Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiNew York vs Philadelphia: Dawn of Basketball

New York vs Philadelphia: Dawn of Basketball

di Luigi Ercolani

Una è il centro economico e politico del mondo, l’altra è la città in cui furono redatte Dichiarazione d’Indipendenza e Costituzione degli Stati Uniti. Una ha dato vita al playground più famoso di tutti, il Rucker Park, e l’altra ha il torneo tra i cinque prestigiosi atenei cittadini, chiamato Big Five.

Una ha il Madison Square Garden, o semplicemente Garden, e l’altra ha The Palestra. Una ha dato i natali a Kareem Abdul-Jabbar, e l’altra a Wilt Chamberlain.

Nella pallacanestro mondiale, insomma, non si può parlare di New York senza menzionare anche le sfide con Philadelphia. In fondo le grandi rivalità sono il sale di qualsiasi competizione sportiva.

E cos’è meglio di una sfida tra due città già di per sé importantissime per la giovane storia degli Stati Uniti, e per di più neanche troppo distanti (relativamente agli standard a stelle e strisce, beninteso)? Abbandonando ogni prudenza, l’istinto ci suggerirebbe di rispondere che di meglio non vi è nulla.

Andiamo però con ordine. Tornato nella Grande Mela dopo aver prestato servizio nella Seconda Guerra Mondiale, il ventenne Holcombe Rucker iniziò la sua attività di educatore nella natia Harlem.

Fin da subito sentì che la sua vocazione era quella di offrire ai giovani del quartiere, poveri come fu povero lui, un’alternativa al degrado sociale e al senso di abbandono. Così, nell’anno Domini 1946, Rucker diede il via al primo di molti tornei outdoor.

Il torneo sopravvisse poi alla morte di Rucker, sopraggiunta prematuramente nel 1965 a causa di un cancro ai polmoni. Come scrisse il giornalista Howie Evans, se ne andava una persona che aveva portato su di sé il peso di tutta Harlem, dando al quartiere un’immagine rispettabile e degna.

Già, perché il torneo era diventato un fatto di costume, travalicando i confini cittadini. E qui inizia la seconda parte della nostra storia, che poi ne sarebbe il core.

Il tam tam del Rucker Tournament arrivò fino alla non lontana Philadelphia. Logico che qualcuno avvertisse il campanilismo (e trattandosi della città della Liberty Bell, il termine è più che mai appropriato) prendere il sopravvento.

Così, molti cestisti della Città dell’Amore Fraterno iniziarono a salire a NY in auto, in autobus o in treno, o persino facendo l’autostop. Il confronto tra la selezione dei migliori prodotti di New York e quella di Philadelphia era divenuta un appuntamento pressoché irrinunciabile.

Quelle erano le uniche occasioni in cui Wilt Chamberlain non giostrava con i suoi amici della Grande Mela, ma sceglieva di difendere l’onore della sua città. E anche qui l’espressione non è casuale.

In ballo c’erano infatti orgoglio e reputazione, che potevano essere costruite o distrutte non solo in un singolo incontro, ma persino in una singola giocata. Va da sé che, dunque, quelle sfide fossero assai sentite.

Due città rivali e due stili di gioco altrettanto differenti. Se i newyorchesi cesellavano le loro azioni con le penetrazioni e i dai-e-vai, i philadelphiani replicavano con i tiri dalla media.

Il tutto ovviamente quando non davano dentro la palla a “The Big Dipper”, macchina da canestri devastante di già per sé, figurarsi quando poi veniva provocato. Prova ne sia la prova rabbiosa che diede dopo essere stato stuzzicato da una stoppata subita e una schiacciata rovesciata di “Jumpin” Jackie Jackson.

Ma la sfida più memorabile resta quasi certamente quella del 1966. Per Phila c’era Earl “The Pearl” Monroe, che ironia della sorte avrebbe vinto un titolo NBA con i… New York Knicks, nel 1973. Dall’altra parte, invece, lo sconosciuto Tony Greer.

Greer era della Grande Mela, ma era andato a studiare al college St. Anselm, nel New England, in una scuola di soli studenti bianchi, a parte il compagno di stanza, anche lui di Harlem. Tensioni razziali? Eh, qualcosina…

Fatto sta che Greer in quell’occasione fu immarcabile. Mandò completamente in bambola il più rinomato avversario, riversandogli addosso un irresistibile repertorio di finte e palleggi, racimolando una trentina di punti e venendo poi nominato MVP dell’incontro.

Greer poi non ebbe la carriera del dirimpettaio, il quale però, tornando al Rucker, proprio nel 1973, chiese al presentatore Charlie Polk che fine avesse fatto il suo avversario di sette anni prima. Tony aveva trovato il modo, insomma, di farsi ricordare.

E sempre da ricordare, in quella stessa partita, ci fu un altro episodio che descrive bene lo spirito del Rucker. Il coach dei newyorchesi, Howie Evans (sì, quello di prima), doveva infatti risolvere un problema: a chi affidare la marcatura del temibile lungo Teddy Campbell?

Prima della partita scorse tra le fila del pubblico il centro della Power Memorial High School, che aveva vinto tre titoli di fila nella lega scolastica cattolica. Interpellandolo, gli chiese se aveva le scarpe da gioco.

A risposta affermativa, il coach risposte “Bene, allora porta qui il…”. Stupito ma obbediente, Lew Alcindor si fece largo tra gli spettatori, andando a francobollarsi all’avversario assegnato.

You may also like

Lascia un commento