coach che nel 1998 è approdato all’Olimpia perché volevano qualcuno che conoscesse bene le lingue, il coach che ha detto no ad Harvard, il coach che non vuole fare danni, il coach che ha interrotto una riunione tecnica con il Bamberg prima di una finale chiedendo ai propri giocatori cosa volessero fare e il coach che ha chiesto di non essere svegliato si coniugano e condensano tutti nella stessa persona, quella appunto di Andrea Trinchieri. Un uomo che non ha verve, ma è verve.

Non è un caso che, a una convention del 2018, lui stesso abbia detto che la vita di un allenatore è un flusso costante di comunicazione. Saperci mettere un po’ di spezia piccante, come fa lui, è una dote notevole.

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