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Chicago e quei ballers a mezz’ora dal Papa

di Luigi Ercolani
Chicago e quei ballers a mezz'ora dal Papa

“Il Vaticano ha scelto Robert Francis Prevost, che è della zona sud di Chicago, come nuovo papa. E si capisce che è della zona sud perché ha le mani alzate”. La battuta, politicamente scorrettissima e per questo tagliente al punto giusto, è di Colin Jost, volto ultranoto del Saturday Night Live insieme al collega Michael Che.

A dirla tutta, pur essendo effettivamente cresciuto nella zona meridionale della Windy City, il sobborgo di Dolton dove Leone XIV viveva con la famiglia era in realtà abbastanza tranquillo. Negli anni Settanta, quest’area residenziale anzi era abitata in maniera rilevante da larga fetta della classe operaia statunitense di quel periodo.

È stato il successivo declino industriale a comportare poi un notevole cambiamento demografico. Gli afroamericani, che negli anni giovanili di Prevost erano meno di venti unità, sono infatti arrivati attualmente ad essere il 90% della popolazione.

All’epoca, i quartieri più degradati non erano però molto distanti da Dolton. Anche adesso basta mezz’ora, dunque un tempo tutt’altro che irragionevole in una megalopoli come Chicago, e si giunge nel West Side, le lande ha visto crescere manciate di ballers.

Tim Hardaway, che qui è di casa, a tal proposito ha ricordato una volta: “Il West Side non è un posto leggero. Quelli del South Side non vengono qui perché sanno che potrebbero non tornare più indietro”. Più che una minaccia, una sorta di guida turistica.

Molte di queste leggende del campetto hanno in comune l’aver vestito la maglia del Malcolm X College, City College dedicato al noto attivista dal 1968 e situato appena dietro lo United Center. Ad averlo frequentato sono, ad esempio, il grande Lamar Mondane e Steve Space.

Il primo è nato nel 1953, dunque un quasi coevo di Prevost (che è del 1955). La sua aura e i racconti su di lui sono talmente mitologici che qualcuno era persino convinto che Mondane non fosse per nulla una persona autentica, in carne ed ossa.

Niente di più sbagliato. Alto tra l’1.75 e l’1.80, Mondane non brillava per atletismo, per proprietà di palleggio o per atletismo. No, la ragione per cui veniva soprannominato “Money” era un’altra, ovvero la precisione con cui il suo tiro in sospensione andava a bersaglio: una sentenza ogni volta che si alzava per concludere alla sua maniera.

E per giunta è una vita, quella di Mondane, all”insegna della sobrietà e del duro lavoro di muratore, senza climax esplosivi ma neanche segnata da stravizi che hanno invece accompagnato molti altri ballers. Uno su tutti Steve Space, ad esempio, come detto anche lui alunno (ma senza troppo impegno) del Malcolm X College.

Space è stato uno che Mondane lo ha visto giocare dal vivo, rimanendo talmente strabiliato da decidere di emularne le gesta. Solo sul campo, però, perché tra donne e droga la guardia di scuola Farragut ha poi perso numerosi treni che avrebbero potuto condurlo nel basket che conta.

Ma Space al campetto, oltre a Mondane, si fermava a studiare anche Billy “The Kid” Harris. Uno che con la palla a spicchi intratteneva una storia d’amore solipsistica, uno tanto creativo in attacco quanto lavativo in difesa e, nota en passant, un trash talker di livello talmente alto da far sembrare Kevin Garnett un agostiniano.

Cresciuto a Bronzeville, che agli inizi del Novecento è già conosciuta come una delle zone con la più alta densità di popolazione afroamericana degli Stati Uniti. Un posto non facile in cui vivere, risultando già all’epoca un coacervo di criminalità alquanto ardua da evitare.

Eppure, in un qualche modo, Harris ad un certo punto è riuscito a farsi largo solamente grazie alle sue immense doti di cestista. Aveva un tiro stilisticamente sublime, dal rilascio fulminante, a cui univa visione di gioco e un crossover spezza-caviglie.

Il peccato originale è stato, purtroppo, la scelta di un college piccolo e vicino a casa, Northern Illinois. Dove Harris riuscì sì a mettere in mostra il proprio bagaglio tecnico, ma senza che questo sia valso alla sua squadra un biglietto la NCAA, invito destinato a college più prestigiosi (perché tutto il mondo è paese, in fondo).

Niente NCAA, niente NBA. La chiamata al Draft in realtà arrivò, ma solo al settimo giro dai Chicago Bulls, mentre Doug Collins, play concittadino che Billy The Kid aveva messo in imbarazzo quando si erano incontrati, fu selezionato come prima scelta assoluta.

Vittima di una guerra tra tra general manager e coach, Harris finì poi immediatamente tagliato. Lo accolsero poi i San Diego Conquistadors della ABA, ma nel frattempo Harris era diventato imprenditore, in due rami alquanto redditizi: donne e stupefacenti.

Naturalmente la lista di baller nativi di Chicago, come già accennato in precedenza, non si esaurisce con questi tre appena citato. Le loro tre storie sono state narrate, tuttavia, in quanto più o meno contemporanee a quella di papa Leone XIV e particolarmente emblematiche di quanto una metropoli come Chicago possa porre accanto destini che si compiono in maniera così reciprocamente differente.

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