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Riccardo Pratesi: 30 su 30 ed NBA a 360°

di Giovanni Oriolo
Riccardo Pratesi
Di Enrico Paterniti e Giovanni Oriolo
Sabato 23 febbraio si è svolta, alla libreria Koob di Roma, la presentazione del libro 30 su 30, di Riccardo Pratesi. Il giornalista toscano ha parlato della sua esperienza da beat writer negli States. Viaggi, interviste, conoscenze, confronti e innumerevoli racconti sono stati gli argomenti caldi dell’incontro. Difatti, ad accompagnare, commentare ed approfondire le vicende di Pratesi, sabato sera erano presenti anche Davide Chinellato, responsabile sport USA per La Gazzetta dello Sport, e Andrew Dampf, dell’Associated Press.
L’introduzione di Riccardo è durata circa 15 minuti, nel quale ha spiegato le motivazioni che lo hanno portato a scrivere questo “diario di bordo” dei suoi anni negli USA da inviato della Gazzetta dello Sport. Il libro 30 su 30 è la descrizione delle 29 arene (Clippers e Lakers condividono lo Staple Center) da lui visitate, attraverso le 30 franchigie NBA. L’editor italiano, infatti, descrive una ad una le città, gli stadi, le tifoserie e gli stati delle squadre di basket americane attraverso aneddoti, racconti e parole dei protagonisti italiani oltre oceano (come Belinelli, Gallinari, Datome, Messina, Pascucci, ecc).
Il libro 30 su 30 è dunque una guida turistica per il tifoso di pallacanestro italiano negli USA. Pratesi, infatti, fa da Cicerone tra le varie attrazioni locali. Ed è così che musei, parchi, high school e altre zone di cultura generale sono oggetto di narrazione del libro. Il lettore può così immedesimarsi nel giornalista toscano che descrive dettagliatamente l’ambiente all’interno delle numerose arene non solo NBA, ma anche NHL, NFL ed NBL. Riccardo ci ha anche rivelato che lui ha scritto questo diario perché ritiene che in molti hanno raccontato aneddoti o storie dei grandi campioni NBA. Nessuno, però, ha mai descritto in maniera talmente dettagliata gli Stati Uniti d’America e il loro modo di vivere il basket professionistico.
Di seguito sono riportati alcuni degli argomenti che Pratesi ha condiviso con i partecipanti.

USA e Italia: due modi differenti di guardare allo sport

“Sei un giornalista italiano che si trasferisce negli States per seguire le franchigie NBA. Cosa si prova esattamente?”.
“La diversa di mentalità che hanno in America rispetto al vecchio continente. La grande differenza è che i giornalisti italiani sono sempre alla ricerca dello scoop, ingigantendo ogni news e sfruttando ogni mezzo per arrivare alla notizia. Al contrario, i media americani sono molto più concentrati sulle performance dei giocatori. Le interviste non riguardano la vita privata di un giocatore, non vanno alla ricerca del gossip. Ogni specifica domanda è calibrata con l’utilizzo di una statistica che riguarda ciò che avviene sul campo o in allenamento. Per questo ho dovuto studiare di più durante il mio trascorso negli States. Dietro ogni domanda vi era un lavoro massiccio, ma questa stessa domanda poteva far fuoriuscire una risposta molto soddisfacente.
Probabilmente questa minor ricerca dello scandalo negli USA è data dal fatto che non c’è il senso della privacy che hanno gli sportivi in Italia. Ossia, da noi, ogni dichiarazione è pesata con il contagocce, lo spogliatoio è un luogo sacro (vietato ai giornalisti) e si cerca di mascherare tutti i malumori o problemi di squadra/società. Mentre, in NBA, lo spogliatoio nel pre e post partita pullula di giornalisti, gli atleti dicono tutto ciò che gli passa per la testa senza pensarci troppo (e senza usare frasi fatte) e, se tra compagni o tra giocatori e front office, vi sono discordie interne, nessuno prova a nascondere la situazione. Anzi, spesso la discordia viene resa pubblica dagli stessi interessati.
Vi racconto un episodio interessante a riguardo. La partita seguente all’All Stars-Game dell’anno scorso, la guardia texana, Jimmy Butler, che allora giocava a Minnesota, non avrebbe dovuto giocare visto un problema al ginocchio. L’ex Bulls, tuttavia, ha deciso di scendere in campo e durante la notte la rotula ha fatto crack (infortunio che lo terrà fermo fino all’ultimo match di RS). A fine partita, proprio Jimmy, ha pubblicamente dichiarato: “Mi avevano detto che era meglio evitare di giocare, ma io ho insistito e ho continuato a giocarci sopra. La squadra aveva bisogno di me per arrivare ai Playoff. Purtroppo il ginocchio ha ceduto. Ho sbagliato, ora penso a recuperare e a tornare il prima possibile in campo”. In Italia, come in tutta Europa, dopo queste parole, sarebbero stati messi sotto accusa staff medico, coach e pure società. Ciò non è accaduto negli States. Nessuno ha detto o fatto nulla, il pensiero comune era: “Butler ha fatto la sua scelta e ora ne paga le conseguenze”.
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Jimmy Butler con la sua vecchia casacca dei Timberwolves

 

L’importanza dello stipendio nello spogliatoio

“Come sono visti Gallinari e Belinelli nel contesto americano dai tifosi, giocatori e dirigenza?”
Lo stipendio rappresenta il tuo status. La cifra che ogni giocatore prende equivale all’importanza relativa che lo stesso ha nel roster. Capita, ogni tanto, che i giocatori più forti della squadra non si sentano (e spesso non vengano riconosciuti) leader del team finché non gli viene proposto il contratto che li identifica come tali. Un esempio è il centro dei Nuggets, Nikola Jokic, che solamente quest’anno, dopo il maxi rinnovo estivo, si è finalmente caricato i compagni sulle spalle. Ed è così che sta tenendo la squadra nella parti alte della Western Conference.”

La rivoluzione di Sacramento e i giovani

“Visto che tu hai seguito la franchigia di Sacramento durante i tempi di DeMarcus e conosci l’idea di ricostruzione di Divac, come vedi questi Kings in vista playoff? Pensi possano ambire ad un anello nei prossimi 3/5 anni? E quali tra i tanti giovani presenti nel roster (Fox, Bagley, Hieald, Bogdanovic..) del team Californiano pensi possa diventare un stella NBA?”

“Il focoso carattere del Boogie è ormai famoso, ed è stata proprio questa una delle cause della trade che ha spedito DMC ai Pelicans. Avere uno spogliatoio compatto è fondamentale per vincere a questi livelli e i Kings avevano ormai capito che l’irruenza di Cousins non avrebbe mai permesso di avere una buona armonia tra i giocatori. Non tutti i giocatori hanno un ruolo fondamentale in campo, magari molti sono role player o addirittura giocatori da ultimi 4/5 minuti a partita chiusa. Ma per vincere è fondamentale che nessuno rovini l’armonia del gruppo, che sia titolare o panchinaro.
Per quanto riguarda i nuovi giovani Fox è il prospetto che in generale più mi piace, non solo di Sacramento. Secondo me i Kings già quest’anno, al massimo il prossimo, riusciranno finalmente a tornare ai playoff. Però, per arrivare a vincere un titolo, o per lo meno a giocarselo, ci vorrebbe l’esplosione di 2/3 giocatori giovani. Un po’ come Curry e Thompson dei primi Warriors. Non saprei dire con certezza se questo rookie sarà una stella. Posso solo dirti chi lo potrebbe diventare, perché a tutti i giovani manca qualcosa. A tutti rookie quando entrano manca qualcosa; per esempio a Bagley manca la difesa, a Carter di Chicago la continuità, a Ayton (come tutti i rookie con un’alta chiamata) manca la possibilità di giocare in un contesto che punta a vincere e dove la concorrenza è di un livello superiore. Solo migliorando i difetti potranno diventare stelle, ma io non ti so dire con certezza chi lo farà. Discorso a parte per Luka Doncic, ma lui ha già giocato notti da dentro o fuori, a già gestito palloni che potevano decidere una stagione con la maglia del Real“.

Regolamento, marketing ed All-Star Game

“Tiro da 4 punti, allargamento del campo da gioco, ecc. Si sta sentendo sempre più parlare di nuove regole che possono modificare il gioco che conoscevamo tempo fa. Tu cosa ne pensi a riguardo?”
“L’NBA vanta di una commissione interna che si occupa di aggiornare le regole in continuazione in base all’evoluzione dei giocatori, ma anche ad esigenze di marketing. Ricordiamoci che l’NBA è pur sempre un business. Basti pensare alle recenti modifiche che premiano gli attacchi piuttosto che le difese. Ed è così che assistiamo a partite con punteggi smisurati, a singole prestazioni da 40+10+10 e così via. Tutto ciò fa parte dell’intrattenimento. Un prodotto che soddisfa il pubblico a 360°: vengono battuti record su record, schiacciate spettacolari, tiri da distanze siderali, ecc. Curry è l’esempio perfetto del fenomeno in questione. Un play alto 185 centimetri con queste caratteristiche tecniche, non si era mai visto fino ad adesso. Infatti, il tipo di regole e di basket che si giocava nei decenni precedenti a questo non gli avrebbero permesso di esprimere tutto il suo potenziale. Ed è per questo che quando mi chiedono dell’All Star Game dico sempre che bisogna prenderlo per quello che è effettivamente: entertainment allo stato puro. Per le vere battaglie tra stelle, bisogna aspettare i playoff. La concezione di sport agonistico che abbiamo qui in Europa è completamente diversa, per questo fatichiamo ad apprezzare eventi di questa tipologia.”
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Steph Curry, il playmaker del 21esimo secolo

 

Seattle, Las Vegas, ampliamento

“Quando Seattle potrà finalmente ritrovare una franchigia in città? Si vocifera inoltre di un possibile approdo di una squadra NBA in Messico…”
“Purtroppo, nonostante Seattle sia una città in cui la passione per il basket è molto forte, ancora la nuova arena è in costruzione. La prossima città che può approdare in questo nuovo mercato è invece Las Vegas. Già la città del Nevada vanta di una squadra di NFL, una di NHL e un’altra di WNBA. La situazione economica è fiorente, i turisti arrivano in massa e l’NBA avrebbe ottime entrate da questa nuova piazza. Anche se attualmente, sembra che nessuna franchigia sia in una situazione di emergenza. Le uniche due che rischiano sono Memphis e New Orleans (l’Arizona è un mercato meno a rischio è più sicuro).
Per quanto riguardo una franchigia in New Mexico, è molto difficile che possa arrivare. Infatti, l’ampliamento a 32 squadre aggiungerebbe viaggi e spostamenti in luoghi ancor più lontani. Ciò sarebbe in controtendenza con le ultime mosse della Lega in materia di riposo degli atleti, sempre più da salvaguardare. E’ possibile invece che vengano giocate sempre più partite fuori dal confine americano. Invece che 2 partite in Messico se ne giocheranno 3/4. Lo stesso potrebbe succedere in Europa.”

NCAA Basketball

“Dato che sei un appassionato di college basketball e hai girato vari campus USA, scriverai mai qualcosa sulle arene NCAA proprio come hai fatto con quelle dell’NBA?”

Sono stato in tanti campus negli States (54 per la precisione) e di qualcuno ne parlo pure nel mio libro. L’ambiente è qualcosa di meraviglioso, un spettacolo puro. Non scriverò un libro del genere perché i lettori non sarebbero abbastanza. Se si parla di stelle NBA come Curry o Durant, di franchigie come i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, o di palazzetti come il Madison Square Garden, non solo gli appassionati di basket, ma tutti gli amanti dello sport sanno di cosa stai parlando. Il college basketball viene seguito da una ristretta nicchia di persone. In pochi sarebbero interessati ad acquistare un libro del genere. Inoltre non ne varrebbe neanche il tempo. Per scrivere 30 su 30 il lavoro è stato immane. Sviscerare ogni singolo episodio nei minimi dettagli dei miei anni trascorsi oltreoceano non è stato per niente semplice. Ha richiesto tempo e dedizione. Immagina ripescare ogni episodio di tutti i campus che ho visitato…”

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I fans di Duke University

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