Bologna, esterno notte, giugno di un decennio esatto fa. Tifosi bardati di biancoblù scemano fuori dal Madison di Piazza Azzarita, notevolmente amareggiati. L’Aquila, per la prima volta in stagione, è caduta tra le mura amiche. Vittorie consecutive casalinghe nell’ordine della quarantina, ma la memoria forse ci inganna e a confortarla non troviamo, ahinoi, statistiche. Poco male, perché come direbbero gli americani non bisogna permettere alla verità di rovinare una bella storia. La Effe con scudetto sul petto in post season ha prima surclassato Biella e poi ingaggiato un duello all’ultimo nervo contro Napoli, con provocazioni e reazioni da ambo le parti, compresa una 360 con sguardo incendiario di un già allora incosciente Marco Belinelli. Vinta alla quinta, i biancoblù griffati Climamio si trovano momentaneamente con il fiato corto. Ma quel “momentaneamente” è un tempo troppo lungo e un’occasione troppo ghiotta, che nella grande classica della prima metà del millennio la Benetton Treviso.

Su quella panchina, dopo che la stessa Fortitudo aveva fatto la parte del leone in tutti gli incontri stagionali, sorride il coach. David Blatt. Questa piccola perla pescata dalla memoria tratteggia inevitabilmente coach bostoniano come una persona speciale, o comunque quantomeno uno che la sua materia, la palla spicchi, la conosce e la capisce. Blatt fin da allora impressionò chi scrive, e in dieci anni il sentimento (perché di quelli sempre e comunque si tratta quando si ha a che fare con lo sport, e non fatevi ingannare da chi si riempie la bocca della parola “obiettività”, concetto che peraltro è intrinsecamente estraneo alla natura umana), il sentimento, dicevamo, non è cambiato. Anzi, dei due forse è addirittura aumentato: dal titolo europeo dell’anno successivo vinto con la Russia in Spagna contro i padroni di casa al ritorno al Maccabi dell’estate 2010, dalla finale di Eurolega persa dai gialloblù contro il Pana di Obradovic qualche mese dopo al bronzo olimpico del 2012 (con quella sconfitta sospetta della Roja contro il Brasile…), fino al successo del 2014 nella massima kermesse continentale per club e il successivo, giustissimo, salto in NBA. Il come è proseguita l’avventura è storia nota.

Qui vogliamo fare un po’ di chiarezza, e già che ci siamo un po’ di polemica. Abbiamo letto pareri illustri e meno illustri, profondi filosofi della domenica e professionisti del senno di poi che hanno vergato su blog e post dei social network la loro profetica saggezza, descrivendo David Blatt come uno dalla colonna vertebrale di burro, incapace di dire “beo” a un Prescelto qualsiasi. L’unica risposta plausibile che sovviene è quell’ “Humbug!” di Ebenezer Scrooge che non ha una precisa traduzione nella nostra lingua, ma insomma designa qualcosa tra il poco sensato e il fumoso. Spieghiamo. Considerazione uno: Blatt, con una credibilità ancora da costruire a un livello dove la credibilità di un allenatore è tutto, si è trovato subito a relazionarsi quello che, ad oggi, è il personaggio più influente del mondo NBA, il quale personaggio dopo essersene andato in malo modo da casa sua quattro anni prima a casa sua tornava ci per vincere, per vincere subito, non concedendo quindi troppo credito al suo nuovo coach, come d’altronde non ne aveva concesso a Spoelstra nel 2010 chiedendone subito la testa. Considerazione due: coach Erik da Evanston aveva dalla sua un rapporto consolidato con Pat Riley e D-Wade, e dunque per la prima volta LBJ si era sentito rispondere di no. Già, per la prima volta, perché come i fatti ampiamente documentano, ai Cavs 1.0 il Re aveva diritto di voto e di veto su tutto, concesso nella spasmodica speranza che portasse a Cleveland un po’ di oreficeria. Il ritorno in Ohio ha coinciso con un ritorno alle sane cattive abitudini, sempre con l’obiettivo del titulo in testa: LeBron davanti, e tutti gli altri a seguire. Considerazione tre: con tali premesse, avendo tale valore, era minimo minimo ovvio che James fosse trattato con i guanti da Blatt, magari con qualche indicazione (eufemismo) dalla dirigenza che può aver ricordato al suo allenatore di pensare a preservare un asset che ha anche valore economico e non solo sportivo. Considerazione quattro: David Blatt è (ricordiamolo) è pur sempre una persona con famiglia da mantenere, bollette e tasse da pagare, vita da vivere insomma, e non un semplice pezzo del domino da spostare nella fantasia degli esperti o presunti tali, per cui che provasse a giocarsi la sua occasione senza farsi mandare a casa è pensiero comprensibile e condivisibile, dato che non è mai piacevole anche se il tuo conto banca non langue.

Considerazione cinque: The Closer, come si era altresì ribattezzato in un’era passata, quando ha saputo dell’esonero del suo coach, si è chiuso nel suo atteggiamento tipico, che qualche luminare della psicologia chiamerebbe passivo-aggressivo, mentre qualche compagno si alleggeriva il cuore (quando non aveva più nulla da perdere, of course) rendendo pubblico come LBJ non venisse mai rimproverato davanti ai compagni per eventuali scempiaggini commesse in campo. Da qui il pensiero che magari la fonte magari sta infiocchettando i fatti o sta non troppo inconsciamente dimenticando qualche episodio allo scopo di raccontare la realtà ad usum delphin, sempre per quanto riguarda l’obiettività di cui l’essere umano è intrinsecamente privo. Ora siccome lo scopo di questo articolo non era solo una sterile e querula polemica, un “lancio il sasso e nascondo la mano”, proviamo a trarre una conclusione su cosa resterà di David Blatt in NBA. Nei giorni scorsi si era parlato di un interessamento dei Kings, dei Rockets, ai Knicks come possibile “associate coach”, persino dei Warriors.

Una opportunità di sicuro l’avrà, anche da capoallenatore, magari non nella sua Boston che al momento si è già sistemata per gli anni a venire ma comunque in qualche franchigia desiderosa di affidare la sua guida tecnica a un coach competente e, a suo modo, esperto. Quello dei Cavs è stato un incidente di percorso, ma sulle qualità non abbiamo dubbi. E se ci chiedeste dove vediamo David Blatt da qui a dieci anni, non avremmo dubbi a rispondervi: “Su una panchina NBA, con almeno un anello al dito”. Stay hungry, stay foolish, stay David Blatt.

Per NBA Passion,
Luigi Condor Ercolani
Fourth Quarter

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