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C’era una volta il basket jugoslavo: Cibona Zagabria

di Pierangelo Rubin

La storia del basket jugoslavo, le origini del mito della grandiosa cultura cestistica nei paesi dell’ex Jugoslavia, oggi parliamo di Cibona Zagabria

Abbiamo lasciato la Jugoslavia in estasi per la prima Eurolega vinta da una squadra nazionale nel 1979. Riprendiamo il nostro viaggio pochi anni dopo, nel pieno degli anni ottanta. Dalla fine degli anni settanta erano accadute parecchie cose: alcune piccole, come il curioso caso del fantasma di Belgrado, ed alcune ben più grandi ed importanti, come la scomparsa, nel maggio del 1980, di Tito il padre della patria, la cui morte aprì indirettamente la strada verso la dissoluzione del paese. Per capire quanto Josip Broz fosse amato dai suoi basti vedere le scene di grande commozione durante il match di calcio Hajduk Spalato-Stella Rossa di Belgrado che venne interrotto proprio per dare l’annunzio della morte del Presidente della Repubblica. Tutti – giocatori, spettatori, componenti della terna arbitrale, giornalisti – si lasciarono andare ad un pianto senza consolazione.

 

Cibona Zagabria: la conquista del proscenio

Nella pallacanestro invece l’intero movimento jugoslavo viveva un momento di grande elettricità. La vittoria del Bosna fece saltare il tappo e la Jugoslavia che irrorava il continente di grandi giocatori capì che la vittoria nella massima competizione continentale per club era alla portata. Nelle cinque edizioni successive alla prima del Sarajevo proprio la compagine bosniaca ed il Partizan arrivarono alle semifinali, ma per vedere una nuova squadra jugoslava trionfare in Europa tocca aspettare la metà degli anni ottanta quando il Cibona, già Lokomotiva, Zagabria divenne regina d’Europa. Fino al boom della squadra della futura capitale il basket in Croazia era rappresentato dallo Zara e dallo Spalato mentre il Cibona appariva come un club minore ed infatti il palmarès era molto magro: due secondi posti in campionato, una coppa nazionale (1969) e la Korać vinta nel 1972 nel derby jugo contro l’OKK Belgrado. Proprio la Korać rendeva il Cibona la prima formazione jugoslava capace di affermarsi in un torneo continentale e conferiva alla compagine una vocazione europea che verrà completamente soddisfatta nel decennio successivo.

Se si parla del Cibona degli anni ottanta impossibile non citare Dražen Petrović, il più forte cestista croato di tutti i tempi ed uno dei migliori europei di sempre. La verità però è che Petrović era solo la punta di diamante di una squadra comunque molto competitiva. Il Mozart dei Balcani giunse a Zagabria nel 1984 (dopo aver esplicato l’obbligo di leva) e nelle cinque stagioni precedenti i vukovi (lupi in serbo-croato) avevano vinto due campionati, quattro coppe nazionali consecutive ed una Coppa delle Coppe (stagione 1981-82 quando fecero la Small Triple Crown: vittorie in campionato, coppa nazionale, CoppaCoppe), avevano anche perso una finale di Coppa Korać. Nel roster solo assi: l’ala Mihovil Nakić ed il centro Andrija Andro Knego (entrambi ori olimpici a Mosca), il grande tiratore dalla distanza Sven Ušic, il play bronzo mondiale ‘82 Aleksandar Aca Petrović fratello di, Zoran Čutura ed i centri Franjo Arapović e Branko Vukičević, unico serbo in una squadra di croati. Željko Pavličević, dopo un decennio da assistente, venne promosso coach della squadra ma solo nelle competizioni nazionali giacché l’allenatore del club zagabrese in Europa era Mirko Novosel, autentica icona della pallacanestro jugoslava: medaglia d’argento a Montreal 1976 ed oro agli Europei del 1973 e 1975. Novosel, stratega intuitivo, profondo conoscitore di tattica e capace di cambiare la fisionomia della propria squadra a partita in corso con poche e semplici mosse, non imponeva ai suoi una ferrea disciplina e fu il primo allenatore nella penisola balcanica ad assumere anche ruoli da general manager. Predicava una pallacanestro fortemente offensiva – tiri a iosa, soprattutto dai lati – in grado di mettere in ambasce le difese avversarie; gli attacchi continui solleticavano la fantasia dei giocatori e ne valorizzavano le qualità tecniche. Era un basket solo in apparenza improvvisato poiché ai cestisti veniva data una grande libertà di pensiero ed azione dentro ad una precisa organizzazione. L’approccio novoseliano era talmente buono e proficuo che finì per influenzare tutta la pallacanestro jugoslava negli anni settanta ed ottanta. Per capire la qualità del Cibona basti dire che cinque elementi (i fratelli Petrović, Andro, M. Nakić e Vukičević) e l’allenatore Novosel nell’estate 1984 conquistarono il bronzo olimpico e che due anni più tardi altri cinque vukovi (i Petrović, Čutura, Arapović e Cvjetićanin, acquistato successivamente) sarebbe divenuti bronzi mondiali. Insomma, alla squadra mancava la ciliegina sulla torta per poter competere anche in Eurolega. Le fatiche dell’ultimo Krešimir Ćosić erano terminate con la carriera di quest’ultimo nel 1983 e serviva un nuovo fenomeno.

 

Cibona Zagabria: e venne un uomo

Spendere parole per il genio cestistico di Petrović, uno dei giocatori europei più noti e più apprezzati da giornalisti e tifosi, sembrerebbe superfluo potendo contare sui ricordi e sulle impressioni di chi ha avuto l’onore ed il piacere di poterlo osservare di persona. Ecco quindi lo stralcio di La Jugoslavia, il basket e un telecronista di Sergio Tavčar in cui il giornalista di Tele Capodistria racconta di quando per la prima volta vide all’opera il Mozart dei Balcani, allora ancora adolescente: «Il bambino fece un fallo, ma in attacco sull’ultima palla della partita fece una bella finta, l’avversario saltò e lui realizzò tranquillo dalla media distanza […] Il bambino non era uno sconosciuto. Infatti al momento stesso della sua entrata in campo il telecronista croato che sentivo in cuffia partì con una sua scheda evidentemente preparata in anticipo dicendo che era il fratellino minore del famoso Aca Petrović del Cibona e che tutti gli esperti gli pronosticavano un eccellente futuro, secondo alcuni addirittura superiore a quello del fratello. Aveva solo 15 anni e mezzo, ma malgrado ciò si allenava regolarmente con la prima squadra e Slavnić [Zoran Moka, leggendario cestista serbo compagno di squadra per due anni e allenatore per una stagione di Dražen al Šibenik] stravedeva per lui […]. Tutto quello che [Dražen] ha saputo […] ottenere se l’è costruito con una volontà al limite, se non oltre, della mania pura, essendo sempre stato il basket il suo unico scopo di vita. Un aneddoto interessante l’ho vissuto in prima persona quando nel ’93 […] giocò a Trieste una partita amichevole di preparazione con la nazionale croata contro quella italiana. Entrato ovviamente in quintetto nei primi minuti non riuscì a fare mai canestro, neanche dalle posizioni dalle quali abitualmente segnava ad occhi chiusi. Durante un time-out, mentre i compagni ascoltavano il coach, lui rimase sotto il canestro d’attacco, lo guardò da più parti, dopodiché chiamò l’arbitro facendogli notare che il canestro era spostato. La posizione fu controllata ed in effetti il canestro non era nella posizione che doveva essere. Fatti gli appositi aggiustamenti la partita riprese e […] da quel momento in poi fino alla fine della partita non sbagliò più un tiro». Quando Dražen mosse verso Zagabria era già un’icona del basket della terra degli slavi del sud. Fin lì aveva giocato per il Šibenka (club non più esistente), la squadra della sua città: Sebenico (suo miglior amico e vicino di casa nella città adriatica era Neven Spahija, attuale coach del Maccabi Tel Aviv). Esordì in Prva savezna košarkaška liga a quindici anni e nelle quattro stagioni con la casacca arancio-nera portò il piccolo club dalmata, che fin lì viveva più di speranze che di aspirazioni, a due finali – entrambe perse – di Coppa Korać (1982, Padova: Limoges 90-84 Šibenka; 1983, Berlino: Limoges 94-86 Šibenka) e a sfiorare, in una ridda di fatti e polemiche che meriterebbero autonoma narrazione, la conquista del campionato jugoslavo nella stagione 1982-83. Nemmeno ventenne Dražen, già pupillo di coach Tanjević nelle nazionali giovanili jugoslave, decise che la costa croata gli stava stretta e puntò verso la capitale e così la guardia che da piccola aveva avuto parecchi problemi fisici, che agli esordi sembrava negata per la pallacanestro e che a scuola eccelleva in matematica raggiunse il fratello a Zagabria.

 

Cibona Zagabria: Atto I – Stagione 1984-85, full of grace

L’unione delle forze del diavolo di Sebenico con quelle del Cibona (con Dražen arrivò anche l’ala fiumana Ivo Nakic) ebbe come diretta conseguenza una stagione memorabile e carica di vittorie durante la quale la compagine zagabrese vinse tutte le manifestazioni alle quali partecipò: campionato nazionale, coppa jugoslava ed Eurolega. Un filotto di successi troppo marcato per essere casuale. Va da sé che la conquista dell’Eurolega fu la vittoria principale e più memorabile. Causa calendario fu anche quello che giunse per prima.

Al primo turno della competizione dopo la sconfitta all’andata in terra bulgara, il Cibona regolò il CSKA Sofia nella Kutija Šibica con una sontuosa prestazione di Petrović che ne mise 44 a referto. Al secondo turno i finlandesi dell’Helsingin NMKY si dimostrarono poca cosa e la verve realizzativa del diavolo di Sebenico si dimostrò ancora una volta letale: 65 punti in due incontri, 36 all’andata e 29 al ritorno.

Seguì il solito agghiacciante girone di semifinale con il meglio del basket europeo: l’immancabile Real Madrid, il Maccabi Tel Aviv asceso ormai definitivamente nel gotha della pallacanestro europea, il CSKA Mosca aka la squadra dei maestri sovietici più titolata in Europa, la Virtus Roma campione uscente e la Virtus Bologna che appena l’anno prima aveva sbancato in Italia vincendo campionato e coppa nazionale. Il Cibona per la seconda volta nella sua storia vi partecipava, ma nella precedente occasione – stagione 1982-83 – era stato un pianto: 0 vittorie, 10 sconfitte, peggior attacco e peggior difesa; in finale vi fu un derby italiano: Cantù-Milano 69-68. Le partite vennero disputate fra dicembre e marzo ed il Cibona giocò i match interni allo Dom Sportova (attuale casa del Cedevita) impianto più moderno della Kutija Šibica.

All’esordio casalingo i croati ebbero la meglio sul Madrid (99-90) con la ormai consueta prestazione monstre di Dražen: 44 punti (Andro 22, Aca 17). Al PalaDozza Petrović fu l’unico (31 punti) che provò a tenere a galla i suoi e giunse una sconfitta (81-72). Seguirono una vittoria casalinga (88-77) contro il Maccabi (Dražen 31), una sconfitta (89-87) a Roma (Čutura tallonò il Mozart dei Balcani per realizzazioni: 26 e 28), quindi tre vittorie consecutive: in casa sul CSKA (95-77 con 44 punti del minore dei fratelli di Sebenico), a Madrid (87-89, 35 punti di D.P.) ed in Jugoslavia (96-89) contro la Virtus con una stupenda prestazione corale (Dražen 31, Čutura 15, Aca e Andro 14, Mihovil Nakic 13). La sconfitta (88-87) in terra israeliana non causò scossoni viste le due ultime vittorie in casa contro i capitolini (97-83) ed a Mosca (65-71). All’atto conclusivo della manifestazione si qualificarono, con lo stesso record (7-3) il Cibona, primo, ed il Real Madrid, secondo. Il precedente della finale di Coppa delle Coppe 1981-82 (Cibona Zagabria 96-95 Real Madrid) non prometteva nulla di buono per i blancos.

La finale-déjà-vu venne disputata il 3 aprile nella “casa” dell’Olympiakos, lo Stadio della pace e dell’amicizia al Pireo di Atene, un impianto costruito nemmeno due anni prima e capace di contenere poco meno di quindicimila spettatori. In terra ellenica il Cibona arrivò conscio della propria forza e della propria freschezza mentre gli iberici erano ragionevolmente preoccupati per gli infortuni al play Corbalán e al centro Fernando Martínprimo spagnolo in NBA, giocò a Portland, morì nel 1989 in un incidente stradale, sorte simile a quella di Korać e Petrović.

Coach Novosel impose ai suoi una difesa a zona mentre Lolo Sainz – una leggenda del basket iberico che non aveva ancora completato la sua parabola – aveva preparato una gabbia formata da continui raddoppi su Dražen ma fu tutto inutile giacché i croati chiusero il primo tempo in vantaggio (39-38). L’orgoglio dei vecchi leoni castigliani tenne il Madrid in partita ma col passare dei minuti i blancos erano sempre più sulle ginocchia, stritolati fisicamente dal dinamismo di un Cibona che continuamente allungava nel punteggio logorando anche la tenuta psicologica spagnola già provata dalle polemiche con gli arbitri. Altro Dražen&soci non aspettavano. A tre minuti dalla fine il Cibona conduceva con largo margine (81-63). Il punteggio definitivo, 87-78, racconta di una compagine croata che nel finale aveva addirittura fermato il proprio forcing offensivo tanto era sicura della vittoria, una dimostrazione di forza patita in rarissime occasioni dal Real Madrid. Implacabile il mattatore dello Zagabria nella notte ateniese: Dražen Petrović fu top scorer della finale con 36 punti, nemmeno un tiro da tre in quella che fu la prima stagione dove erano possibili; degne di nota anche le prestazioni di Čutura e Aca (16 punti), ma anche di Andro (10 punti) che di lì a poco avrebbe lasciato la squadra.

Dopo il trionfo in Europa i lupi fecero loro la Prva savezna košarkaška liga vincendo la serie finale sulla Stella Rossa per 2-1. Avrebbero poi conquistato la Coppa di Jugoslavia contro la Jugoplastika Spalato (104-83) in un derby tutto croato disputatosi, ironia della sorte, nella città croata di Osijek. Il Cibona Zagabria fu quindi la prima compagine jugoslava a realizzare la Triple Crown (Eurolega, campionato e coppa nazionale) e quarta europea in assoluto, precedentemente erano riusciti nell’impresa Real Madrid, Varese e Maccabi Tel Aviv.

 

Cibona Zagabria: Atto II – Stagione 1985-86, Vukovi struck again

Dopo una stagione perfetta stravolgere il roster sarebbe stata una scelta suicida ed infatti avvennero pochissimi cambiamenti. Lasciarono la squadra Andro Knego ed Igor Lukaćić rispettivamente sostituiti da Damir Pavličević e da Danko Cvjetićanin definito da Tavčar come la «guardia dotata del più bel tiro che si sia mai visto in Jugoslavia». Un brutto colpo per il Cibona fu dover salutare per gran parte della stagione, causa naja, Aca Petrović. Novosel passò direttamente dalle panchine europee alla scrivania e Pavličević divenne tecnico unico della squadra.

Per il magnifico collettivo jugoslavo ripetere la vittoria in Eurolega era una possibilità concreta ed alla portata nonostante, osservando l’albo d’oro della manifestazione, solo quattro squadre fossero riuscite a concedere il bis nel torneo: Riga, Varese, Real Madrid e Cantù. In realtà i zagabresi puntavano a fare en plein, come l’anno precedente e l’inizio fu incoraggiante visto che a Novi Sad conquistarono la Coppa di Jugoslavia battendo il Bosna 110-98. Tuttavia in gara 3 della finale di campionato dopo due supplementari vennero sorprendentemente piegati da uno Zara affrontato, probabilmente, senza la dovuta cautela. Poco male perché i zagabresi si sarebbero rifatti in Europa.

In Eurolega al primo turno a Zagabria i lupi passeggiarono sul Galatasaray, mentre al secondo turno furono gli austriaci del Klosterneuburg a dover fare da agnelli sacrificali, rimediando due sconfitte.

Quindi il sempre proibitivo girone di semifinale a cui si qualificarono: il Real Madrid finalista della precedente edizione, lo Žalgiris Kaunas cioè l’unica squadra sovietica capace di interrompere in patria il dominio del CSKA Mosca, Milano vincitrice della precedente edizione di Coppa Korać, il sempre presente Maccabi Tel Aviv e i francesi del Limoges che pochissimi anni prima sconfissero in due finali di Korać il Šibenka di Dražen Petrović.

Il girone per il diavolo di Sebenico fu un autentico playground dove si divertì e divertì, vinse ed umiliò: la sua media nei dieci incontri fu di 40 punti ed il Cibona apparì a tutti come uno squadrone con connotati leggendari ed impossibile da battere. All’esordio a Zagabria (90-86) Berkowitz provò a trascinare il Maccabi ma i suoi 27 punti furono poca cosa rispetto ai 44 di Dražen. Alla seconda giornata la Milano di coach Dan Peterson, Mike D’Antoni, Dino Meneghin e Gallinari padre trovò anch’essa la sconfitta (111-95) in terra jugoslava, nonostante le ottime prestazioni dell’ex Philadelphia Russ Schoene e del futuro Atlanta Cedric Handerson: i due realizzarono insieme 48 punti, Dražen Petrović 47. Quindi vi fu la trasferta in terra lituana: D.P. vinse la propria sfida personale contro Sabonis (34-20) ma furono i sovietici a vincere (94-91). Seguirono due vittorie consecutive: a Madrid (91-108) ed in casa contro il Limoges (116-106), nel primo incontro il Mozart dei Balcani fece 49 punti, nel secondo 51; vani gli sforzi (42 punti) della NBA All Star 1977 Billy Knight di tenere a galla la formazione francese. Quindi due sconfitte: una in Israele (105-102) nonostante i 41 punti della stella croata ed una a Milano (90-66) dove i meneghini sfoderarono una prestazione mostruosa costringendo Petrović a soli 16 punti (Milano avrebbe poi vinto le due successive edizioni del torneo). Quindi tre vittorie: contro Žalgiris (99-90; 40 punti del fenomeno jugoslavo), contro il Madrid (88-91; 41 targati D.P.) ed in Francia (79-92; 37 del diavolo-Mozart).

Con il medesimo record (7-3) si qualificarono alla finale Cibona Zagabria, prima, e Žalgiris Kaunas, seconda. Fu una finale tutta dell’est, per le squadre e la location, lo Sportcsarnok di Budapest, struttura non più esistente ma capace di contenere più di dodicimila spettatori, nella stragrande maggioranza jugoslavi, sparutissimo il gruppo dei sostenitori sovietici. Era la scuola balcanica contro quella lituana che ancora batteva bandiera sovietica. Era l’attacco made in YU contro la difesa CCCP. Era Petrović contro Sabonis, due geni supportati da un ottimo cast.

La finale, giocata anche questa il 3 aprile, fu molto fisica fin dall’inizio. Dopo alcuni minuti di sbavature da ambo le parti i lituani salirono in cattedra e provarono, invano, ad allungare. Petrović dopo un primo quarto insolitamente anonimo si risvegliò dall’indolente torpore che lo aveva colpito ed il primo tempo si chiuse con un rassicurante 47-39 per gli jugoslavi. Nella seconda metà i sovietici, dopo aver visto il vantaggio croato dilatarsi, riuscirono a ritornare in partita. Nel momento di massimo sforzo lituano Sabonis si rese protagonista dell’episodio che condizionò il resto della partita. Al 31’ Mihovil Nakić, primo marcatore di Sabonis, si accapigliò Krapikas, marcatore di Dražen, e lo colpì. A Sabonis, già irritato dalle provocazioni di Mihovil ed innervosito da un Petrović a suo avviso simulatore, saltarono i nervi e sferrò un pugno contro l’ala jugoslava, venendo così espulso. Sostanzialmente l’incontro finì in quel momento e nei minuti finali Čutura mise in cassaforte il risultato che alla sirena fu 94-82. E così il Cibona Zagabria divenne la prima squadra jugoslava a vincere (consecutivamente) due Euroleghe.

Petrović realizzò solo 22 punti, giocò l’incontro in cabina di regia attirando su di sé raddoppi continui, innescando con passaggi i compagni smarcati; i massimi marcatori jugoslavi furono Cvjetićanin (24 punti) e Ušic (23). Top scorer dell’incontro fu Sabonis con 27 punti, il gigante lituano ottenne la propria “vendetta” sui croati eliminandoli pochi mesi dopo durante la Coppa Intercontinentale.

 

Cibona Zagabria: sic transit gloria mundi

Il ciclo di vittorie del Cibona Zagabria non si interruppe nella notte magiara ma continuò ancora per due anni ma i picchi toccati nel biennio 1984-86 non vennero più sfiorati. Nella stagione 1986-87 gli zagabresi dopo aver vinto tutte le partite del campionato persero la serie della semifinale contro la Stella Rossa. Persero anche la Supercoppa Europea contro il Barcellona del mitologico Juan Antonio San Epifanio, si affermarono tuttavia in Coppa delle Coppe dove a Novi Sad batterono la Scavolini Pesaro (89-74). Nella stagione 1987-88 persero la semifinale scudetto e le finali di Korać contro il Real Madrid; piccola consolazione la vittoria (82-80) a Fiume contro la Jugoplastika Spalato in Coppa di Jugoslavia.

Durante l’estate 1988 Dražen Petrović si sarebbe trasferito a Madrid per diventare un merengue e dalla Spagna avrebbe poi spiccato il volo verso l’NBA. Con la partenza della stella indiscussa della squadra per il Cibona Zagabria si chiuse un ciclo, anzi, il ciclo: quello più vincente, più dominante, più divertente della propria storia.

Sputa e canta, mia Jugoslavia (Pljuni i zapjevaj moja Jugoslavijo) cantavano con patriottismo nel 1986 i Bjelo Dugme. Pochi anni dopo il patriottismo jugoslavo, lo Jugoslovenstvo, sarebbe scomparso sostituito da altri e più locali nazionalismi ed anche semplici sportivi come Dražen Petrović divennero loro malgrado, o meno, figure politiche.

 

Cibona Zagabria: whatever happened?

Mirko Novosel è tornato ad allenare il Cibona nel biennio 1986-88. Quindi si è trasferito, sempre per un biennio, a Napoli. È stato il secondo allenatore della storia della nazionale croata con cui nel 1993 è giunto terzo agli Europei dopo i quali si è ritirato. Il suo nome è presente nell’Hall of fame del Naismith Memorial Basketball e nella Fiba Hall of fame. Vive e lotta insieme a noi.

Željko Pavličević dopo l’Eurolega con il Cibona si è trasferito in Spagna per poi tornare in patria e portare la Jugoplastika Spalato alla vittoria in Eurolega. Ha allenato per tre anni la nazionale giapponese e dal 2010 allena club nipponici. Attualmente è alla guida del Bambitious Nara.

Mihovil Nakić nel 1987 ha lasciato il Cibona per giocare un anno ad Udine, è quindi tornato nel suo vecchio club. Ha smesso di giocare nel 1989, nella stagione 1997-98 è stato allenatore del Cibona e dall’anno successivo ne è diventato D.S., ruolo che ricopre tutt’ora.

Zoran Čutura, medaglia d’argento olimpica a Seul 1988, oro europeo 1989 e mondiale 1990, ha chiuso la propria carriera a Spalato.

Andrija Andro Knego è ritornato al Cibona – dopo tre anni a Montecatini – nel 1990 dove ha chiuso la carriera nel 1992, se si esclude la comparsata nel campionato austriaco nella stagione 1996-97. È l’attuale console generale croato in Italia.

Ivo Nakić dopo il secondo trionfo europeo ha lasciato Zagabria per giocare col Partizan Belgrado con cui ha vinto una terza Eurolega. Attualmente collabora con l’agenzia di management di Bill Duffy che assiste, fra gli altri, Steve Nash e Rajon Rondo.

Sven Ušic e Franjo Arapović dopo la fine delle loro carriere sportive si sono dati alla politica. Il secondo, argento olimpico ’88, ’92 e bronzo europeo ’93, ha vinto una coppa nazionale con lo Spalato ed una Coppa delle Coppe con lo Žalgiris; nella stagione 1995-96 ha giocato col Trapani.

Danko Cvjetićanin, bronzo europeo ‘87 e argento olimpico ‘88 con la Jugoslavia, argento olimpico ‘92, bronzo europeo ’93 e mondiale ‘94 con la Croazia, ha smesso di giocare nel 1997 ed è stato scout per Philadelphia 76ers e per Brooklyn Nets. Nella stagione 1994-95 ha giocato con la Reggiana.

Aleksandar Aca Petrović nel 1987 ha lasciato il Cibona per farvi ritorno un anno più tardi dopo aver vinto uno scudetto in Italia con Pesaro. Dopo aver chiuso la carriera da giocatore in Lussemburgo nel 1991 è diventato allenatore. Ha vinto scudetti e coppe nazionali col Cibona ed ha allenato anche in Spagna, Italia, Russia, Lituania e Polonia. Ha allenato anche le nazionali di Croazia, Macedonia e Bosnia. Attualmente siede sulla panchina della nazionale brasiliana.

Dražen Petrović nella sua prima ed unica stagione con il Real Madrid vince Copa del Rey e Coppa delle Coppe quindi nel 1989 si trasferisce a Portland. Il suo ambientamento nell’NBA è molto duro a causa di un ostracismo ingiusto nei suoi confronti. Dopo due annate ricche più di delusioni che di soddisfazioni si trasferisce sulla costa est vestendo la casacca dei Nets. In New Jersey trova affetto, considerazione e stima da parte di allenatore, compagni e tifosi e così tutta l’NBA può ammirare il grande genio cestistico europeo ed a Portland più di qualcuno si mangia le mani. Nel 1990 il suo rapporto di grande amicizia con Vlade Marlboro Man Divac si interrompe bruscamente a causa delle divisioni e guerre etniche che incombevano sulla penisola balcanica. Il centro serbo mai si rassegnerà al distacco e cercherà sempre di ricucire il rapporto. E così Dražen, figlio di un poliziotto serbo e di una libraia croata, diviene uno dei simboli dell’indipendentismo croato in lotta contro lo statalismo jugoslavo ed il nazionalismo serbo (il documentario della ESPN Once Brothers racconta con rara efficacia l’amicizia e la separazione fra i due). Nel 1992 guida la Croazia che alle Olimpiadi catalane osa sfidare senza tremare il Dream Team (con lui in squadra i vecchi compagni del Cibona Arapović e Cvjetićanin). La stella di Dražen Petrović brilla sempre più in NBA quando il 7 giugno 1993 in un’autostrada tedesca il cestista croato ha un incidente automobilistico che lo strappa agli affetti della famiglia, dei compagni e dei tifosi. Con lui in auto la fidanzata, la modella e cestista Klara Szalantzy – uscita praticamente indenne – ed un’amica turca di questa che ha riportato conseguenze fisiche che perdurano tuttora. Quel giorno di venticinque anni fa se ne andava il Mozart dei Balcani, il diavolo di Sebenico, l’oro europeo ‘89 e mondiale ‘90, uno dei più grandi giocatori mondiali di sempre di basket. Non aveva nemmeno trent’anni. Dal 1993 l’arena di gioco del Cibona Zagabria si chiama Dvorana Dražen Petrović. Il suo nome figura nella Hall of fame del Naismith Memorial Basketball, nella Fiba Hall of Fame, fra i cinquanta migliori giocatori FIBA e fra i cinquanta contributors dell’Eurolega.

 

Artworks by Marija Markovic 

Nella prossima puntata vedremo il cammino europeo della Jugoplastika Spalato nel triennio 1988-1991.

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