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Cosa abbiamo imparato dal derby di Los Angeles?

di NBA Sandbox Podcast

Le sei lezioni che abbiamo tratto dal derby di Los Angeles questa domenica

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Può darsi che LeBron alla fine si sia stancato. Può darsi che, per quanto lo neghino a più riprese, le stelle dei Lakers prestino molta più attenzione ai social media di quanto si possa pensare. L’unica cosa certa, è che in un solo weekend LeBron e compagni abbiano ribaltato una delle storylines più in voga di questa stagione: i Lakers sono forti con le deboli e deboli con i forti. Arrivati alla pausa dell’All Star Game, LA non aveva ancora vinto una singola partita contro Celtics, Bucks e Clippers, evidenziando quella che per molti era la loro principale debolezza, ovvero che l’assenza di comprimario di livello si facesse sentire contro avversari in grado di reggere i colpi della coppia Davis-James.

Ed ecco quindi, che i Lakers nel giro di poche settimane si trovino ad aver battuto proprio queste tre squadre, con partite più che convincenti. Domenica notte, è arrivato il punto esclamativo, con una faticosa vittoria nell’attesissimo derby di Los Angeles in casa dei cugini Clippers, in un ambiente tutto tranne che da regular season. Ecco quindi le lezioni più importanti che abbiamo tratto da questa sfida tra stelle (e non solo).

Los Angeles Clippers

 

Analizziamo il derby di Los Angeles partendo dalla sponda Clippers, la squadra che più ha fatto rumore quest’estate firmando due stelle del calibro di Kawhi e PG13, mantenendo intatto il core di Williams, Harrell e Beverley. Fino ad adesso non erano riusciti ad ingranare appieno, complici i perenni infortuni a molti giocatori chiave. Quando al completo però, il record recitava 10-0.

 

1) PG, essere o non essere

Derby di Los Angeles

Paul George.

Complice un Kawhi inizialmente non in serata, la partita ha da subito sembrato avere un chiaro protagonista in quel di PG, 29 punti nei primi 3 quarti e la solita difesa asfissiante a far faticare le stelle dei Lakers.

Il tabellino del quarto periodo recita però una storia decisamente diversa, in 8 minuti abbondanti George totalizza 2 punti dalla lunette, con uno 0 su 2 dal campo, 2 palle perse e 2 falli. Qui sta la croce e delizia dell’ex Indiana a OKC. Capace di prestazioni devastanti da ambedue i lati del campo, ha da sempre dato la sensazione di assentarsi nei momenti cruciali di una partita. A confronto, Kawhi si è invece preso il palcoscenico, ritrovando la solita efficienza in un quarto da soli 10 punti. Il risultato finale è però chiaro, i Clippers avranno bisogno di un contributo più importante del loro secondo violino specialmente nei momenti decisivi della stagione. Difficile altrimenti pensare di potersi affidare unicamente al talento di Robocop.

2)Il flop della panchina di lusso

Clippers bench

Parte dei Los Angeles Clippers accomodati in panchina.

Entrando in questa stagione, i Clippers sembravano avere a mani basse la panchina più profonda della lega. Per non lasciare nulla al caso, in corso d’opera sono poi arrivati Marcus Morris e Reggie Jackson a completare due ruoli che sono ormai fondamentali per qualsiasi contender che si rispetti: un ball handler secondario capace di prendere fuoco in pochi minuti, e un’ala di quantità che non abbia paura di prendere e dare qualche schiaffo quando le partite si fanno toste.

Nel derby di Los Angeles, di fronte ad una difesa asfissiante come quella dei Lakers, questa panca di lusso ha mostrato tutti i suoi limiti. Rivers ha ruotato quasi 10 giocatori, facendo però capire di voler puntare su un quintetto mobile nei momenti chiave, con Harrell da 5 e Morris da 4. In questo modo sperava di mettere fuori gioco le due ancore difensive dei Lakers, McGee e Howard, che effettivamente si sono viste poco. Il risultato però è stato poco abbastanza deludente, con prestazioni offensive orrende di Morris, Williams, Green e Shamet. A salvarsi il solo Harrell con la solita partita di sostanza. L’impressione è che a questi Clippers manchi ancora una vera e propria identità, con Doc Rivers che si ritrova a cavalcare il giocatore più in giornata.

Considerato che siamo già ad inizio marzo e che i playoffs non sono lontani, dovranno trovare una struttura più solida che permetta a tutti di giocare il proprio ruolo.

 

3) Beverley vs Lou

Patrick Beverly e Lou Williams

Patrick Beverly e Lou Williams.

Il quarto periodo del derby di Los Angeles ha rivelato molte delle debolezze strutturali dei Clippers, dando forse il senso di quanto siano lontani dall’essere davvero la principale contender per il titolo. Il buco nell’acqua più eclatante però è stato senza dubbio quello della coppia Lou Williams e Pat Beverley.

I due hanno finito con lo spartirsi i minuti del quarto quarto, mettendo in evidenza le diverse lacune di cui soffrono. In una serata stortissima al tiro, Williams è stato incapace di dare ritmo all’attacco dei Clippers, finendo con l’essere poi la loro più grande debolezza nella fase difensiva, venendo continuamente punito sui cambi difensivi. Per ovviare al problema, Rivers ha preferito finire la partita con Beverley, in grado di marcare giocatori fisicamente ben più imponenti di lui. La sua assoluta incapacità di rappresentare una minaccia in attacco ha però bloccato ulteriormente i Clippers, riducendo le spaziature e togliendo fluidità ad un attacco che rimane poco incentrato sugli 1 vs 1 preferendo un maggiore movimento palla.

Vista la propensione di Rivers per un quintetto moderno, con tante ali capace di cambiare in difesa ed essere pericolose dall’altro lato del campo, la mono-dimensionalità di Beverley e Williams rimane un’incognita per la rotazione dei Clippers, un nodo da sbrogliare quanto prima per evitare che vengano poi esposti nei momenti cruciali da aprile in poi.

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