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Esclusiva Hrvoje Peric: “Volevo chiudere a Venezia. Trieste, potevamo fare di più”

di Daniele Morbio

Dopo l’esclusiva con Andrea De Nicolao è il momento di dare spazio ad un altro giocatore importante del nostro campionato: il croato Hrvoje Peric si racconta ad NBA Passion, dagli inizi in Italia (Benetton Treviso prima, Vanoli Cremona poi), passando per i successi in Reyer e arrivando all’attualità, ossia l’Alma Trieste. Ringrazio l’ufficio stampa della società giuliana e “Pero” per la grande disponibilità.

Hrvoje Peric, l’intervista

  •  Ciao Hrvoje, grazie per la disponibilità. Partirei dai tuoi inizi di carriera italiana. Hai fatto una stagione a Treviso in prestito da Malaga, che ricordi hai dell’esperienza trevigiana?

“Era una piazza importante, quando la Benetton mi ha preso in prestito ero molto contento, ho sentito grande calore dai tifosi e ci ho messo grande impegno perché la piazza era storica. Quel periodo mi è piaciuto molto.”

  • Ti sei imposto due anni più tardi a Cremona, con una stagione solidissima da 14 punti di media. È stata per te la stagione della consacrazione? Cosa ti porti dentro da quella stagione?

“Forse è stato il periodo più bello della mia carriera, mi son divertito nel giocare a Cremona. L’allenatore era Luigi Gresta, ha dato tanta libertà al mio gioco e potevo esprimere il mio talento: gli sono molto grato ancor oggi per questa opportunità”

  • Il capitolo Venezia è il più grande della tua carriera e occuperà spazio in questa intervista. Andando per gradi: la prima stagione fu piuttosto complicata, lo spogliatoio era una bomba ad orologeria e la squadra venne fischiata dopo l’ultima partita casalinga contro Roma. Che cosa successe quella sera dopo la partita?

“Parlare adesso dei dettagli successi dopo quella partita credo non abbia senso. La verità è che quell’anno non siamo mai riusciti a costruire un gruppo; sulla carta eravamo tutti giocatori forti, ma in campo non abbiamo mai giocato insieme. Questo è stato il problema principale. Con l’arrivo di Charlie (Recalcati ndr), anche Casarin capì che non potevamo avere solo attaccanti con alte medie di punti: qualcuno deve segnare, altri devono fare cose diverse. Dal mio secondo anno ho iniziato a vedere quella che è adesso la Reyer, ossia una società vincente. Era un progetto lungo, ma ora possiamo vedere il prodotto di quanto iniziato qualche anno fa””

  • Ti sei meritato la riconferma e sei diventato un perno fondamentale con Recalcati e De Raffaele. Che differenze hai trovato nel metodo di lavoro dei due coach? Che idea hai del litigio tra Ress e Charlie in tv, dopo il suo esonero?

“Veramente poche differenze, perché quando Charlie era capo allenatore, Walter era molto coinvolto nella preparazione delle partite e nei singoli allenamenti. Forse De Raffaele cercava più i dettagli rispetto al gioco di Charlie stesso, ma la filosofia è più o meno la stessa. Non credo abbia senso parlare ora di quella polemica, posso solo dire che Charlie è un signore ed ancor oggi siamo in contatto: una delle poche persone che ancora sento; per me era come un secondo padre, non posso dire niente di negativo su di lui, mai.”

  • Contro Avellino nei playoffs 2017 hai baciato la maglia, sullo stemma della Reyer. Come è nato quel gesto? Cosa ti ha trasmesso?

“Sono veramente grato ed onorato di aver giocato cinque anni per la Reyer, ho sempre pensato che non l’avrei mai lasciata e avrei chiuso lì la carriera. Purtroppo non è successo, ma il mio amore per loro non passerà mai. Giocare cinque anni in uno stesso posto non succede sempre, ancora oggi guardo i risultati e mi interesso delle partite. Gli voglio bene alla Reyer, ho visto una città molto appassionata di basket. So bene cosa significa per i tifosi ogni singola partita, sono veramente grato e onorato di aver giocato cinque anni per loro”

  • Lo scudetto a Venezia, che emozioni ti porti dentro di quella festa e di quel successo?

“Come ho detto quando abbiamo vinto: una situazione indescrivibile, tutti noi giochiamo per vincere. Quando si vince, è il risultato di sudore, impegno e sacrifici  messi in campo prima; quindi ero veramente contento, soprattutto perché quando sono arrivato a Venezia ho cominciato da zero. Ho visto il percorso fatto, una strada lunga dove si doveva costruire un team forte: per esempio chi arriva adesso alla Reyer trova già una squadra forte e in alto alle classifiche. Noi dovevamo costruire il futuro, gli arbitri hanno iniziato a vederci come una società seria, sono contento di tutta questa strada fatta fino in fondo.”

  • Nel 2018 -prima della serie contro Trento-hai dichiarato che nessuno in società Reyer si era fatto sentire per un eventuale rinnovo, cosa successa invece con altri. A posteriori, rifaresti quelle dichiarazioni? Non pensi abbiano lasciato strascichi negativi? Come ti sei lasciato con la società Reyer? Ci sono rancori o è stato tutto risolto?

“Penso di no, perché io gioco sempre allo stesso modo. A me in campo interessa solo vincere, non mi interessa ciò che succede al di fuori. Non capisco perché la gente si arrabbia per queste parole: ho detto solo che la verità, era ovvio che alla fine della stagione la Reyer non mi avrebbe prolungato il contratto. Io ho soltanto detto che nessuno ha parlato con me, che probabilmente era il mio ultimo anno a Venezia e che speravo di vincere un altro scudetto, così sarei andato via da vincitore. Non capisco chi si arrabbia, mi spiace veramente, come ho detto prima: io ho sempre sperato di finire la mia carriera come reyerino. Non è successo…però restano cinque anni belli, bei ricordi e io vorrò sempre bene alla Reyer nonostante tutto. Sinceramente non ero contento quando è scaduto il mio contratto e nessuno mi ha chiamato: mi aspettavo una telefonata a dirmi “guarda Pero, noi andiamo per una strada, tu non sei più nei nostri pensieri”… Nessuno mi ha chiamato, però va bene così, è il professionismo. Le emozioni e i desideri sono una cosa, la realtà è un’altra. Adesso quando vedo tutti li saluto con massimo rispetto, perché sono fatto così. Capisco che hanno scelto un’altra strada, la vita è così: non possiamo sempre ricevere ciò che vogliamo, ho accettato questa cosa e andiamo avanti”

  • Che rapporto avevi -invece- con la tifoseria Reyer? Che ricordi hai della tifoseria lagunare?

“Il trofeo più importante della mia carriera non è stato lo scudetto e nemmeno la FIBA Europe Cup, ma quando son venuto per la prima volta con Trieste al Taliercio e mi hanno dedicato uno striscione con scritto “la nostra maglia hai baciato, Peric da noi mai sarai dimenticato”. Questo per me significa di più rispetto ad ogni altra cosa, significa che ho fatto qualcosa di buono ed i tifosi hanno apprezzato. Questa è la parte più importante della mia carriera”

  • Dopo Venezia, due stagioni a Trieste…e pronto per una terza. Cosa ti ha dato l’Allianz e che differenze trovi tra la prima e la seconda stagione in maglia triestina?

“Quando sono arrivato a Trieste ho visto grandissimo entusiasmo, una città che vive di pallacanestro; il palazzetto era pieno in ogni partita casalinga, i tifosi hanno fatto lunghe trasferte per venire a sostenerci…ero sorpreso perché non ho mai giocato contro Trieste. L’atmosfera in spogliatoio era ottima, abbiamo costruito un gruppo splendido che aveva gioia nel giocare. Abbiamo ottenuto un buon risultato, ma credo che con la squadra che avevamo, potevamo fare un po’ meglio. Questa stagione è iniziata con un punto di domanda, non sapevamo quale era il budget, abbiamo perso la proprietà e lo sponsor importante. Si è costruita una squadra giovane e senza esperienza, anche qua non siamo riusciti a costruire un gruppo: abbiamo iniziato veramente male la stagione, poi ci siamo migliorati, ma non sarò mai soddisfatto di esser stato penultimo o di aver lottato per la salvezza. In quest’ultima stagione abbiamo fatto veramente male tutti, tutti quanti”

  • In Italia hai giocato tantissime grandi partite, in maglia Reyer ad esempio sei spesso andato tra i 20 e i 30 punti. Quale è stata la partita più bella della tua carriera, tra tutte quelle sopra i 20 punti?

“Guarda, questa domanda me la fanno spesso, ma la risposta è sempre la stessa. Ogni vittoria per me è uguale ad un’altra, tutto il resto non conta. Per me ogni vittoria ha uguale sensazione, perché il senso di giocare è vincere: quando si vincono le partite tutto il resto non conta. Non posso scegliere una partita, perché ogni vittoria per me è uguale ad un altra”

  • Chi è il “4” più forte che hai mai affrontato in Italia e chi sono i tuoi 5 giocatori con cui hai giocato, in Italia?

“Allora, il 4 più forte era senza dubbio Andre Smith. Non abbiamo mai giocato uno contro l’altro, ma ho giocato con lui il primo anno a Venezia. Lui giocava da 4 e negli allenamenti lo dovevo marcare io… praticamente le partite per me erano un riposo, perché marcarlo in ogni allenamento era una battaglia. Il mio quintetto ideale ha Julyan Stone in play, Marquez Haynes da guardia, Michael Bramos da ala piccola, Andre Smith (ma anche Melvin Ejim) da quattro e William Mosley da centro. Il miglior allenatore invece è stato Zare Markovski.”

  • Peric e il futuro, dopo Trieste: continuerai a giocare? Hai già il futuro chiaro?

“Credo di sì, sono pronto per giocare. Ho ancora benzina dentro di me, ma non so cosa succederà con questa situazione. Questa estate sarà strana, non possiamo creare un futuro, ma sono convinto di avere ancora benzina per giocare. Adesso sono ancora concentrato per giocare e come giocatore, se dovessi lasciare o quando lascerò, inizierò a pensare al futuro.”

Si ringrazia l’Alma Trieste ed Hrvoje Peric per la disponibilità mostrata per rendere possibile la realizzazione di quest’intervista.

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