La storia del basket jugoslavo, le origini del mito della grandiosa cultura cestistica nei paesi dell’ex Jugoslavia.
«Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d’oltre mare. I vecchi dissero: “Ci sarà la guerra!”. Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla. Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia?!? Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo».
Nedžad Maksumić, Indicazioni stradali sparse per terra
Nella notte fra il 5 ed il 6 aprile 1979 gli abitanti di Sarajevo camminavano festanti per le strade della città. La gente usciva di casa e sciamava. I caffè e i bar di Baščaršija erano pieni: birra, pivo, a iosa mentre gli altoparlanti trasmettevano ad alto volume le canzoni dei Bjelo Dugme. I sarajevesi percorrevano in gran numero i viali che corrono lungo il fiume Miljacka, capannelli di persone festanti occupavano involontariamente il ponte Vrbanja nel quartiere di Grbavica, stessa sorte per il ponte Latino, più a est, dove il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip uccise l’arciduca Franz Ferdinand. Un altro viadotto era però ancor più meta di un pellegrinaggio collettivo e non perché fosse stato progettato da Gustave Eiffel. Il ponte portava infatti allo Skenderija, la casa del Bosna Sarajevo una delle compagini cestistiche della città. Quelle, infatti, non erano anticipazioni rumorose delle celebrazioni del giorno seguente, il 34° anniversario della liberazione della città da parte dei partigiani dall’oppressione nazista, ma bensì i festeggiamenti per la prima affermazione jugoslava in Eurolega. Tutti gli abitanti della città cosmopolita celebravano lo storico momento sportivo e non potevano immaginare che appena tredici anni dopo la città si sarebbe trovata innanzi alle violenze di una guerra. Il 5 aprile 1992 durante una manifestazione pacifica Suada Diliberović e Olga Sučić, due partecipanti al corteo, vennero freddate da cecchini divenendo così le prime vittime dell’assedio di Sarajevo. Le due vennero uccise sul ponte Vrbanja che divenne, in loro onore, Ponte Suada e Olga; poco più di un anno dopo, in pieno assedio, sullo stesso ponte venne uccisa una coppia di fidanzati, divenuti anch’essi, loro malgrado, un simbolo della follia della guerra.
Ma chi poteva immaginare tutto ciò in quella notte di inizio primavera del 1979 in cui la vita scorreva dolce come le acque del fiume Drina e come quella filastrocca, poi litania, recitante: “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo Tito”?
Bosna Sarajevo: Welcome to Sarajevo

Il demiurgo della prima vittoria in Eurolega di una squadra jugo è Bogdan Boša Tanjević, raccontare parte della sua vita è anche raccontare il successo del Bosna Sarajevo in quella notte di inizio aprile.
Tanjević nacque nel febbraio del 1947 a Pljevlja in Montenegro (nella stessa cittadina nel 1966 è nato il volubile talento cestistico Žarko Paspalj: un finale di carriera alla Virtus Bologna, svariati titoli fra Jugoslavia, Grecia e Francia e una manciata di partite con gli Spurs voluto fortissimamente da Popovich, allora solo assistente). Quando aveva appena quattro anni i genitori si trasferirono a Sarajevo a causa del lavoro del padre, ufficiale dell’esercito. Fin dalle scuole elementari Bogdan iniziò a giocare a pallacanestro ma la svolta avvenne quando, durante gli anni universitari a Belgrado, venne aggregato all’OKK Belgrado del fenomeno assoluto Radivoj Korać. Appena ventiquattrenne e senza grandissime soddisfazioni (il ciclo dell’OKK era finito), Tanjević abbandonò il parquet per trasferirsi sulla panchina come allenatore e nell’estate 1971 approdò ad un club della sua città adottiva: il Bosna. La squadra, che esisteva da vent’anni e stagnava nelle acque melmose delle categorie cadette, non aveva mai conosciuto l’ebrezza della massima serie. Il materiale umano e sportivo però non mancava, un esempio: l’ala montenegrina Žarko Varajić già nel roster da un paio di stagioni e futuro nono nella classifica dei più grandi realizzatori del campionato jugoslavo. Il giovane allenatore realizzò un buon colpo di mercato quando mise sotto contratto, soffiandola al Partizan, la guardia serba Svetislav Kari Pešić. La quasi assente differenza d’età fra l’allenatore ed i giocatori non scalfì l’autorità del primo, il cui genio fu ravvisabile nell’ascesa al fulmicotone del club al massimo livello competitivo nazionale ed europeo.
Alla prima stagione, 1971-72, i bordo-bijeli (bianco-marroni) si guadagnano l’accesso alla Prva savezna košarkaška liga, la massima divisione cestistica jugoslava. Data cardine il 28 aprile 1972. In uno Skenderija zeppo di settemila spettatori il Bosna si giocò il primato della serie cadetta in una stracittadina contrapposto allo Željezničar, la cui sezione calcistica poche settimane dopo avrebbe conquistato il campionato. Nonostante entrambi i quintetti fossero già virtualmente promossi, quella sera al palazzetto v’era un clima rovente – era pur sempre un derby – e Boša, che da giovanissimo aveva militato nello Zeljo, dopo quasi un anno di inattività, scese in campo e giocò parte del match. Il risultato finale premiò i ragazzi dell’allenatore montenegrino che ebbero la meglio sui Plavi: 65-59.
Durante gli anni novanta la sezione baskettara dello Željezničar smise di esistere, mentre il Bosna non ha mai avuto una sezione footballistica, attirando su di sé però le simpatie dei tifosi pallonari del FK Sarajevo a causa della comunanza dei colori delle divise. Le differenze, ormai scomparse, fra lo Željezničar ed il ticket Sarajevo-Bosna risiedevano nella differenze sociali e culturali delle rispettive tifoserie: il primo raccoglieva le simpatie delle classi lavoratrici dei quartieri periferici della città, mentre i secondi erano supportati dalle élites bosgnacche del centro.
In vista della prima stagione nella massima serie l’allenatore rinforzò i suoi acquistando il sedicenne bosniaco Ratko Raša Radovanović ed un genio diciottenne con già quattro stagioni (40 punti di media a partita) in prima squadra nello Sloboda Tuzla (squadra da poco scomparsa e primo club di Mirza Teletović): Mirza Kinđe Delibašić. Il mitologico Sergio Tavčar, voce storica del basket made in YU trasmesso da TV Koper, nel suo libro La Jugoslavia, il basket e un telecronista, ha raccontato di avere visto all’opera Mirza quando questo era ancora un sedicenne: «Dalla panchina si levò uno dei più lunghi […] pensai che fosse un pivot […] A mia grande sorpresa il neo entrato si posizionò addirittura nella posizione di play ed in una delle prime azioni ubriacò con un paio di palleggi fra le gambe il difensore […] si arrestò poco oltre la metà campo e scoccò un tiro con una tecnica di stordente bellezza che si infilò con un trionfale schiocco a canestro. Poco dopo, sempre da metà campo, partì dal palleggio una terribile fiondata di solo polso che trovò un compagno liberissimo sotto canestro». Crescendo Delibašić (1.97 cm per 86 kg) affinò ulteriormente le sue incredibili qualità. Era un giocatore coordinatissimo, molto veloce, longilineo, dotato di un controllo di palla ultraterreno (tutto carezze e frustate: aveva avuto un’adolescenza da prodigio tennistico), morbido ed etereo nella corsa (favorito da un’infanzia in cui si era cimentato nella danza classica) ed in campo risultava divertente, estroverso e fantasioso. Lo Skenderija elesse subito a proprio beniamino quella guardia atea figlia di musulmani e Mirza contraccambiò l’amore dei supporters con finte brucianti e controfinte umilianti. Sempre Tavčar ricorda come il ragazzo di Tuzla fosse la pedina in grado di far fare al quintetto il salto di qualità: «Bogdan Tanjević aveva assemblato una squadra a sua immagine e somiglianza con giocatori soprattutto forti e reattivi fisicamente […], duttili tatticamente ma disciplinati e ben inquadrati nel suo sistema di gioco»; secondo il giornalista il roster era di ottimo livello vista la presenza di un “buonissimo” playmaker (Pešić), di un’“ala potentissima” (Varajić) e di “due combattenti” (Anto Djogić e Zdravko Čečur). «Gli mancava però il fenomeno». Le modalità di acquisto, di quello che per molti è stato il miglior cestista jugoslavo di sempre, raccontano molto del carattere estroverso ed un filino visionario di Tanjević che nottetempo si presentò alla porta dei genitori di Mirza e «sciorinando tutte le sue doti, oserei dire puramente balcaniche, di imbonitore ed istrione […] dopo aver intontito tutti con i suoi altisonanti discorsi sulla necessità che un giocatore bosniaco facesse finalmente la fortuna di una squadra bosniaca e cose del genere […] imbarcò il giocatore sulla macchina portandolo a Sarajevo poche ore prima che venissero gli emissari della Zvezda che si trovarono, attoniti, a dover rientrare a Belgrado con le pive nel sacco».
Nonostante la buona ossatura della squadra e l’innesto del divino Kinđe per il Bosna la prima stagione in Prva Liga non fu una passeggiata: si classificò dodicesimo. L’anno successivo l’andazzo migliorò sensibilmente ed i bordo-bijeli giunsero quarti accedendo per la prima volta nella loro storia ad una manifestazione europea: la Coppa Korać. Le cose però nella stagione 1974-75 peggiorarono giacché coach Tanjević, dopo aver guidato la nazionale jugoslava under-18 all’oro Europeo, si assentò per tutta l’annata a causa del servizio militare. Il ritorno in panca di Boša nel 1975-76 portò i suoi frutti: terzo posto in campionato ed accesso nuovamente alla Coppa Korać. La stagione 1976-77 per il Sarajevo fu un autentico psicodramma. I bordo-bijeli, anche soprannominati studenti, persero alla terz’ultima giornata contro la Jugoplastika Spalato di coach Skansi e alla penultima contro lo Zara vanificando il vantaggio fin lì guadagnato e vedendosi raggiunti al primo posto della classifica proprio dagli spalatini. Fu necessaria, quindi, una gara di spareggio, giocata nel ribollente Hala Pionir di Belgrado, casa del Partizan dove pochi giorni dopo Varese perse (77-78) la finale di Eurolega contro il Maccabi Tel Aviv. Il trend dell’incontro sembrò sorridere ai bosniaci (+8 a meno di tre minuti dalla sirena) ma proprio negli istanti finali Damir Šolman – che poche settimane dopo si sarebbe accasato al Vigevano – siglò il canestro vincente per i suoi, finì 98-96 e per il Bosna fu una beffa incredibile. Le cose non andarono meglio in Coppa Korać dove i ragazzi di Tanjević furono eliminati ai quarti.
Bosna Sarajevo: Sarajevo, ljubavi moja
Nel 1976 il cantante bosniaco di origine italiana Kemal Monteno spopolò in Jugoslavia con una canzone ancor oggi molto conosciuta: Sarajevo, ljubavi moja (Sarajevo, amore mio), questa solo in apparenza si rivolge ad una donna, invero è un autentico atto d’amore verso la capitale bosniaca, vera destinataria del pezzo. Non è difficile immaginare che tifosi e giocatori bordo-bijeli apprezzassero, legati com’erano alla città, la canzone.
Il Bosna Sarajevo si rifece ampiamente nella stagione successiva, la magica annata 1977-78, vincendo sia il campionato sia la coppa nazionale. L’allenatore aveva aggregato ad una rosa già dimostratasi competitiva due giovanissimi bosniaci di ottime speranze che non tradirono le aspettative: Sabahudin Bilalović e Sabit Hadžić (morto pochi mesi fa). Va ricordato che il coach poteva contare su quattro atleti divenuti campioni d’Europa con la Jugoslavia poche settimane prima (Ante Đogić, Delibašić, Radovanović e Varajić) e che due di questi (Kinđe e Raša) un anno dopo sarebbero divenuti Campioni del Mondo sempre con la propria rappresentativa. Con un record nella Prva savezna košarkaška liga di 23 vittorie e 3 sconfitte la compagine fece il vuoto in classifica volando in completa solitudine verso il titolo. Sergio Tavčar ha così commentato nel suo libro la vittoria del Bosna Sarajevo: «La visione di Bogdan Tanjević si era dunque avverata: per la prima volta nella storia il titolo jugoslavo era uscito dal triangolo delle Repubbliche più sviluppate, Serbia, Croazia e Slovenia approdando in Bosnia dove solo 10 anni prima praticamente il basket non esisteva se non a livello locale. Ed anche questo fatto contribuì non poco a far ricordare la mitica stagione ‘77-’78 come quella più memorabile di tutta la storia del basket jugoslavo. Il successo del Bosna fu accolto in modo trionfale a Sarajevo ed il basket sfondò anche in quella che era considerata una regione monomaniaca per il calcio». Senza storia anche la finale di coppa nazionale (disputata a Šabac) dove gli studenti si imposero sul Radnički Belgrado con un sicuro 98-87. Tanjević a trentuno anno aveva già vinto tutto in patria. Il Bosna Sarajevo arrivò anche in finale di Korać dove affrontò il temibile Partizan Belgrado della futura guardia pesarese Dragan Kica Kićanović – attuale console serbo in Italia e già uno dei più grandi di sempre del basket europeo – e dell’ala Dražen Praja Dalipagić – altro fenomeno assoluto che più avanti avrebbe giocato anche per la Reyer con la quale in una giornata di campionato siglò 70 punti. La finale, disputata a Banja Luka nella Bosnia a maggioranza serba, fu un incontro di lacrime, sudore e sangue. Alla fine del secondo tempo i quintetti erano in parità (101-101) e nell’extra time i belgradesi trovarono la vittoria (117-110). Fondamentali le prestazioni di Kica (33 punti) e di Praja (48 punti).
Arriviamo, quindi, all’Eurolega 1978-79. Il Bosna venne inserito nel girone E comprendente i cecoslovacchi del Brno, gli albanesi del Partizan Tirana e i ciprioti del Limmassol; raggruppamento senz’ombra di dubbio agevole. Gli incontri si disputarono fra novembre ed inizio dicembre. Il Sarajevo perse solo in casa dei cecoslovacchi (90-89). Seguì un girone dantesco di semifinale a sei squadre: Varese (5 Euroleghe nel suo palmares, finalista perdente della precedente edizione), Real Madrid (6 Euroleghe nel carniere e campione in carica), Maccabi Tel Aviv (vincitrice dell’Eurolega 1976-77), Olympiakos (quattro volte campioni di Grecia) e Badalona (campioni di Spagna in carica dopo essere riusciti a fermare il decennale dominio del Real). Le semifinali si disputarono fra gennaio e marzo 1979 ed alla prima il Bosna ospitò il Real dei fenomeni Juan Antonio Corbalán (uno dei più grandi cestisti di sempre di Spagna), Wayne Brabender e Walter Szczerbiak. Poco male perché gli jugoslavi li regolano (114-109) all’extra time (il secondo tempo era terminato sul 100-100); ottima la prova di Delibašić che a referto ne mise 33. La trasferta in terra israeliana si rivelò durissima ed il Maccabi vinse con largo margine (97-70). In casa il Sarajevo ritrovò la vittoria (85-84) anche grazie ad un’ottima prova di Radovanović (29 punti). Al Palasport Lino Oldrini ci fu un’ulteriore sconfitta (92-73). Il trend continuò nello stesso modo: vittoria casalinga (72-69) contro l’Olympiakos (Delibašić siglò 24 punti) e sconfitta esterna (95-89) contro il Real Madrid (Delibašić e Radovanović misero a referto 20 punti ciascuno). Seguirono quindi quattro vittorie altisonanti: contro il Maccabi della fenomenale guardia Miki Berkovich (101-87; Varajić fece 41 punti, Delibašić e Radovanović 21), in Catalogna (94-98; 41 punti di Delibašić, 22 Varajić, 21 Radovanović), contro Varese (104-85; con quarantina scarsa, 38, di Delibašić) e all’ombra del Partenone (83-88; 27 i punti marcati da Kinđe).
Al Palais des Sports di Grenoble, catino da 12mila posti e sede della finale, si qualificarono Varese come prima e il Bosna, secondo. Le squadre ci arrivarono con opposti stati d’animo. Per la Emerson, alla decima finale consecutiva, disputare l’atto conclusivo della manifestazione faceva lo stesso effetto di bere un bicchiere d’acqua, ma un infortunio al mitico Dino Meneghin non faceva presagire nulla di buono. Gli jugoslavi dal canto loro potevano giovarsi di un’età media più fresca ma erano, ancora una volta, dati come sfavoriti. La partita fu equilibratissima e si risolse solo negli ultimi minuti. Dopo 4’ il Bosna conduceva per 16-8, ma i vecchi leoni di Varese al 16° minuto di gioco avevano ribaltato il match: 31-36. Alla fine del primo tempo però il Bosna era nuovamente avanti, 45-43. Nella seconda metà di gara i balcanici cercarono ripetutamente di allungare. L’entrata in campo di Meneghin riportò prepotentemente in gioco Varese, ma a quel punto Varajić salì in cattedra e gli studenti presero il volo: a tre minuti dalla fine si portarono sul 90-77; la difesa a zona italiana favorì molto la verve realizzativa dalla distanza dei ragazzi di Tanjević ed il ritorno di Varese fu inutile giacché alla sirena il punteggio recitava Sarajevo 96-Emerson 93. Delibašić regalò la solita sontuosa prestazione – 30 punti (14/23 da due) – Radovanović ne mise a referto 10, ma chi rubò la scena e regalò la prestazione della vita fu Varajić che, in un’epoca in cui non esistevano i tiri da tre, siglò 45 punti (14/22 da due, 17/21 tiri liberi), nessuno in finale ne aveva mai fatti tanti e nessuno saprà fare di meglio: è un record tuttora imbattuto. Il Bosna Sarajevo fu una delle pochissime squadre a vincere il trofeo senza la presenza di stranieri nel roster. Tanjević divenne campione d’Europa a trentadue anni. Poiché la perfezione non è di questo mondo ai giocatori jugoslavi non venne consegnata la vera Eurolega ma un trofeo scrauso comprato in un negozietto fuori dallo stadio: i detentori del Real Madrid si erano scordati di inviarlo a Grenoble!
E a Sarajevo la gente uscì di casa felice per festeggiare ignara che pochi anni dopo ci sarebbe stata la fine della nazione, l’assedio della città con i suoi tragici momenti: i massacri di Markale, la quasi distruzione della Nacionalna i univerzitetska biblioteka Bosne i Hercegovine (“S’alzano i roghi in cupe vampe, brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani, bruciano i libri: possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri” avrebbe poi cantato il C.S.I.), gli stupri e la pulizia etnica…
Bosna Sarajevo: whatever happened?
Bogdan Boša–Boscia Tanjević ha allenato il Bosna Sarajevo per un’altra stagione, vincendo nuovamente il campionato jugoslavo dopodiché ha iniziato a portare a spasso per il continente la propria leggenda vincendo ancora moltissimo. Sotto la sua guida la nazionale italiana ha vinto l’Europeo 1999. Possiede il non invidiabilissimo record di finali di Coppa Korać perse: cinque. Da tempo vive in Italia perché il vecchio Boša è sempre stato uno di noi.
Žarko Varajić ha smesso di giocare nel 1984. Sfollato durante l’assedio di Sarajevo perse tutte le medaglie della sua carriera. Anni dopo un collezionista, che ne aveva comprate alcune da soldataglia senza scrupoli, gliele rese. È rimasto nel mondo del basket con ruoli istituzionali.
Svetislav Kari Pešić ha iniziato la carriera di allenatore proprio al Bosna Sarajevo con cui ha vinto un campionato ed una coppa nazionale. È stato l’ultimo l’allenatore a portare la squadra almeno alle semifinali di Eurolega (1984). Ha allenato e vinto molto in Germania. È l’attuale tecnico del Barcelona con cui nel 2003 ha vinto l’Eurolega.
Ratko Raša Radovanović, medaglia d’oro olimpica a Mosca 1980, ha lasciato il Bosna nel 1983 per vestire la canotta dei parigini dello Stade Français, ha poi giocato per la Reyer Venezia assieme al connazionale Dražen Praja Dalipagić. Da poco più di un mese è D.S. dello KK Sloboda Užice.
Mirza Kinđe Delibašić, medaglia d’oro olimpica a Mosca 1980 e decimo marcatore di sempre della nazionale jugoslava, nel 1981 si è trasferito al Real Madrid dove ha condiviso lo spogliatoio con Dalipagić, formando con Praja una coppia ancor oggi ricordata con enorme affetto dai tifosi blancos. In Spagna però il suo matrimonio è naufragato e Mirza ha aumentato a dismisura la grappa balcanica e le sigarette. Tanjević, coach a Caserta, lo ha convinto a raggiungerlo per rivitalizzarlo ma dopo poche settimane dal trasferimento un ictus ha interrotto la carriera, a nemmeno trent’anni, del numero 12. È tornato con scarse finanze a Sarajevo, dove è rimasto anche quando la città era sotto assedio rifiutando le proposte degli ex compagni del Real di trasferirsi in Spagna ed entrare nella dirigenza del Madrid: «La mia città sta morendo. Rimango qui, morirò insieme ad essa». Nella capitale bosniaca ha rischiato più volte la vita sia per i bombardamenti sia per i rastrellamenti delle milizie serbe che lo cercavano. Dopo la guerra per un paio d’anni è stato l’allenatore della Bosnia-Erzegovina. Ha quindi iniziato il praticantato da avvocato ma un carcinoma polmonare lo ha spento nel dicembre 2001. Da allora il palazzetto del Bosna Sarajevo è stato chiamato Arena Mirza Delibašić.
«Lontano, il rimorchiatore ha fischiato; il suo richiamo ha passato il ponte, ancora un’arcata, un’altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutte le chiatte del fiume tutte, e la città intera, e il cielo e la campagna, e noi, tutto si portava via, anche la Senna, tutto, che non se ne parli più».
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte
Artwork by Marija Markovic
Nella prossima puntata vedremo il cammino europeo della Cibona Zagabria nelle stagioni 1984-85 e 1985-86.

