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Knicks, l’angolo del tifoso: il mio viaggio a New York

di Matteo Meschi
knicks madison square garden

Quello che vi riportiamo qui sotto è l’appassionato e divertente racconto di Phre, membro dello staff di Orgoglio Knicks Italiano, il quale ha deciso di condividere con noi il ricordo del suo viaggio di nozze a New York, tra aneddoti e episodi di ogni genere. Avete paura che si tratti del solito racconto sdolcinato di un neo-sposo? Non temete: l’unico vero amore di cui sentirete parlare sarà quello per il basket e per la sua squadra del cuore, i New York Knicks.

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“O say can you see, by the dawn’s early light…”

Tolgo il cappello, chiudo gli occhi, voglio godermi ogni momento. Una ragazza sta cantando l’inno nazionale e intorno a me nessuno osa fiatare. La quiete prima della tempesta. A breve si scatenerà l’inferno.

“And the rocket’s red glare…”

La partita sta per iniziare. Ma non ora, non ora. Mi godo ancora quei pochi secondi di pace prima che avvenga la trasformazione in animale da tifo.

“And the home of the braaaaaave!”

Via.

4 dicembre 2012

Il cuore mi batte all’impazzata. Sono su un treno che mi sta portando da Brindisi a Milano. Lì, il giorno dopo, prenderò l’aereo. Sì, quell’aereo che ormai aspetto da tempo. Poco meno di 3 mesi fa ho sposato Daniela, la mia ragazza dai tempi del liceo, e il viaggio di nozze non poteva che essere lì, nella Grande Mela, New York City, la città che non dorme mai.

Anch’io sono a digiuno di sonno. Non ho chiuso occhio tanta è l’eccitazione per il viaggio. Il viaggio in treno è lungo, stancante, vorrei già essere su quell’aereo.

Siamo a Milano, stazione centrale. Ci dirigiamo in aeroporto. Abbiamo deciso che passeremo la notte nel terminal, per poi prendere l’aereo l’indomani mattina. Ci buttiamo in sala d’aspetto e proviamo a riposare.

Suona la sveglia, i nostri occhi sono gonfi, ma stiamo partendo per gli States, quindi chissene. Andiamo nei bagni, ci rinfreschiamo come meglio possiamo e ci dirigiamo a fare il check-in.

Non poteva andare tutto per il meglio, ovviamente. Siamo costretti a pagare un supplemento per il bagaglio a mano poiché supera di mezzo centimetro le dimensioni consentite. Di nuovo, chissene. Andiamo a New York.

Il volo prevede uno scalo a Londra, ma l’eccitazione è in crescendo, quindi non ci rendiamo conto di nulla e, imbottiti di melatonina, arriviamo al JFK.

Inizialmente avevamo pensato di risparmiare e di arrivare al nostro alloggio con la navetta o con la metro, ma siamo a pezzi e prendiamo il primo taxi disponibile, appena fuori dall’aeroporto. Con 45$ più la mancia siamo a destinazione, Harlem.

Alloggiamo presso una fantastica guest house nel cuore del quartiere nero di Manhattan, la Maison D’art, gestita da due gentilissime ragazze francesi. La camera è enorme, con bagno privato e angolo cottura. Abbiamo anche a disposizione la macchina per il caffè.

Daniela si fa subito una doccia. Io accendo la TV. Ora, alzi la mano chi sta pensando “sei a New York e guardi la TV?”. Sì, davano New York Knicks vs Charlotte Bobcats. Avevate dubbi? 

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Tocca a me ora fare la doccia. Oh, non vedevo l’ora. Erano praticamente 48 ore che non toccavo acqua calda. La partita è finita, abbiamo vinto di 2 punti. Non sarà l’unica partita che vinceremo in quei 10 giorni a NY.

E’ tardi, siamo a pezzi, ma la voglia di esplorare la città è tanta, quindi un rapido giro a Times Square è d’obbligo. Nella metro è pieno di cartelloni dei Knicks e io mi sento come un bambino in overdose da saccarosio.

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Dopo cena si torna in camera distrutti, ma con un sorriso a 32 denti stampato sul volto. Sono a casa.

Ora, vi starete sicuramente chiedendo per quanto dovrò ammorbarvi con un diario di viaggio e quando si parlerà finalmente di basket. Tranquilli! Farò un fast-forward ogni volta che non si parlerà dei Knicks.

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Detto fatto. 6 dicembre, mezzogiorno.

Siamo in giro già da qualche ora. Abbiamo fatto colazione da Dunkin Donuts e abbiamo fatto un giro per Central Park. So dove voglio andare ora, ho visto già un paio di cartelloni pubblicitari. Fifth avenue, NBA Store.

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Vengo accolto da un signore di mezza età che mi dice sorridendo: “I like your hair”. Ho i capelli tinti di bianco, si fanno notare. Stringo gioviale la mano del signore e sono pronto alla perdizione. Distese di cappelli (segnatevela questa, si parlerà per anni del “Cappellino”), t-shirt, jersey, pantaloncini, scarpe e qualsiasi altra diavoleria la mente umana possa aver associato alla NBA.

Inutile dire che faccio incetta di TUTTO: cappelli, magliette, pigiama, scarpe, tutine per bambini (no, non sono ancora papà, ma volete mettere la maglietta bimbo “My first Knicks Tee”?), tazze, tutto. Ok, ho speso praticamente metà del mio solito stipendio mensile, ma sono soddisfatto come non mai. Saluto nuovamente il gentile signore all’entrata e, affamati, ci dirigiamo da Subway.

Facciamo un salto avanti di qualche ora. Siamo ai piedi di uno dei palazzi più famosi al mondo, l’Empire State Building, ambientazione di innumerevoli film e serie TV. Entriamo, facciamo il biglietto e ci dirigiamo verso l’entrata. La sicurezza ci ferma: “Stop!”“Cristo, che ho fatto?” penso. “Nice shoes”, mi fa il ragazzo. Ho ai piedi le Melo M8 Advance comprate qualche ora prima. “You a Knicks’ fan?” continua l’addetto alla sicurezza. “Yup, diehard italian Knicks fan” ribatto io. Vedo l’estasi esplodere nei suoi occhi. Chiama tutti i suoi colleghi spiegandogli la situazione e tutti si congratulano con me per qualcosa che in realtà non ho fatto. Deve fargli strano sapere che qualcuno a 7.000 km di distanza possa tifare così tanto la squadra della loro città. Batto un po’ di high five qui e là, manco fossi Melo in persona, e salgo sulla cima dell’Empire. Spettacolo incredibile, vista mozzafiato, ma non sono i Knicks. Fast-forward.

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7 dicembre 2012, sera.

Abbiamo appena visitato Ground Zero, la tristezza è stampata sui nostri volti. Un’atmosfera indescrivibile.

Ora però si torna verso downtown,  perché c’è una cosa che ancora non ho fatto. Ci sono passato la sera prima, ma c’era un concerto e frotte di ragazzini mi impedivano l’avvicinamento. Sì, avete capito. La Mecca. Il Garden. Me ne sto lì di fronte, impalato, a fissare la scritta. Madison. Square. Garden.

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Entro. I piedi sono pesanti, le mani quasi tremano. Mi guardo intorno e a momenti non capisco che sono davvero lì. “Stai piangendo?” dice Daniela. “No, devo essermi raffreddato” rispondo tirando su con il naso e asciugandomi gli occhi. Sì, stavo piangendo. Blu e arancio, blu e arancio ovunque. Faccio foto a qualsiasi cosa mi capiti a tiro, anche al pavimento. Sono nel Garden e, per la prima volta, non è un sogno

Nel letto, quella sera, l’unica cosa che riuscirò a pensare sarà che da lì a due giorni sarò di nuovo al Garden, ma questa volta… a tifare.

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9 dicembre.

Il giorno del ballo è finalmente arrivato. Ho comprato i biglietti da mesi, prima ancora dei biglietti aerei. Ospiteremo i Nuggets al Garden. Vago per la città come uno zombie, non riesco a pensare ad altro se non alla partita che fra qualche ora sarà di scena in quel palazzone ubicato sopra Penn Station.

Mancano due ore all’incontro e ci dirigiamo alla fermata della metro più vicina. Cappello e felpa dei Knicks, sotto una t-shirt di Melo e le M8 ai piedi. Sottobraccio ho due cartelloni che fra poche ore manderanno tutti i tifosi in visibilio. Arriviamo al Garden e la prima cosa che faccio è comprare la manona con la scritta che recita “Fan #1”. Mostriamo i biglietti agli stewart e di corsa di dirigiamo verso i nostri posti. Scopro con immensa gioia che i suddetti posti, molto vicini al parquet, ci permettono di assistere al riscaldamento a condizione di non mettere piede in campo e di non importunare i giocatori. C’è già Amar’e in campo che fa qualche tiro.

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Tiro fuori il primo cartellone e glielo sbatto in faccia. Recita “ITALIAN KNICKS PRIDE”. Stat non mi degna di uno sguardo, ma uno dei fotografi del palazzetto mi nota e chiede se può farmi una foto. Con tutto il “pride” del mondo, alzo il cartellone più in alto che posso e “cheese”.

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Nel frattempo vedo un gruppetto di ragazzini radunati a bordo campo e Amar’e nel mezzo intento a firmare autografi. Lancio il cartellone a Daniela, mi fiondo sulla folla, tolgo il cappello dalla testa, glielo porgo e BAM! Firmato! Nascerà così la leggenda del “Cappellino”.

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Torno da Daniela contento come Babbo Natale a Disneyland, sotto cocaina, che fa sesso (10 punti a chi coglie la citazione). Mostro il “Cappellino” e torno a bordo campo. Ora ci sono anche Tyson, Iman, JR e Novak. Scatto un paio di foto, ma è tempo di tornare ai nostri posti. Inizia ad arrivare molta gente e la partita sta per iniziare.

Parte la musichetta, quella che poi diventerà la sigla del nostro podcast e tutto ciò che ricordo è che non riuscivo a smetterla di gridare. Urlavo i nomi dei giocatori, urlavo frasi sconnesse, metà in inglese e metà in italiano. Insomma, urlavo.

Tip-off. La partita ha inizio e io deliro, tutto intorno a me è sfocato. Riesco solo a vedere i giocatori in campo. E’ giunta l’ora di tirare fuori il secondo cartellone, quello che farà sballare tutti. BOOM! Il nirvana. “Straight from Italy on honeymoon, just to see Melo scores like a dragoon”. I tifosi intorno a me esplodono. Tutti mi chiedono di alzarlo su il più possibile. Tutti vogliono vederlo. Tutti vogliono fare una foto. Nailed it, direbbero loro. Quello che è successo dopo lo ricordo solo grazie a testimonianze video dove si può sentire un demone urlare ininterrottamente per più di due ore. No, non vi farò vedere quei video, rischierei l’internamento. Così, fra un “NOVAKAINEEE” e un “CARMELO ANTHOOOUNY” e l’alternarsi di cartelloni, la partita finisce. Il Jumbotron recita 112-106 per la squadra di casa. La mia prima partita al Garden e abbiamo vinto. Ho rimediato un autografo. Cosa può chiedere di più un tifoso?

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————————————————————————————-Salto temporale di 24 ore. E’ la sera del 10 dicembre.

Sono in uno Starbucks del Greenwich Village. Ho appena visitato il palazzo dei ragazzi di Friends, un altro sogno avverato. Mi connetto al WiFi della caffetteria e scorro distrattamente la timeline di Twitter sorseggiando il mio adorato caffè americano, quando un retweet salta alla mia attenzione.

“Corri! Corri più veloce che puoi!” urlo a Daniela. Non capisce. Con fare convulso le mostro il tweet. Capisce. Corsa contro il tempo. Apro la mappa e cerco la fermata della metro più vicina.

Sono le 18:50 e siamo all’entrata dell’Apple Store. “We’re here to meet Stat” faccio al commesso. “Who?” mi guarda lui perplesso. Who, il cazzo. “Stat, Amar’e Stoudemire” insisto. Fa spallucce. Un collega mi sente, “this way”. “Oh, the basketball player” sento che dice il primo commesso. Ci mettiamo in fila e “that’s all” dicono i commessi. Siamo gli ultimi e lo siamo per un soffio. Un secondo dopo e non sarei riuscito ad incontrarlo. Ci spiegano che possiamo scegliere se fare una foto o fare un autografo. Non so come ma ho ancora il cartellone con me e per un attimo penso che potrei farlo autografare per poi appenderlo in casa. No, ho già un autografo. Sì, il “Cappellino”. E foto sia. “How ya doin’?” mi dice con voce grave. Tremo. Gli stringo la mano. “Huge fan from Italy” balbetto. Cheese. Altra pietra miliare di questo meraviglioso viaggio.

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Passano i giorni. Gli addetti alla sicurezza mi fermano e si congratulano con me un po’ dovunque quando scoprono che sono un tifoso Knicks. Non è difficile notarlo. Non ricordo un giorno dove sono andato in giro vestito senza un accessorio blu-arancio.

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Arriva il 13 dicembre.

E’ il mio penultimo giorno nella Grande Mela, poi partirò per Chicago.

Quella sera al Garden ospiteremo i Lakers, ma io non sarò lì a tifare Knicks. Questa partita è stata in ballottaggio con quella contro i Nuggets, ma è stata scartata per via dei costi troppo elevati dei biglietti.

Siamo in camera per lavarci dopo una mattinata in giro per la città. “Dai andiamo”, sento dire da Daniela mentre sono sotto la doccia. Esco con l’asciugamano attorno la vita. “Andiamo dove?”, chiedo curioso. “A vedere la partita, no?”. Ah, forse dovevo precisare sin dal principio che mia moglie tifa Lakers. “Non abbiamo i biglietti”, ribatto mogio. Gira il Macbook verso di me. E’ aperta la pagina di Stubhub. Sono stati messi in vendita due biglietti all’ultimo momento, ad un prezzo addirittura inferiore a quelli della partita di qualche giorno fa. “E’ fatta!” esclamo. Acquisto i biglietti, corro giù per le scale a chiedere alla gentile proprietaria se può stamparli. Torno su, mi vesto e dritti in metro. Non ci credo, sto tornando al Garden.

Siamo nuovamente a bordo campo, solo che questa volta siamo dalla parte dei gialloviola. Mi si para davanti Metta e immediatamente ho gli occhi a cuoricino. Come quelli di Sailor Moon, per intenderci. Poi lo raggiunge Nash. Mi godo estasiato qualche drill dei due. Nel frattempo, dall’altro lato del parquet, scorgo Rasheed. Quante leggende del basket ho visto in così pochi giorni. Gli stewart ci invitano a tornare ai nostri posti, la palla a due è vicina. La partita scorre piacevolmente, il tifo è più accesso. Preso dall’euforia, durante un timeout, mi alzo in piedi e prima che possa rendermene conto urlo un “D’ANTONI SUCA!”. Sì, sono un eroe, lo so.

Questa volta non ho portato i cartelloni. La volta precedente mi hanno impedito di apparire sul maxi-schermo. Questa volta veniamo inquadrati e colgo l’occasione al volo per gridare “ITALIAN KNICKS PRIDE” a tutta l’America, battendo i pugni sul petto, manco fossi un gorilla.

Partita più divertente rispetto alla precedente. Beh, vedere giocare Kobe, anche se non si tifa Lakers, non è cosa da tutti i giorni. La partita finisce. Anche questa è vinta. 116-107 recita il tabellone.

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Prima di andare via, faccio la conoscenza di due fenomeni vestiti da Spider-Man, uno tutto blu, uno tutto arancione. Fenomeni veri.

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Saluto il Garden, so che non lo rivedrò più. Non nel futuro prossimo, quantomeno. La malinconia è tanta, ma la gioia lo è di più. Due partite, tanti giocatori a pochi metri, un autografo, una foto, tante grida. Ho sfogato anni di tifo col silenziatore in due soli giorni. Potevo davvero vedere la gioia dei tifosi casalinghi nel vedere un italiano così carico.

Esperienza meravigliosa, questa di New York. Le aspettative erano altissime e sono state tutte ripagate.

Dopodomani partirò alla volta di Chicago. Città ancora più tifosa, se possibile. Noterò che persino i McDonald’s espongono memorabilia firmate MJ. La città trasuda sport e lo sport è parte pulsante di questa città. Ma, ehi, questa è un’altra storia.

Per NBA Passion e Knicks Italia.

Phre

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