Preparate i passaporti, oggi si parte per Philadephia, Pennsylvania, no non per una corsa per la città con gran finale sugli scalini del Philadelphia Museum of Art e nemmeno per una Philly Cheese Steak (una gioia per il palato fatta di carne tagliata in fette sottilissime e cotta sulla piastra insieme al formaggio e gli altri ingredienti) da Geno’s tra la 9th Street e Passyunk Avenue, ma per raccontare la storia di un ragazzo tarantino che ha appena iniziato la sua avventura in NCAA: Pierfrancesco Oliva.
La storia dello sport è piena di campioni che per superare i propri limiti, migliorare e vincere hanno dato tutto in campo, togliendo spesso spazio alla famiglia, agli amici e ad altre passioni, alcuni fino ad arrivare all’ossessione come Kobe Bryant, per citare un figlio di Philadelphia; ma cosa spinge qualcuno a privarsi di tanto? La passione citando le parole del figlio di “Jellybean”, quella forza dall’origine ignota che ti prende ogni volta che tocchi un pallone da basket, ogni volta che segni un tiro in sospensione sia che si giochi nella peggiore delle palestre di periferia con i tabelloni in legno e la puzza di piedi con effetti del peyote e sia che si giochi in NBA con i parquet lucidi, Spike Lee che ti saluta prima di una partita e uno staff a tuo completa disposizione.
La passione per la palla a spicchi è il motivo per cui un ragazzo di Grottaglie (Ta) alcuni anni fa decise di lasciare casa, famiglia e amici per andare a giocare in quella fucina di talenti che è la Virtus Siena. “Checco” (Cecco per gli amici e i compagni di squadra americani) Oliva è partito per Siena a soli 13 anni e nel 2011 già si rivelò fondamentale per la vittoria del campionato nazionale Under-17, le prestazioni a livello italiano lo hanno portato in seguito anche ad essere convocato per il Nike International Junior Tournament che lo vide protagonista nella gara delle schiacciate.
Oliva a Siena ebbe la possibilità di migliorare molto a livello individuale, giocava spesso da “point guard” nonostante l’altezza (oggi 202 cm), imparando che essere playmaker non significa avere la palla costantemente tra le mani, ma fare la scelta giusta al momento opportuno mettendo in ritmo i compagni. La capacità di leggere la partita, di passare la palla insieme all’atletismo e all’abilità di attaccare il canestro hanno attirato le attenzioni degli scouts d’oltreoceano, e così arrivò la chiamata della Bergen Catholic High School di Oradell a un tiro di schioppo da New York City.
Il giorno dopo il suo diciottesimo compleanno “Cecco” partì per New York, nonostante fosse quasi un salto nel buio per chi, come lui, aveva già un’ottima reputazione come giocatore in quello che fu il belpaese, ma il ragazzo voleva affrontare la sfida, venne accolto da una famiglia americana che lo fece sentire sin da subito come se fosse a casa sua.
La carriera di Pierfrancesco nel campionato di High school è stata molto positiva, nella seconda e ultima stagione ha messo a segno 16 punti e 3 rimbalzi a partita, la squadra ha avuto un record di 18-7 vincendo il titolo della contea di Bergen e “Cecco” è stato inserito nel terzo quintetto ideale dello stato del New Jersey. Ormai il potenziale di Oliva era riconosciuto anche dagli scout dei college, viene seguito da Virginia, Seton Hall, Davidson e St John’s, ma la prima università che bussa alla porta del talento tarantino è stata Saint Joseph’s di coach Phil Martelli. L’allenatore, di chiare origini italiane, è stata la figura chiave nel reclutamento di Pierfrancesco, quattro volte coach dell’anno dell’Atlantic 10, nel 2004 Consensus National coach of the year, Martelli è da vent’anni a Saint Joseph’s e detiene il record di vittorie dell’ateneo cristiano di Philadelphia e ha allenato sei futuri giocatori NBA tra cui i più famosi sono Jameer Nelson, Delonte West e Langston Galloway (secondo quintetto rookie la scorsa stagione). La fiducia di Martelli per “Cecco” si è già potuta constatare dalle prime due partite di campionato, Oliva infatti è partito in quintetto in entrambe le occasioni dimostrandosi una chiave per le vittorie della sua università, nella prima partita contro Drexler lo score dell’ex Siena è stato di 12 punti conditi da 4 rimbalzi e altrettanti assist confermandone l’intelligenza e la duttilità tattica, nella seconda vittoria contro Niagara, il ragazzo ha giocato ancora meglio collezionando 12 punti 8 rimbalzi e 5 assist, mica bruscolini. Dopo l’ultimo match, coach Martelli ha avuto parole di grande stima per Cecco dicendo che ha una grande capacità di leggere le situazioni e di passare la palla, aggiungendo che con un miglioramento in difesa in termini di velocità e forza potrà diventare un giocatore speciale.
Chiudiamo con le parole di Cecco sulla sua posizione in campo e il giocatore a cui si ispira: “Mi considero un playmaker di 2.03 e mi ispiro a Tony Kukoc”.
Va bene ragazzi adesso la Philly’s Cheese Steak potete addentarla, potete anche evitare di preparare il passaporto, next stop: New York City con Federico Mussini.
Per Nba Passion
Francesco Fevola

