Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimenti Basket, Iran: squadra femminile posa senza hijab per protesta. Poi il dietrofront “imposto”

Basket, Iran: squadra femminile posa senza hijab per protesta. Poi il dietrofront “imposto”

di Carmen Apadula

La 22enne Mahsa Amini era in vacanza con la sua famiglia a Teheran (capitale dell’Iran) quando, il 13 settembre, è stata fermata dalla polizia morale davanti alla fermata della metro.

La ragazza è stata accusata di non aver indossato bene il velo, che per le donne iraniane è obbligatorio fin dal 1979, anno della legge che è stata inasprita dal governo del presidente Ebrahim Raisi tramite un nuovo decreto, emanato il 15 agosto, in cui è descritto nei minimi dettagli come le donne iraniane possono e, soprattutto, non possono vestirsi. 

Dopo l’arresto, Mahsa è stata condotta nel centro di detenzione di Vozara. Si sono sentite delle grida provenire dalla caserma, e la giovane è poi uscita in ambulanza, diretta in nell’ospedale in cui è morta dopo 3 giorni di coma.

La famiglia Amini accusa la polizia di aver picchiato la ragazza fino ad averle causato un trauma cranico, che l’ha fatta andare in coma. Gli agenti (Enayayollah Rafiei, comandante della squadra, Ali Khoshnamvand, Prastou SafariFatemeh Gurban Hosseini), dall’altro lato, sostengono che la ragazza sia morta a causa di un pregresso problema cardiaco. “Masha Amini è morta a seguito di una malattia e non di percosse”  è ciò che emerge dall’autopsia. “I risultati dell’esame fisico della salma, nonché gli esami patologici, indicano che la morte della suddetta non è stata causata da colpi alla testa o agli organi vitali” dichiara l’Organizzazione iraniana di medicina legale. Mahsa avrebbe inoltre subito, all’età di 8 anni, “l’asportazione di un tumore al cervello”, tramite un’operazione che le ha causato uno svenimento “quando era sotto la custodia della polizia”, e che ciò l’abbia portata ad un “disturbo del ritmo cardiaco e ad un calo della pressione sanguigna”. A quel punto, gli sforzi del personale medico non sarebbero bastati, e Mahsa sarebbe morta “a causa di un’insufficienza multipla, causata da ipossia cerebrale”.

Il 19 settembre, il padre di Masha ha assicurato all’agenzia di stampa Fars che la figlia era in perfetta salute, e che la ragazza sia stata gravemente ferita alla testa sul furgone della polizia. Sul sito Iran International Ã¨ stata poi condivisa una tac della 22enne, che mostrerebbe una frattura al cranio

La diffusione di tali prove, e l’evidenza dell’ingiustizia subita dalla ragazza, ha quindi scatenato proteste in più di 80 città iraniane. Migliaia di donne sono scese in piazza, per chiedere che i responsabili della morte di Mahsa venissero processati, al fine di mettere anche un punto ad una cultura fatta di persecuzioni nei confronti delle donne. In segno di protesta, donne di ogni età hanno bruciato il proprio hijab e si sono tagliate i capelli, per chiedere giustizia. 

Dopo 16 giorni di proteste, l’Iran Human Rights ha dichiarato che erano state uccise 133 persone in tutta la nazione, mentre più di 40 sono morte negli scontri di Zahedan, capitale della provincia sudorientale del Sistan-Baluchistan. Le autorità iraniane non hanno fornito un bilancio delle vittime, pur affermando che molti membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi da “rivoltosi e teppisti, sostenuti da nemici stranieri”. Gli attivisti per i diritti umani hanno invece registrato che circa 400 manifestanti sono stati uccisi, mentre altri 16.800 sono stati arrestati, di cui almeno 5 sono stati condannati a morte. 

Tra le vittime ci sono ragazze giovani, come Hadis Najafi (23 anni, uccisa con 6 colpi di arma da fuoco, dopo essere stata colpita al collo, al petto e al viso). Hananeh Kia (23 anni, colpita da un proiettile a nella città di Noshahr), o Ghazale Chelavi (32 anni, morta ad Amo). Almeno 17 giornalisti sono invece finiti in cella, tra cui anche Nilufar Hamedi, colei che per prima aveva reso pubblico quanto accaduto a Mahsa, o anche Faezeh Hashemi, la figlia del ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani.

Il 30 settembre, il ministero iraniano ha annunciato di aver arrestato anche 9 cittadini stranieri, provenienti da Germania, Olanda, Polonia, Italia, Francia e Svezia, con l’accusa di aver partecipato alle manifestazioni o di aver “lavorato dietro le quinte” per fomentarle. 

Con l’inizio ufficiale dell’anno accademico, le proteste si sono spostate anche all’interno delle università del Paese. Delle manifestazioni si sono tenute a Mashhad, a Kerman, e a Isfahan. Violenti scontri sono scoppiati tra studenti e forze di sicurezza nella prestigiosa università di Teheran, la Sharif University of Technology, dove la polizia antisommossa ha sparato e lanciato gas lacrimogeni contro gli studenti. 

Donna, vita, libertà. Gli studenti preferiscono la morte all’umiliazione” cantavano i manifestanti. 

E infine arriva l’intervento degli Stati Uniti, che annunciano sanzioni economiche contro 7 alti funzionari iraniani, a causa del loro ruolo nel “regime della repressione”. 

E, se il procuratore generale iraniano Mohammad Jafar Montazeri, ha visto nel coinvolgimento di giovani donne la colpa dei social network, il leader iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha accusato gli Usa e di aver pianificato l’onda di ribellioni che sconvolge il paese, ordinando di punire i giovani che vi prendono parte per “renderli consapevoli dei fatti”.

“Dico chiaramente che queste rivolte e l’insicurezza sono state progettate dall’America e dall’usurpatore regime sionista, così come dai loro agenti pagati, con l’aiuto di alcuni iraniani traditori all’estero” ha dichiarato nella sua prima reazione ufficiale alla morte della giovane donna, parlando a una cerimonia di laurea per gli ufficiali dell’Accademia militare di Teheran. “La morte della ragazza ci ha spezzato il cuore, ma ciò che non è normale è che alcune persone, senza prove o indagini, rendano le strade insicure, bruciando il Corano, togliendo l’hijab alle donne, incendiando moschee e automobili. La polizia ha l’obbligo di opporsi ai criminali e di garantire la sicurezza della società. Quindi indebolire la polizia significa rafforzare i criminali. Chi attacca la polizia lascia il popolo indifeso contro i criminali, i delinquenti, i ladri”.

E, nel frattempo i comandanti delle forze armate hanno rinnovato la propria fedeltà alla Guida suprema di Ali Khamenei, attraverso una dichiarazione congiunta

“Sotto la tua guida, fino all’ultima goccia del nostro sangue e fino al nostro ultimo respiro, distruggeremo i maligni complotti orditi dai nemici giurati della Rivoluzione islamica” si legge nel comunicato. “Le tue parole sono state un avvertimento contro i capi della sedizione e i loro leader stranieri, inclusi i criminali americani, il falso regime sionista, il regime saudita e l’impero mediatico dell’arroganza globale”. 

In migliaia sono scese in piazza per gridare “Donne, vita e libertà!”. Ma la repressione del governo si fa sempre più dura.

Il mondo dello spettacolo si fa sentire: arrestate attrici per ribellione pubblica

E la ribellione passa anche per il mondo dello spettacolo. 

C’è chi ha voluto mostrare il proprio pensiero attraverso dei murales e chi, invece, sfruttando la propria notorietà, si è ribellato pubblicamente al sistema. 

E così la procura di Teheran ha convocato chi ha scelto questo modus operandi, con l’accusa di aver diffuso sui social media “commenti falsi, non documentati e provocatori”, a favore delle proteste. Fra questi, anche le attrici Elnaz Shakerdoust, Mitra Hajjar, Baran Kowsari, Sima Tirandaz, Katayoun Riahi e Hengameh Ghaziani

In particolare, Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi sono le prime ad essere state arrestate, per aver protestato in pubblico senza velo. Le due attrici sono state accusate di “collusione e cospirazione” contro le autorità religiose iraniane

La Ghaziani aveva pubblicamente accusato il regime di aver â€œassassinato” oltre 50 minorenni, e ha ricevuto il proprio capo di accusa dopo aver pubblicato su Instagram video che la ritraeva mentre, dopo essersi sfilata il velo, girava le spalle alla telecamera e si legava i capelli. Un gesto che è diventato un simbolo di questa lotta, come dimostra una delle tante ragazze che, durante una manifestazione, è stata ripresa in tale atto poco prima di essere uccisa. Prima dell’arresto, l’attrice ha dichiarato di sua spontanea volontà di essere stata convocata dalla magistratura

“Forse questo sarà il mio ultimo post su Instagram” ha dichiarato. “Da questo momento in poi, qualsiasi cosa mi accada, sappiate che come sempre sono con il popolo iraniano fino all’ultimo respiro”. 

La Riahi, a settembre, aveva invece rilasciato un’intervista all’Iran International Tv, in cui aveva espresso solidarietà per le donne iraniane, dichiarando che: “La strategia coraggiosa dei giovani e degli adolescenti nelle strade ricorda le tattiche storiche dei partiti. Da qui deriva la parola partigiano. Come i nostri antenati, lottiamo per la libertà dell’Iran. Lunga vita all’Iran libero”

Lo sport non ci sta: le proteste degli atleti a sostegno delle donne

Ma arriviamo al punto di questo articolo. Lo sport. 

Il crescendo della repressione del regime, ha portato molti sportivi a voler diffondere la voce del popolo. E la protesta si estende a tutto il mondo dello sport: calcio, arrampicata, boxe, beach soccer e ovviamente basket.

La prima atleta che ha mostrato sostegno a tutti i manifestanti è stata la scalatrice Elnaz Rekabi, che si è rifiutata di indossare l’hijab durante i campionati asiatici di arrampicata sportiva, tenutisi a Seul. La donna aveva sfiorato il podio, conquistando il quarto posto, ma di lei non si sono avute più notizie. Secondo quanto riportato da BBC Persia, il cellulare e i documenti d’identità della Rekabi non si trovavano più nella sua stanza d’albergo, mentre amici e parenti non sono più riusciti a mettersi in contatto con lei.

Successivamente anche la pattinatrice della squadra olimpica Mardani ha adottato la stessa forma di protesta, decidendo di gareggiare senza velo, mentre la prima squadra sportiva iraniana a non cantare l’inno è stata la nazionale di beach soccer, la cui scelta ha provocato il blocco della messa in onda della partita nel Paese.

Dopo una gara di tiro con l’arco, la campionessa Parmida Ghasemi è invece salita sul podio lasciando cadere il velo, accerchiata dalle urla di sostegno per il suo gesto, compiuto anche dalla nazionale di beach volley, al punto che la tv iraniana ha deciso di nuovo di interrompere la diretta TV.

Ha alzato la voce anche il mondo del pugilato, con l’annuncio del presidente della Federboxe iraniana Hossein Souri, che si trova in Spagna, dove si stanno svolgendo i Mondiali Juniores, e ha deciso di non ritornare in Iran.

“Ho deciso di non tornare in Iran, per essere la voce di coloro che non vengono ascoltati dalle autorità. Soprattutto la popolazione del Sistan-Balochistan, dove sono state uccise dozzine di persone innocenti” ha dichiarato tramite un video. “Non potrei più servire nel mio amato paese, con un sistema che versa con facilità il sangue degli esseri umani”.

Le proteste arrivano poi anche ai Mondiali del Qatar, con la nazionale iraniana che ha spazzato via tutte le incertezze, proclamando di voler rappresentare la voce del suo popolo

Doha si stanno svolgendo probabilmente i più controversi Mondiali di calcio di sempre, i cui lavori di realizzazione, in un Paese intollerante come il Qatar, sembrano non solo aver promosso la collaborazione con una realtà omofoba e sessista, ma anche aver causato la morte di numerosi lavoratori. Ed in questa realtà è andata in scena la protesta silenziosa e tagliente della squadra iraniana, che ha deciso di non aprire bocca durante il consueto canto dell’inno nazionale.

La partita Inghilterra-Iran sembrava un appuntamento con la storia, dopo anni di guerra, rivalità, contrapposizione, boicottaggi e sanzioni. Ma, con il passare dei mesi, si è trasformata in un confronto con il presente. 

La rivoluzione non ha lasciato indifferenti neanche i calciatori, che hanno ragionato a lungo su quale comportamento fosse più appropriato. Molti manifestanti avevano chiesto infatti l’esclusione della nazionale iraniana dal torneo, per sottolineare ancor più l’importanza delle azioni di protesta contro il regime.

Il gruppo per i diritti degli Open Stadiums ha invitato l’organo di governo del calcio FIFA a bandire la squadra dai Mondiali. Open Stadiums ha affermato, in una lettera indirizzata al presidente della FIFA Gianni Infantino, che l’Iran non dovrebbe essere autorizzato a giocare, citando gli statuti della FIFA sui diritti umani e sulla non-discriminazione, chiedendo il libero accesso delle donne alle partite di calcio in Iran, cosa che ancora non accade. 

“Perché la FIFA dovrebbe dare allo stato iraniano e ai suoi rappresentanti un palcoscenico globale, mentre non solo si rifiuta di rispettare i diritti umani e le dignità fondamentali, ma attualmente tortura e uccide la sua stessa gente?” recita la lettera. “Dove sono i principi dello statuto della FIFA a riguardo? Pertanto, chiediamo alla FIFA di espellere immediatamente l’Iran dai Mondiali in Qatar”. 

Alla fine non si è arrivati a questo livello di contestazione, ma la nazionale di calcio ha preso ufficialmente una posizione, e si è schierata a sostegno del popolo iraniano.

I calciatori iraniani sono stati a lungo criticati per non essersi posizionati in merito alle proteste, ma ora a parlare c’è l’attaccante Sardar Azmoun.

“Noi giocatori non possiamo esprimerci prima della fine di questo ritiro, per via del regolamento interno della Nazionale, ma personalmente non sono più in grado di tollerare il silenzio. Possono anche escludermi dalla squadra: è un sacrificio che farei anche per una sola ciocca di capelli di una donna iraniana. Vergognatevi per la facilità con cui uccidete le persone. Lunga vita alle donne iraniane”.

Ehsan Hajsafi, capitano della nazionale, ha dichiarato che “dobbiamo accettare che le condizioni del nostro Paese non sono giuste, e che il nostro popolo non è felice, ma he questo non è un motivo per non essere la voce del popolo e per non rispettarla”. 

Parlando a nome dei compagni, il giocatore ha affermato che “tutto quello che abbiamo lo dobbiamo al nostro popolo e siamo qui per lavorare duro, combattere, segnare ed essere devoti al popolo iraniano. Spero che la situazione evolverà, così come il popolo auspichi e tutti siano felici”. 

La protesta tuttavia non è stata ben accolta dai tanti sostenitori iraniani presenti sugli spalti. I tifosi hanno iniziato ad esprimere il proprio dissenso fischiando, insultando e accompagnando il silenzioso inno con forti versi di disapprovazione. Inoltre, molti spettatori hanno esibito il dito medio verso i calciatori, mentre altri hanno mostrato il pollice rivolto verso il basso, in segno di rifiuto a quanto stessero assistendo. 

Così, Azmoun ha detto basta. “Cacciatemi, se sarà servito, ne sarà valsa la pena. Vergogna. Se questi sono dei musulmani, che Dio faccia di me un infedele”. 

Una frase potente, forse la più potente tra le condanne pubbliche. Sardar Azmoun ha detto basta. Così, lui, la sua partita più importante l’ha già vinta.

Un’immagine che parla: giocatrici tolgono il velo, ma il regime trema

Ma non solo i Mondiali. Non solo i calciatori. E, soprattutto, non solo maschi a sostegno della protesta. 

Negli ultimi giorni, un’altra forte ribellione, forse la più forte, arriva da un’intera squadra di basket femminile. Sono 16 le donne (13 atlete e 3 allenatrici) della Canco Canada BC ritratte in una foto di gruppo senza hijab e, a seguire, in un video in cui cantano spensierate

La foto, messa su Instagram dalla head coach, Farzaneh Jamami, è accompagnata da un messaggio. Un messaggio importante, che esorta tutte le donne a sentirsi libere e svincolate dalle differenze di genere.

“Insegna a tua figlia che i ‘ruoli di genere’ non sono altro che sciocchezze” scrive coach Jamami. “Sei preziosa e insostituibile. E se ti viene detto il contrario, non crederci. Non nasconderti. Alzati. Tieni alta la testa e mostra ciò che hai! Dì che sei forte e potente. Tu sei una donna libera”. 

E poi, come descrizione del video: “Una generazione coraggiosa, giusta, intelligente, libera. Ho imparato molte lezioni da voi. Siete voi, belle, coraggiose e potenti ragazze dell’Iran”.

Ovviamente non poteva mancare anche l’hashtag #MashaAmini, e il motto della rivolta: “Donna, vita, libertà”. Un post che, quindi, più che un post è un atto di coraggio, che è più forte di mille parole. Ma che ha fatto anche tremare il regime. Così tanto che l’allenatrice è stata costretta a pubblicare un post “riparatore”, in cui ha dovuto affermare, e chiarire, di essere fedele alla Repubblica islamica e all’hijab. Ma la squadra è stata anche costretta a rifare la foto, stavolta con il capo coperto. Come vuole la tradizione. 

La società Canco ha inoltre preso le distanze dall’accaduto, comunicando via Instagram che quella era una “foto privata, fatta prima di una partita ufficiale, e pubblicata senza permesso sulla pagina personale dell’allenatrice”. E del video? Nulla. Neanche l’ombra di una spiegazione.

Ma la cosa più grave è che, qualche ora più tardi, sul profilo di coach Jamami è apparso un post in lingua farsi, cui è stata disattivata la possibilità di lasciare un commento. 

“In nome di Dio, della vita e della sapienza” vediamo scritto. “Saluto il popolo iraniano. Sono Farzaneh Jamami, allenatrice della squadra di basket Canco. Senza nessuno scopo e intenzione anti-hijab, vi dico che ho pubblicato una foto nella mia pagina privata. Alcuni media ne hanno approfittato per pubblicare questa foto senza chiedere il permesso. Presto un’azione legale”.

Dunque la macchina del potere si è attivata, facendo sì che la società dicesse qualcosa che andasse bene al governo. E, attenzione, è stato anche sottolineato che “le giocatrici e lo staff tecnico hanno giocato con l’hijab, indossato subito dopo aver scattato la foto. I media hanno scritto bugie”

L’Iran e il velo: l’obbligo per le donne e la protesta delle nuove generazioni

Ad oggi, l’Iran è l’unico Paese, insieme all’Afghanistan, dove l’utilizzo del velo per le donne è previsto per legge. Ma le donne non hanno paura di tenersi stretta la propria dignità, anche a costo di rischiare la vita. 

Andare allo stadio. Sentire le carezze del vento nei capelli. Queste cose, ancora oggi, nel 2022, le donne iraniane non possono farle. Ma, se le limitazioni alla libertà femminile non sono nuove nel Paese, sembra che tra le nuove generazioni, di giovani e giovanissime, stia maturando una consapevolezza che porta ad un’inevitabile scontro con il regime.

La nuova generazione non è più disposta ad accettare compromessi sui diritti e sulla libertà. La nuova generazione vuole parlare, e non è più disposta a cercare vie traverse per farsi sentire. La nuova generazione non ha paura di rivendicare la propria dignità. È esattamente quello che stanno dimostrando le migliaia di donne che protestano nelle strade della nazione iraniana, a Teheran e nelle periferie. 

L’omicidio di Mahsa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che ha scoperchiato il vaso di Pandora, il cui contenuto inizia con la guerra, continua con l’occidentalizzazione di Khomeini, e arriva fino ad oggi. Sono anni che si discute dell’obbligo del velo, che finora è rimasto lì, non si è mosso, nonostante la proposta del referendum del 2019, per l’abrogazione della norma.

Sarebbe meglio rendere chiaro che in questa partita dobbiamo giocare tutte noi donne, sia che siamo obbligate a portare il velo, sia che non lo siamo. La normativa statale sul tema è una violazione dei diritti delle donne iraniane, della loro libertà di espressione, culto e religione. E bisogna continuare ad essere presenti al loro fianco, perché Mahsa diventi simbolo di rivoluzione, anche se fisicamente non c’è più. Contro un sistema patriarcale ed oppressivo, bisogna continuare a far sentire la propria voce, affinché ogni donna sia libera di professare la propria religione nelle modalità che ritiene più opportune, e affinché a nessuna sia negata la libertà di sentire il vento tra i capelli.

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