Nelle ultime settimane di mercato Nba, una delle squadre più scatenate sul mercato sono i Sacramento Kings. Dopo l’arrivo di Bogdan Bogdanovic nei primi giorni di free agency, sono arrivate anche le firme di George Hill e Zach Randolph a rinforzare il roster della franchigia californiana.
Affare fatto: Bogdan Bogdanovic è ufficialmente un giocatore dei Sacramento Kings
Il ventiquattrenne serbo, ormai ex giocatore del Fenerbache, emigrerà nel campionato Nba assieme al connazionale Milos Teodosic, che nelle ultime ore è diventato promesso sposo dei LA Clippers.

Bogdanovic e Bobby Dixon nella scorsa stagione compagni di squadra al Fenerbache
Bogdanovic dopo una strepitosa stagione sotto la guida di coach Zelimir Obradovic, ha messo in mostra il suo talento cristallino, dimostrando ancora una volta di essere uno dei grandi protagonisti dell’imminente rassegna continentale di EuroBasket con la maglia della nazionale serba.
Il giocatore, dopo aver annunciato di aver siglato un accordo triennale con la franchigia californiana sulla base di 27 milioni di dollari di ingaggio, ha ora ottenuto l’accordo anche fra le due società. Secondo David Pick, nelle ultime ore i Sacramento Kings hanno pagato l’intero prezzo del buyout del giocatore serbo concludendo così definitivamente l’affare fra le due squadre.
La franchigia californiana, sempre secondo questa fonte, ha pagato ben 850 mila dollari il buyout di Bogdan Bogdanovic, che dalla prossima stagione sarà la matricola più pagata della storia della Nba.


e tempo non di guerra”. Logico e fisiologico quindi che un popolo abituato alle ricostruzioni riesca a porre velocemente e bene le basi per il rilancio di quella che è la selezione di punta dell’intero movimento sportivo locale. Undicesimi ad Atene 2004 e Tokyo 2006, noni all’Eurobasket casalingo del 2005: segnali scoraggianti, preludio al quattordicesimo posto di Spagna 2007. Da lì, la risalita: le qualificazioni all’Europeo polacco che videro i serbi superare l’Italia, l’argento immediato nel 2009 contro la Armada Invencible e in un batter d’occhio siamo arrivati fino al 2016.
Già, la tradizione, quella che se avessimo seguito anche noi, ora staremmo festeggiando il viaggio olimpico. Perché i serbi, al contrario di noi, sono a Rio perché hanno seguito il solco tracciato da chi è venuto prima di loro. Noi e il nostro postmodernismo fatto di showtime, penetrazioni a testa bassa, isolamenti, triple, cose fatte strane, siamo rimasti a casa, mentre la Serbia ha raggiunto il risultato con le sue antichità sempre attuali: nella propria metà campo aiuto e recupero, difensori distanti dall’attaccante ma non troppo, marcatura fisica solo nella zona della palla e sotto canestro, mentre in attacco movimento costante di uomini e pallone, circolazione interno-esterno ed esterno-interno, e giocatori che, prendendo posizione, lasciano sguarnita una porzione del campo che occupata in corsa dal tagliante diventa non difendibile. Sasha Djordjevic con pochi semplici accorgimenti, ha impostato una nazionale che inseguiva l’obiettivo a cinque cerchi dal 2004. Oltre a questo, alla fine ha fatto la differenza l’identità volitiva della Serbia più forte di sempre, che è



