Da una parte c’è chi ha fatto la storia, nel vero senso dalla parola, dall’altra invece c’è chi alla postseason è arrivato per il rotto della cuffia, con delle vistose difficoltà. Il verdetto sembra già essere scritto ma è meglio aspettare che sia il campo a decretare il team vincente dal più classico dei testa-coda: la portaerei dei Golden State Warriors affronterà gli Houston Rockets in un primo turno di playoff NBA che non dovrebbe regalare grosse sorprese (almeno sulla carta).
Confronti in regular season: 3-o per GSW.
Nella passata annata, Warriors e Rockets si sono incontrati alle Western Conference Finals: i futuri campioni in carica spazzarono via con un secco 4-1 la franchigia texana che, precedentemente, riuscì a rimontare e a vincere la serie sul 3-1 a favore dei Los Angeles Clippers.
GOLDEN STATE WARRIORS (73-9)
La franchigia della Baia viene da una regular season letteralmente da sogno, in cui partita dopo partita, sono stati ammazzati record su record, senza pietà. Alla fine, il famigerato ruolino di marcia dei Chicago Bulls 1995/96 è stato battuto dopo un lungo tira e molla fatto di prove di forza soprattutto contro le altre contender, come Cleveland Cavaliers e San Antonio Spurs. Senza contare c’è la lunghissima striscia di 54 partite vinte tra le mura all’Oracle Arena interrotta solo dai carismatici Boston Celtics. La squadra, di diritto, è entrata nell’Olimpo della NBA, ma ora bisogna completare l’opera compiendo il repeat.

Stephen Curry e Draymond Green, stelle dei Golden State Warriors.
La corrente di pensiero instaurato lo scorso anno da Steve Kerr non è solo consolidata, ma migliorata: circolazione di palla, ritmi di gioco altissimi, tiri da tre a volontà e una difesa aggressiva costituiscono una ricetta che ha portato i suoi frutti già nel 2015, dove è arrivata la vittoria del titolo ai danni dei Cleveland Cavaliers con un 4-2 nella serie finale. La filosofia dello small ball, basata su un run and gun di ‘dantoniana’ memoria ma decisamente affinato, ha dato e continua a dare i propri frutti: la banda di Oakland è la prima franchigia per punti segnati (112.5 ogni 100 possessi) e assist compiuti. Inoltre, il gruppo sembra essere più maturo e consapevole dei propri mezzi, motivato a infilare di nuovo l’Anello al dito. Ripetersi, negli sport di squadra, è realmente dura, ma una corazzata come questa non può non essere considerata di nuovo la strafavorita alla vittoria finale.
A trascinare i suoi, sul parquet, ci sarà Stephen Curry, spauracchio anche per la difesa più arcigna dell’intera lega. Il numero 30 in questa stagione ha alzato ancora di più l’asticella, punendo gli avversari con delle prodezze fantascientifiche e con le sue triple, suo marchio di fabbrica indistinguibile: nella stagione regolare ormai archiviata è stato il miglior marcatore in assoluto (circa 30 punti di media) e ha infilato dal perimetro circa 402 tiri, una cifra mai raggiunta da nessuno in precedenza. Ci si aspetta dunque che il suo rendimento da star continui anche nella postseason. L’anno scorso infatti, qualcuno ebbe da storcere il naso di fronte alle sue prestazioni non proprio brillanti, soprattutto alle Finals. Fare bene è obbligatorio. Ad accompagnarlo nel tortuoso cammino, oltre a Klay Thompson, c’è un Draymond Green divenuto una vera e propria chiave di volta del sistema di gioco di squadra. Specialista nel pick and roll con Curry, pregevole assistman e arguto difensore: un giocatore pressochè totale, che potrà dire la sua tenendo conto anche dei numeri messi a referto. In 81 gare disputate il prodotto di Michigan State ha racimolato una media di 14 punti, 9.5 rimbalzi e 7.4 assist. E poi ci sono gli scudieri sempre affidabili: da Harrison Barnes, ad Andrew Bogut, passando per Andre Iguodala, Leandro Barbosa e Shaun Livingston. Se a livello tecnico è attualmente difficile trovare delle sbavature, qualche piccolo inconveniente potrebbe presentarsi sul piano psicologico. Dopo aver dominato in lungo e largo finora, la pressione mediatica (e non solo) potrebbe giocare qualche brutto scherzetto ai giocatori. I diversi traguardi battuti e l’eccessiva voglia di fare risultato potrebbe spingere i giocatori ad essere troppo frenetici durante i momenti chiave, dove invece serve lucidità. Kerr dovrà infatti stare attento a mantenere la calma all’interno dello spogliatoio, perchè i Warriors sono praticamente condannati a vincere e, per farlo, serve tanta concentrazione. Occhio a dunque ad eventuali blackout.
HOUSTON ROCKETS (41-41)
I razzi alla fine ce l’hanno fatta: per la quarta volta consecutiva, in poche parole da quando James Harden è approdato a Houston, i Rockets sono arrivati a quella tanto agognata postseason. Il posto è dei più scomodi, ma anche loro ci sono. Ottavi, come nel 2013, e, sempre come nel 2013, con ancora nel destino gli Utah Jazz, arrivati noni in entrambe le occasioni. Allora furono i Jazz a rischiare il rimontone, complice un mese d’aprile così così per la squadra allenata da Kevin McHale. Rimontone non riuscito, al contrario di quello targato Houston 2016. Per una qualificazione nella Western Conference con una percentuale così bisogna tornare indietro al secolo scorso (Minnesota Timberwolves del ’99, 25-25 il record nell’anno del lockout). Quest’anno non è stato per nulla all’altezza di aspettative e recente passato. Quasi per tutta la corsa fuori dalla zona playoff, un Harden che definire a corrente alternata è un eufemismo, una campagna acquisti totalmente fallimentare (preso solo Ty Lawson, un playmaker che con Harden si sapeva non potesse giocare, e ceduto Josh Smith senza che nessuno prendesse il suo posto) e quel cambio di guida tecnica che sembrava tanto dire “Ci proveremo il prossimo anno”. Eppure i texani, non complici unici del proprio destino, sono riusciti a ritrovarsi. Come?

Dwight Howard e James Harden.
Con un James Harden tornato ai livelli dell’anno scorso (34.8 punti di media ad aprile con quasi il 50% dal campo, ed a marzo le medie sono state poco inferiori), quelle 2-3 certezze che l’anno scorso avevano dato solidità alla squadra (Patrick Beverley playmaker titolare ed il rientro di Donatas Motiejunas) e finalmente quel sesto-uomo/combo-forward che serviva come il pane in casa Houston, ovvero Michael Beasley (tornato dalla Cina con furore e voglia di dimostrare tanto). Tutto bello, ma di premi per essere arrivati ottavi non ne danno in NBA. Ora serve un’impresa veramente epica per far sì che le ultime fatiche non siano servite solo per accontentare i tifosi dei Rockets che non ci credevano più. Gli avversari sono i peggiori di tutti, una squadra che di punti deboli non sa cosa sono. Al contrario dei Rockets, ed uno è dei più importanti per andare avanti nei playoff, ovvero la difesa: la squadra di Houston è 25esima per punti concessi (106.4 a partita). Stessa cosa per quanto riguarda la gestione di alcuni possessi: le palle perse sono tantissime (15.2 a partita, ma da questo punto di vista i Warriors non sono messi tanto meglio con 14.9) ed il giro-palla non è dei migliori (a metà classifica per assist in game). Ed in ambo i casi (difesa e T/O), Harden è stato decisivo (primo per turnover in tutta l’NBA con 4.6 a partita). Decisivo è però anche su un altro aspetto ‘difensivo’ da non sottovalutare in cui i Rockets eccellono, ovvero le steal: la squadra di Houston è la squadra con più rubate di tutta l’NBA (10 per partita), con Ariza (2), Harden (1.7) e Beverley (1.3) che eccellono nella classifica. Non a caso infatti sono la terza squadra in tutta l’NBA per quanto riguarda i Fast Break Points. I Rockets sono una squadra veloce che per vincere deve correre e ragionare magari meno.
L’upset sembra impossibile, ma vi sono un paio di situazioni su cui si può lavorare per far si che ciò possa accadere. La prima è la marcatura ‘ad personam’. Beverley su Curry ha sempre difeso bene (come su quasi chiunque del resto). Nei 2 precedenti stagionali, il probabile MVP del 2016 ha tirato con il 40% dal campo e con il 18% da 3 con Beverley in campo (media di 12.5 punti ed un +/- da -5.5). Il playmaker ex Arkansas, Dnipro e Spartak San Pietroburgo difensivamente è uno dei migliori playmaker NBA. Da questa sfida passerà tanto di questa serie. Certo poi ci vorrà anche un Dwight Howard in versione Superman: contro i Warriors il centro ha spesso fatto bene. Nelle scorse Finals di Conference ha disputato un’ottima serie, conclusasi con una media di 14.4 punti e 14.4 rimbalzi a partita. Vi è però anche da aggiungere che ai lunghi avversari i Warriors lasciano sempre più spazio rispetto agli altri giocatori, quindi il dominio eventuale di Howard potrebbe non voler dire (anzi) un dominio Rockets. Di supereroi quindi ne serviranno due, e l’altro ovviamente deve essere Harden: il Barba ha ritrovato la vena realizzativa della scorsa stagione, e nei playoff è solitamente implacabile. Forse troppo prevedibile (numero 1 nelle giocate in isolamento con 556 possessi sfruttati in quel modo), a volte reiterato (e deleterio quando tira con percentuali non da MVP), ma efficace. Serve un pò più di applicazione difensiva (che non è una cortesia, ma un dovere) ed allora i Rockets avranno qualche chance.
PRONOSTICO DELLA SERIE
Il colpaccio degli uomini di J.B. Bickerstaff, allo stato delle cose, sembra veramente improbabile. Tuttavia la disputa potrebbe concludersi con un 4-1 per il team di Oakland, tenendo conto di un possibile scatto d’orgoglio da parte dei texani che, seppur abbiano delle lacune non da poco, mentalmente sono ‘liberi’ e non hanno l’intenzione di svolgere il ruolo di sparring partner.
(Daniele Maggio e Simone Scumaci)


