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I record NBA: bene o male nella lega moderna?

di Carlo Bommarito

Westbrook-esulta-Oklahoma City scontro Playoff

Pochi giorni fa si è chiusa la stagione regolare 2018/19,  che Russell Westbrook chiude la sua terza stagione consecutiva in tripla doppia di media, questa è notizia di parecchi giorni fa. Ebbene sì, terza stagione in tripla doppia di media. Consecutiva.  “Primo nella storia a riuscirci”.

Già, primo nella storia. Una frase che giorno dopo giorno perde potenzialmente di significato nel contesto di un gioco (il basket) e di una lega (la NBA) sempre in costante mutamento ed evoluzione. E allora la domanda giusta da porsi è: ha ancora senso parlare di record NBA?

Ovvero, ha senso comparare le prestazioni dell’era moderna al pari di quelle messe in campo nella NBA del passato? Banalmente la risposta è no. Vediamo perché.

Perché i record NBA non andrebbero confrontati con i numeri odierni?

In una Regular Season 2018/19 che si è mestamente conclusa con tutto (o quasi) già deciso da tempo, come il fallimento stagionale di LeBron James e dei Lakers o il primo posto generale conquistato dai Bucks del Greek Freak, e con l’ultimo saluto alle splendide carriere di due mostri sacri come Wade e Nowitzki, passiamo velocemente in rassegna alcuni dei record messi a segno:

  • Maggior numero di triple segnate in una singola partita da un giocatore: 14 (Klay Thompson);
  •  Primo giocatore a segnare le prime 10 triple tentate in una singola partita (Klay Thompson);
  •  Maggior numero di triple segnate in una singola partita da una squadra: 26 (Houston Rockets);
  •  Permanenza più lunga nello stesso team NBA: 21 anni (Dirk Nowitzki);
  •  Maggior numero di triple-doppie consecutive: 10 (Russell Westbrook);
  •  Giocatore più giovane a registrare una tripla-doppia da 30 punti (Luka Doncic);
  •  Maggior numero di triple-doppie consecutive messe registrate da un teenager: 4 (Luka Doncic);
  •  Minor numero di partite necessarie per ottenere 300 vittorie per un coach: 377 (Steve Kerr);
  •  Maggior numero di vittorie in trasferta per un coach: 521 (Gregg Popovich);
  •  Maggior numero di stagioni chiuse in tripla-doppia di media: 3 (Russell Westbrook);
  •  Maggior numero di stagioni consecutive chiuse in tripla-doppia di media: 3 (Russell Westbrook);
  • Maggior numero di triple segnate nelle prime tre stagioni di permanenza nella lega: 600 (Buddy Hield).

E magari qualche record si sarà perso per strada, ma non si può non citare anche la seconda striscia più lunga di partite chiuse a 30+ punti segnati registrata da James Harden (32, dietro solamente all’inarrivabile Chamberlain che ne inanellò 65) o il primo giocatore a registrare una doppia-tripla-doppia (tre voci statistiche chiuse ad almeno 20) dal 1968, registrata sempre dal buon Westbrook.

Basta leggere semplicemente i record battuti in questa stagione per aver contezza di come il gioco si sia evoluto verso una ricerca sfrenata del tiro perimetrale e verso la tendenza (quasi viscerale) a pompare qualsiasi voce statistica, perché questo è ciò che rimane nel tempo, ciò che viene tramandato. Considerando poi che il gioco si evolve anche dal punto di vista regolamentare, agevolando il raggiungimento di alcuni obiettivi statistici (cronometro a 14 secondi, valutazione dei falli ed altro), ecco che la frittata è fatta.

Il calo dell’audience

Si evince da quanto detto sopra come ormai tutti questi record NBA (salvo quelli temporali) non aggiungano quasi nulla ad una stagione che oltre ad essere estenuante (e massacrante per i giocatori), diventa sempre di più un contorno a quel che viene dopo. Un contorno riempito (ed esageratamente esaltato) da tutte queste statistiche che al giorno d’oggi risultano pressoché inutili, in primis al gioco, e di seguito al sistema NBA tutto, come sottolineato da altre statistiche ben più importanti per chi la lega la gestisce, primo tra tutti Adam Silver, che si focalizzano sui dati riguardanti gli ascolti televisivi e le vendite dei biglietti, in netto calo rispetto agli anni precedenti, e che risulta essere un vero allarme rosso per il prodotto NBA.

Senza pensare poi che son gli stessi giocatori che queste statistiche le registrano che rischiano di rimanere schiacciati e ricordati solo come “quello che chiuse tre stagioni consecutive in tripla doppia di media” tralasciando ciò che nel basket è di primaria importanza: il talento e la grandezza di un giocatore nel saper trascinare la propria squadra.

La Regular Season è morta. E no, non perché sia finita. Ma perché il basket sarà pure statistica, ma le statistiche non sono il basket.

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