Gli Orlando Magic del 2009 erano una macchina affascinante. La front line era composta da un riferimento in area come Dwight Howard attorno a cui giostravano la point forward Hidayet “Hedo” Turkoglu e l’ala forte tattica Rashard Lewis.
Inizialmente la guardia titolare era Mickael Pietrus, che durante la stagione aveva però ceduto a Courtney Lee il posto nel quintetto iniziale. E poi, nella posizione di play, come un direttore d’orchestra dettava tempi e ritmi Jameer Nelson.
Quest’ultimo è nativo di Chester, Pennsylvania, e prima di approdare in NBA ha frequentato la Saint Joseph di Philadelphia, Ovvero, per intenderci, un ateneo gesuita con forti connotazioni religiose nella zona di Lower Merion a nord-est della città, ad un tiro di schioppo dal ghetto nero di Millbourne.
Con lui alla guida, nel 2004 Saint Joseph conduce una perfect season da 27-0 in stagione regolare nella Atlantic 10. Il record complessivo, conteggiando il torneo della stessa conference dove gli Hakws cedono in finale solo a Xavier e l’eliminazione per mano di Oklahoma State alle Elite Eight della March Madness, risulta di 30-2.
Nelson approda quindi in NBA nel 2006 con questo curriculum, e nel giro di tre anni arriva alle Finals per sfidare quel Kobe Bryant anch’egli prodotto di Lower Merion, ancorché solo della omonima High School locale. O meglio, più che “arriva”, bisogna purtroppo dire “arriverebbe”.
Sì, perché a cavallo dell’All-Star Game 2009, per il quale era stato pure selezionato, il play di Orlando subisce un serio infortunio alla spalla destra. Inizialmente si pensa che la sua stagione sia finita, ma Jameer riuscirà a tornare in campo per il primo episodio delle Finals, dove un ulteriore infortunio mette fine alla sua stagione.
Dunque niente derby tra filadelfiani, dunque, con buona pace di chi, nella città dell’Amore Fraterno, ha sempre provato un immotivato astio verso il Black Mamba. Il quale in finale, al contrario, si troverà di fronte un frizzante newyorchese.
Al Rucker Park, dove è di casa, lo chiamano Skip-to-My-Lou, anche se all’anagrafe risulta Rafer Jamel Alston, dunque in apparenza poco a che fare con il soprannome che gli è stato affibbiato. Che nasce in realtà dallo stile di gioco che il creativo da South Jamaica, Queens, sciorina in campo quando allaccia le scarpe.
“Skip to my Lou” è, ad onor del vero, una canzone del folclore statunitense, le cui radici paiono risalire agli anni ’40 del 1800. Oggi è pensata sopratutto per i bambini, ma ab ovo essa nasce per accompagnare quella danza a coppie in cui ci si scambia i partner, e pare sia stata anche parte integrante della gioventù del futuro presidente Abraham Lincoln.
Il lettore che volesse avere la pazienza di ascoltarla sicuramente riconoscerà nel ritmo del brano lo stile di gioco di Rafer Alston. Quello stile tipico, quasi danzante, fatto di palleggi tra le gambe, finte, passaggi no look, virate, attacchi al ferro sgusciando tra corpi amici e nemici che chi ha visto giocare Skip-to-My-Lou ricorda sicuramente .
Fin da giovane le sue abilità al campetto saltano all’occhio, tant’è che il ragazzo prodigio viene paragonato a leggende della pallacanestro di strada come Joe “The Destroyer” Hammond e Richard “Pee Wee” Kirkland. Chiaramente l’interessato gongola, ma allo stesso tempo non permette alla fama di prendere il sopravvento sulla fame.
E così, dopo aver frequentato il community college di Fresno, nel 1997 trova posto a Fresno State. Dove il capo allenatore risulta essere, surprise surprise, il guru del basket di strada per eccellenza, ovvero quel Jerry “The Shark” Tarkanian che due anni prima ha lasciato la sua mitologica UNLV per accomodarsi in California.
L’università è piccola, ma non abbastanza da lasciare il talento di Alston senza le adeguate luci della ribalta. Ed infatti dopo solo un anno Skip-to-My-Lou si dichiara per il draft: la presenza tra i play di diversi nomi di grosso calibro come Mike Bibby o Jason Williams spinge il folletto del Queens fino alla trentanovesima chiamata, giunta dai Milwaukee Bucks.
Rafer passa una stagione a farsi le ossa negli Idaho Stampede, nella oggi defunta CBA, poi dal 1999 è ufficialmente parte della franchigia del Wisconsin, dove trascorre un triennio. Dal 2003 è consecutivamente a Toronto, Miami, di nuovo Toronto ed infine Houston.
E proprio dal Texas, il 19 febbraio 2009, come pedina di una trade a tre finisce ad Orlando in qualità di sostituto dell’infortunato Jameer Nelson. Meno ordinato ma più imprevedibile, è Alston a condurre i Magic fino alle Finals.
E così, le sliding doors che dovevano opporre due figli di Lower Merion in realtà mettono di fronte il figlio d’arte in missione per affermarsi definitivamente e il genio intermittente venuto dalla strada. Il quale non riuscirà a sovvertire il pronostico, ma poco importa: in fondo, a prescindere dal risultato del campo, Rafer Alston ha comunque vinto, visto che ancora oggi viene ricordato come l’unico streetballer in grado di costruirsi una carriera solida nel circus della NBA.
