“Chi chiamerai?”. Quando ha una dinastia da iniziare, quando hai un talento potenziale da far esplodere, quando devi scacciare il fantasma della sconfitta ed evocare lo spirito della vittoria? Molte volte, per qualcuno, la risposta è stata la stessa: “Svetislav Pesic”.
Sigla.
L’uomo della cittadella
Non si può scindere la carriera di Pesic dal luogo in cui viene. Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia.
Nata come colonia per mercanti sulle sponde del Danubio, il bel Danubio blu, nel 1684, attorno alla fortezza di Petrovaradino. Una città relativamente recente, dunque.
Ecco, qui abbiamo già tutti gli elementi-chiave del nostro racconto. Pesic ha la scaltrezza del mercante, la resistenza della fortezza e il fascino del Danubio.
Ovunque ovunque ha visto opportunità, soprattutto quelle più impensabili: le ha cavalcate, ha spinto al massimo e ha raggiunto traguardi.
Come quando nel 1993 gli fu chiesto di guidare la nazionale tedesca da poco riunita. Veniva da un decennio nel poco più che anonimo Bosna. Fu subito oro europeo, senza Schrempf, con Welp eroe dalla lunetta.
Come quando nel 2005 una Virtus Roma presa dal turbinio di coach gli affidò la prima squadra. Mezzo anno, poi la finale di Coppa Italia, ottenuta anche se persa contro Napoli (fatto da non sottostimare).
Come quando fu chiamato al Valencia nel novembre 2010, e per poco non impediva al Real Madrid (allenato da Lele Molin) di accedere alle sue prime Final Four dal 1995.
Come quando nel 2012 al Bayern Monaco decisero di investire pesantemente nel basket, giusto per provare a controbilanciare il calcio, scelsero Pesic che in due anni conquistò promozione e campionato maggiore.
Momenti di gloria
Pesic, però, non ha saputo solo vincere contro tutti e contro tutto. Gli hanno anche affidato squadre competitive, e da quelle ha cavato fuori il meglio.
L’ultima Jugoslavia (con)vincente, prima della crisi e della successiva rinascita, aveva la sua impronta. In due anni portò a casa l’Eurobasket 2001 e i Mondiali 2002.
Non contento, lo chiamarono a Barcellona dove avevano un bisogno disperato di vincere. Avevano le risorse, ma non la capacità.
Pesic sfilò uno dei suoi pretoriani in nazionale, Bodiroga, al connazionale Obradovic e Fucka all’Italia. Fece tris: campionato, Coppa del Re, Eurolega.
E che dire di quella stagione, l’unica, in cui Girona decise di costruire uno squadrone? Era il 2006/2007, e i catalani gli chiesero di indirizzare le loro ambizioni.
Vinsero la FIBA EuroCup, con Bagaric, Fucka, Thorton, Middleton e due giovani che sarebbero diventati famosi: San Emeterio e Marc Gasol.
Quello che doveva essere un grande ciclo si chiuse lì per problemi economici, ma intanto Girona era apparsa sulla mappa del basket che conta.
Non è uno simpatico, Pesic. È duro, spigoloso, ferreo, e spinge i suoi al limite massimo delle forze fisiche. Saras Jasikevicius nella sua autobiografia ricorda con tremore i suoi allenamenti.
Ma c’è un motivo se al PalaEur nei giorni in cui Giovanni Paolo II lasciava questa terra, apparve lo striscione “Pesic santo subito”.






