Quasi 200 euro di multa per una bandiera. Non per un insulto, non per un gesto di provocazione, ma per aver mostrato (per 10 secondi) una bandiera palestinese sugli spalti. È successo a Luca Paladini, consigliere regionale lombardo che, prima di Olimpia Milano–Hapoel Tel Aviv, ha deciso di compiere un gesto tanto semplice quanto simbolico: ricordare, in silenzio, un popolo sotto assedio.
Un agente in borghese lo ha avvicinato, gli ha chiesto i documenti e lo ha invitato a “mettere via la bandiera”. Nessuna tensione, nessun disordine. Solo una richiesta surreale, che dieci giorni dopo si è trasformata in una multa salata. La motivazione? Una generica violazione delle “regole interne del palasport”. Una formula vuota, che suona come un alibi burocratico per giustificare l’ingiustificabile.
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Nel momento in cui un gesto pacifico viene trattato come un’infrazione, la scala dei valori si capovolge: chi invoca pace viene zittito, chi mostra empatia viene considerato scomodo. È come se esibire una bandiera, un semplice drappo di stoffa, potesse minacciare l’ordine pubblico più di mille cori offensivi.
Eppure, il palazzetto dello sport dovrebbe essere il luogo della libertà, dell’incontro, dell’umanità condivisa. Non il tempio dell’indifferenza. Paladini non ha insultato nessuno, non ha contestato atleti israeliani, non ha cercato lo scontro. Ha semplicemente ricordato, con una bandiera, che altrove, mentre qui si gioca, c’erano vite sospese tra macerie e sirene.
Ciò che spaventa, forse, non è la bandiera in sé, ma il significato che porta con sé: la richiesta di non dimenticare. E in un tempo in cui la memoria sembra un atto politico, chi la esercita rischia la multa.
Paladini ha detto: “Non va bene. Non va bene per niente.” E ha ragione. Perché, se oggi la pace diventa un problema, allora è segno che il problema siamo noi.


