Finisce un’altra settimana in NBA. Non solo, anche il primo mese di regular season se n’è andato, veloce come il vento. Nell’appuntamento odierno con ‘Three Points’ faremo i primi bilanci su alcuni aspetti di ciò che si è visto (o non si è visto) sul parquet.
1 – Triple (double) MVP

I tre principali candidati MVP. Da sinistra: Russell Westbrook, LeBron James e James Harden
In questi primi scampoli di stagione ci sono tre stelle che stanno brillando più delle altre. Finisse oggi la regular season, il titolo di MVP sarebbe appannaggio esclusivo dei ‘signori della tripla-doppia’: Russell Westbrook, LeBron James e James Harden.
Dei tre, il nome meno sorprendente è quello di Westbrook, la cui candidatura a MVP stagionale era una delle più facilmente pronosticabili.
Il playmaker (se vogliamo definirlo così) degli Oklahoma City Thunder è ‘Mr. Triple-Double’ per eccellenza. La scorsa stagione aveva eguagliato il record di Magic Johnson con diciotto triple-doppie, ora è a quota nove, di cui quattro consecutive…in venti partite!
Tra queste nove ‘prestazioni totali’ ne spicca una da 51 punti, 13 rimbalzi e 10 assist contro i Phoenix Suns.
Il numero 0 sta letteralmente riscrivendo la storia di questa specialità; attualmente viaggia ad una tripla-doppia DI MEDIA (solo Oscar Robertson riuscì nell’incredibile impresa di chiudere a dieci o più punti, rimbalzi e assist a partita alla fine della regular season) ed è al sesto posto nella classifica all-time con quarantasei (e il tassametro corre selvaggio).
Subito dietro di lui (ma a quota sessanta contando anche la post-season) c’è un altro giocatore abituato a ‘flirtare’ con la Storia. Si chiama LeBron Raymone James, ne dovreste aver sentito parlare qualche volta…
L’inizio di stagione di King James rappresenta il primo, evidente errore dei nostri pronostici della vigilia. Altro che “farà il minimo indispensabile, ‘passeggiando’ fino ai playoff”… Il Re non sta certo esagerando, ma il suo novembre è senza alcuna discussione un mese da MVP. LeBron ha cominciato il primo anno da campioni NBA dei Cleveland Cavaliers come assoluto trascinatore. Vero e proprio ispiratore per i compagni (chiedere a Kevin Love che, anche grazie ai ‘rifornimenti’ del Prescelto, ha sfoderato un leggendario primo quarto da 34 punti contro Portland), il numero 23 viaggia ad una media di 8.1 rimbalzi e 9.3 assist, entrambi career-high se si smettesse ora. Il tutto accompagnato da un più che onesto 23.5 alla voce “punti”. Non certo le cifre di chi considera la regular season una sorta di ‘passatempo’. Rimanendo in tema “Storia”, LBJ al momento è il decimo miglior marcatore NBA di sempre ed ha appena scavalcato nientemeno che Bob Cousy al sedicesimo posto della classifica degli assist.
Meno abituale, invece, trovare l’ambita doppia cifra a tre voci statistiche di fianco al nome di James Harden. Dopo averlo fatto per tre volte nell’intero 2015/16, il Barba è già a quota cinque in questa nuova stagione.
L’arrivo di Mike D’Antoni e la decisione di quest’ultimo di rendere Harden il playmaker degli Houston Rockets ha letteralmente ‘sciolto le catene’ al barbuto numero 13. L’ex giocatore dei Thunder si è trasformato in un’autentica ‘macchina da assist’. Attualmente Harden è il miglior passatore dell’intera NBA (con il secondo e il terzo posto occupati da… Westbrook e James, chi altrimenti?!) e i suoi Rockets viaggiano ai piani alti della Western Conference.
Per lui, così come per Westbrook, le chance di vincere il primo, maledetto MVP in carriera dipenderanno con ogni probabilità dal buon piazzamento finale delle rispettive squadre, sul quale per ora è meglio non azzardarsi a scommettere.
2 – I centri (no-no-no) non sono più quelli di una volta

DeMarcus Cousins festeggia così dopo una tripla
Sarebbe più o meno questo (qui espresso in forma ‘caparezziana’) il pensiero di Appassionato 1 e Appassionato 2.
Appassionato 1 si era fatto ibernare nel 2002, dopo aver visto Shaquillle O’Neal trascinare i Los Angeles Lakers al terzo titolo NBA consecutivo, mentre Appassionato 2 aveva smesso di seguire la pallacanestro due anni fa, evidentemente troppo scosso dal ritorno a Cleveland di LeBron James.
Appassionato 1 e Appassionato 2 sono da poco tornati a seguire la NBA e, con una sensazione di disorientamento sempre più forte, si interrogano su che fine abbiano fatto i centri che erano abituati a conoscere.
Non bisogna necessariamente tornare agli anni di Hakeem Olajuwon, David Robinson e Patrick Ewing per capire come il concetto di ‘pivot’ (parola estremamente cara agli enigmisti di tutta Italia) stia assumendo significati sempre più diversi. E il discorso sarebbe fin troppo semplice se prendessimo come esempio giocatori ‘rivoluzionari’ come Anthony Davis o Karl-Anthony Towns, peraltro non inquadrabili in alcun ruolo.
Aiutiamoci con alcune statistiche (fonte: Basketball Reference), relative al totale dei tiri da tre punti realizzati in relazione a quelli tentati:
DeMarcus Cousins (Sacramento Kings, 211 cm per 122 kg): 11/61 nel periodo 2010-2015, 70/210 nel 2015/16, 30/77 (39%) nelle prime 18 partite di questa stagione.
Marc Gasol (Memphis Grizzlies, 216 cm per 115 kg): 12/66 nel periodo 2008-2016, 27/64 (42%) nelle prime 18 partite di questa stagione.
Brook Lopez (Brooklyn Nets, 213 cm per 124 kg): 0/7 nel periodo 2009-2014, 3/24 nel periodo 2014-2016, 28/76 (37%) nelle prime 15 partite di questa stagione.
Al Horford (Boston Celtics, 208 cm per 111 kg): 21/65 nel periodo 2007-2015, 88/256 nel 2015/16, 10/26 (38.5%) in sole 8 partite di questa stagione.
Parlando di giocatori dalle caratteristiche simili, ma approdati in NBA solamente negli ultimi due anni, troviamo:
Myles Turner (Indiana Pacers, 211 cm per 110 kg): 3/14 nel 2015/16, 6/21 (29%) nelle prime 18 partite di questa stagione.
Joel Embiid (Phialdelphia 76ers, 213 cm per 113 kg): 15/30 (50%) nelle prime 12 partite di questa stagione.
Non ci vuole chissà quale analista per dedurre che, nelle ultime due stagioni, qualcosa sia radicalmente cambiato.
I giocatori presi a campione, contrariamente ai già citati Davis e Towns, hanno tutte le caratteristiche fisiche dei ‘centroni’ vecchia maniera tanto cari ad Appassionato 1 e ai suoi amici nostalgici. Da quanto leggiamo (e vediamo), però, questi atleti hanno sviluppato un’arma fino a poco tempo fa impensabile per gli standard del ruolo: il tiro da fuori.
Succede così che il minore dei fratelli Gasol decida una partita (contro i Clippers il 16 novembre) con una tripla dall’angolo degna del miglior Ray Allen. Oppure che Cousins rifili cinque ‘bombe’ agli Houston Rockets, manco fosse Stephen Curry.
I benefici sono innegabili, soprattutto sul piano tattico; avere un seven footer come Lopez o Horford in grado di essere pericoloso anche a 7,25 metri dal canestro tiene lontano anche il suo diretto marcatore (solitamente un cosiddetto ‘rim protector’, incaricato di controllare l’area), creando infiniti spazi per le penetrazioni dei ‘piccoli’.
Questa rapida evoluzione del Gioco, avviata dai Phoenix Suns di Mike D’Antoni e accelerata dalle recenti vittorie di Miami Heat, San Antonio Spurs e Golden State Warriors, ha portato ad una situazione in cui non esistono più le classiche posizioni ‘da uno a cinque’. Sebbene ci siano ancora playmaker ‘puri’ alla Rajon Rondo e ‘centroni’ monodimensionali come DeAndre Jordan, Hassan Whiteside o Andre Drummond, è innegabile che la tendenza sia quella di avere giocatori sempre più versatili, in grado di fare sempre più cose sul terreno di gioco. Le abbaglianti doti dei vari Davis e Towns, veri e propri ‘prodotti da laboratorio’ (di Giannis Antetokounmpo non parliamo nemmeno, è fuori concorso), sono la dimostrazione di ciò a cui sta portando questo trend.
Alla faccia degli amici di Appassionato 1, che si ostinano a pensare che “era meglio prima”…
3 – Il ragazzo si farà…

Alcuni prospetti del draft 2016 in compagnia di Adam Silver. Da sinistra. Buddy Hield, Ben Simmons, Brandon Ingram e Kris Dunn
Il primo mese di regular season ci ha detto che i rookie della classe 2016 sono ancora in fase di ‘rodaggio’.
Nella scorsa stagione erano bastate pochissime partite a Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis per conquistare il centro del palcoscenico con le loro straordinarie performance.
Quest’anno, invece, solo un giocatore è finora emerso dal mucchio. Si tratta di Joel Embiid, il quale non può però essere considerato una matricola come le altre. Il centro camerunese è alla prima stagione in carriera, ma ha comunque alle spalle due anni (seppur condizionati dai continui problemi al piede) di allenamenti con i compagni a livello NBA (lasciamo perdere il fatto che gli ultimi Sixers sembravano tutto, fuorchè “a livello NBA”…). Dietro al super favorito per il premio di Rookie Of The Year c’è praticamente il vuoto.
Tra coloro che, lo scorso giugno, hanno stretto la mano di Adam Silver, il giocatore che finora ha avuto più minuti è stato Brandon Ingram dei Lakers a quota 25.5 (Andrew Harrison di Memphis, 26.5 a sera, è reduce da un anno di D-League), seguito da Dario Saric di Philadelphia a 25.1. Tutti gli altri sono sotto i 23. Tanto per avere qualche riferimento, il suddetto Towns aveva chiuso la stagione di debutto con 32.0 minuti di media, mentre Porzingis si era dovuto accontentare di 28.5 minuti.
A livello realizzativo, l’attuale top scorer è Jamal Murray dei Denver Nuggets. Per lui 10.4 punti a partita, valore condizionato soprattutto dai tre ‘ventelli’ fatti registrare la scorsa settimana. Lontani anni luce gli attesissimi Ingram (7.7 ppg), Buddy Hield (7.0) e Jaylen Brown (5.2). Solo Saric (9.1 punti e 5.9 rimbalzi), altro rookie ‘atipico’ (chiamato al draft 2014 ma rimasto due anni a ‘farsi le ossa’ in Europa), sta tenendo ritmi simili al compagno di squadra Embiid (18.2 punti, 7.8 rimbalzi).
Il difficoltoso inizio di questi giovanissimi talenti ha fatto tornare d’attualità una questione mai del tutto sopita: è giusto che un prospetto possa lasciare il college dopo un solo anno? Non sarebbe meglio obbligarlo a seguire gli esempi di giocatori come Stephen Curry e Damian Lillard (senza scomodare i vari Jordan, Magic e Bird), rimasti più tempo all’università e arrivati pronti al grande salto?
Probabilmente una revisione in tal senso del regolamento apporterebbe benefici alla qualità del college basketball. Con a disposizione un roster stabile per più stagioni, i grandissimi allenatori universitari non sarebbero più costretti a ‘fare i numeri’ per mettere in campo squadre formate da diciottenni fenomenali, ma con la mente già proiettata al draft.
A livello NBA, però, ci sarebbe poi tutta questa differenza?
Innanzitutto, non tutti si chiamano Jordan, Johnson o Bird, e nemmeno Curry o Lillard. Inoltre, ci sono giocatori come Kevin Garnett, Kobe Bryant o LeBron James che al college non sono nemmeno andati, eppure sembra abbiano avuto delle carriere dignitose…
L’impatto con il mondo del professionismo è (e sarà) durissimo per chiunque, a prescindere dal tempo trascorso ‘sui banchi’ (?). Misurarsi con i pari età collegiali, forti o grossi che siano, non sarà mai come competere con i migliori atleti del pianeta. Lasciamo dunque che sia la NBA, come direbbero i Club Dogo “la strada maestra di vita”, anche a costo di dover pazientare qualche anno. D’altronde, per restare in ambito canoro (anche se di tutt’altro genere), “il ragazzo si farà” diceva De Gregori. Se un giocatore vale davvero, prima o poi avrà tempo e modo per dimostrarlo.














