Il grande escluso dal quintetto di inizio stagione, i primi di Settembre fece scalpore la notizia che Tristan Thompson, senza mezzi termini ago della bilancia delle Finals 2016 (al netto delle prestazioni sovrumane di James e Irving), sarebbe stato relegato in panchina a favore di un quintetto piccolo pensato, essenzialmente, per adeguarsi alla pallacanestro dei Guerrieri della Baia.
La parabola di Tristan Thompson
La parabola di Tristan Thompson è stata inusuale, dapprima pedina fondamentale della squadra che nel 2016 regalò alla città di Cleveland il primo anello dopo oltre 50 anni, per poi dar vita, l’anno scorso, a prestazioni solamente lontane parenti di quelle della stagione precedente, fino addirittura a essere epurato dallo starting five all’inizio di questa regular season.
Gli esiti della scelta di coach Lue sono stati al limite del catastrofico per i Cavs, ancorati alla ventinovesima posizione per defensive rating su trenta franchigie e inghiottiti da una crisi di gioco e di risultati mai vista prima nel reame di Sua Maestà James. Il passo indietro di Lue è stato, probabilmente, anche tardivo, ma alla fine Thompson si è ripreso il suo posto di centro titolare. Dal suo rientro due vittorie consecutive per i Cavs e segnali incoraggianti sotto il profilo dell’abnegazione difensiva, fermo restando che i problemi sono ancora parecchi e profondamente radicati (e, di conseguenza, difficili da estirpare).
La presenza del lungo in quintetto costituisce per Cleveland un’anima difensiva a cui affidarsi nelle molteplici occasioni in cui i vari Thomas, JR Smith e Love vengono battuti dal palleggio, permettendo di proteggere il pitturato in maniera senza dubbio più redditizia rispetto al quintetto votato allo small ball. Inoltre, l’abilità di Thompson come rollante permette a James di giocare molti più pick and roll, riducendo le ricezioni statiche e creando ottimi tiri dall’arco per i compagni. Sarà un caso, ma nelle ultime due partite, quelle in cui i Cavs sono tornati all’assetto classico, il Re ha chiuso con 25 assist totali, serviti nella stragrande maggioranza dei casi o allo stesso Thompson o ai vari tiratori disseminati sul perimetro.
Sia chiaro: Thompson non rappresenta certo la panacea per tutti i mali (specie difensivi) che affliggono i Cavaliers. E’ altrettanto evidente, d’altro canto, come la squadra sia tornata ad esprimersi con grande naturalezza dal suo rientro in quintetto in poi, se non altro sotto l’aspetto della selezione dei tiri e della circolazione di palla.
Per un giudizio accurato e basato su dati concreti dovremo aspettare ancora una ventina di partite, ma non c’è dubbio che la scelta di Lue di riportare il lungo uscito da Texas University in quintetto base rappresenti la mossa più logica (oltre che redditizia, almeno fin qui) a cui i Cavs potessero appigliarsi.

