Pensi al basket a Oakland, e subito ti vengono in mente i Golden State Warriors. Che ora sono stabilmente a San Francisco, ma fino al 2019 giocavano ad Oakland.
E allora via, a ricordare il decennale del primo dei titoli della dinasty. E i protagonisti: Steph Curry, Klay Thompson, Draymond Green, Andre Iguodala, Kevin Durant, ma anche i vari Shaun Livingston, David West o James McAdoo.
Oakland, però, non è stata solo coltivatrice di talenti giunti lì da altrove. È infatti altresì florida la tradizione di campioni della pallacanestro a cui ha dato i natali.
Qualche esempio? Gary Payton, Antonio Davis, Greg Foster, Brian Shaw, JR Rider, Drew Gooden, Leon Powe, Damian Lillard ed il Don Barksdale di cui abbiamo parlato di recente. A questi va inoltre aggiunto anche quel Jason Kidd i cui primi vagiti sono sì stati a San Francisco, ma che è cresciuto nella middle class più abbiente di Oakland.
Tutti volti ben noti, che hanno calcato i parquet della NBA e regalato emozioni (ed in qualche caso anche titoli) agli spettatori sugli spalti e davanti agli schermi. Al più bravo di tutti, invece, hanno dedicato un documentario. E per i motivi sbagliati.
Va subito specificato: il giudizio sul talento non nasce da una nostra valutazione, magari condizionata da qualche venatura nostalgica. O, peggio ancora, dall’intenzione di stupire con un colpo ad effetto.
No, ad incoronare Demetrius Mitchell, per tutti “Hook”, come miglior baller di sempre uscito da Oakland, sono stati loro, gli ex-colleghi. E lo hanno fatto quando ancora giocavano.
Lui no, lui era già in carcere. Da quattro anni, da quando ne aveva trentuno, dopo che a fine 1999 aveva inscenato una rapina ad un Blockbuster (ah, questi ricordi giurassici, quando non c’era Netflix…) che si era poi trasformata in una condanna per rapina a mano armata.
Era partito come uno scherzo, con una pistola giocattolo. Il fatto che il gioco gli avesse preso la mano, fruttandogli 4500 dollari, era il meno: il problema vero è che “Hook” era recidivo.
Era stato arrestato per furto una prima volta nel 1987. Una sorta di naturale evoluzione, per uno che dai dieci ai diciassette anni aveva fatto tutta la trafila completa: marijuana, cocaina, eroina.
Un’infanzia travagliata, la sua, come tante di cui si ha avuto notizia, e molte altre che invece resteranno anonime. Nel mezzo, anche il basket, tra gli altri alla McClymonds High School (una stagione) con il già menzionato Antonio Davis.
Fece una nuova tappa nelle patrie galere qualche anno dopo, per possesso d’armi illegale, e per aver tentato di vendere della cocaina ad un agente infiltrato. Insomma, non benissimo.
Eppure… eppure oltre a questo c’è molto di più. C’è la stima autentica di chi lo ha visto sul campo, di chi può candidamente testimoniare quale fosse la sua classe in campo.
“Non c’è paragone con Gary, me, Greg Foster, Antonio Davis o Brian Shaw”, sostenne Jason Kidd nel documentario dedicato alla vita di Mitchell, Hooked-The Legend of Demetrius Hook Mitchell. Gli fece eco proprio Shaw: “Era superiore a tutti noi”.
“Aveva tutto ciò che serviva per essere un giocatore NBA di primo livello” si accodò Antonio Davis. Già, ma cosa? “Si è vista solo una volta una schiacciata di 360° sopra una macchina, e molta gente ai giorni nostri ancora non crede a questa storia” chiosò un giovane Drew Gooden.
Ancora più preciso fu Gary Payton: “Era una leggenda dei playground, perché era 1.75 e faceva salti incredibili. Sapeva fare tutto tutto quello che voleva. È probabilmente uno degli migliori a non essere mai arrivato in NBA”.
Sulla stessa lunghezza d’onda sempre Kidd: “Aveva il pacchetto completo, e amava il gioco”. Perché c’era anche il tiro, of course.
“Hook tirava da fuori bene come tutti. Trattava la palla alla maniera di Iverson o Marbury o altri simili. Aveva lo stesso killer instinct o la competitività di Gary Payton o Michael Jordan. Tutto questo in uno di 1.75” secondo Shaw.
Mitchell in effetti è poi diventato una leggenda della pallacanestro, ma di quella carceraria. Dove alternava momenti in cui metteva in ritmo i compagni ad altri in cui cercava, e non di rado trovava, la conclusione personale, meglio se spettacolare, con finte o appoggi al tabellone in reverse.
Ma la vera specialità della casa, ovviamente, sono sempre state le schiacciate. Saltando sopra alternativamente, raccontano i testimoni, alla già accennata auto, ad una motocicletta o una coppia intenta a baciarsi, tanto per fare qualche esempio.
Hook resterà dunque una leggenda del playground o del basket dietro le sbarre. Ma proprio dietro le sbarre ha incontrato la fede, convertendosi all’islam e prendendo anche il nome Waliyy Abdur Rahim.
Nel 2021 si era persino diffusa la notizia che fosse morto, chiaramente di overdose. Proprio lui, che avviando, come tanti baller in precedenza, un progetto per aiutare ragazzi socialmente fragili a non commettere i suoi stessi errori, aveva provato a risorgere.





