1,5K
Stati Uniti, fine anni cinquanta. Eisenhower è l’inquilino della Casa Bianca, le Hawaii diventano il cinquantesimo stato americano, la Guerra Fredda contamina i rapporti internazionali e in tanti locali del sud è vietato servire da mangiare alle persone di colore. E’ il decennio dei primi comfort tecnologici, lavatrici, aspirapolveri e tostapane entrano a far parte del quotidiano di ogni famiglia, mentre il mercato dell’automobile cresce a dismisura e fa segnalare il più grande boom dall’epoca del fordismo.
In questo contesto e in questa società , nel 1959 si appresta a fare il suo debutto fra i grandi del basket un tale Wilt Chamberlain, gigante di 216 centimetri per 125 chili venuto al mondo ventitre anni prima in quel di Philadelphia, un iniziato con in dote le stigmate della leggenda. Le sue capacità atletiche e fisiche sono totalmente fuori dal comune: da ragazzino corre le 440 yards in 49 secondi e salta in alto un metro e novantanove (all’epoca non c’era lo stile Fosbury), ma alla fine sceglie il basket perchè qualcuno gli fa notare come le donne svengano per gli atleti impegnati nella palla al cesto. La sua epopea di uomo in vernice inarrestabile parte dalla Overbrook High School di Philadelphia, per poi protrarsi all’Università del Kansas, dove in tre anni colleziona cifre a dir poco spaventose.
Wilt Chamberlain ha sempre vissuto “al massimo” per dirla alla Vasco Rossi, una vita letteralmente senza limiti. Amava correre in auto e soprattutto amava le belle donne. Nella sua biografia “Visto dall’alto” scrisse di aver avuto oltre ventimila compagne di letto, e forse fu anche per i suoi eccessi che alla fine non vinse quanto avrebbe potuto, “limitandosi” ai titoli del ’67 e del ’72.
Ma torniamo alla sua stagione da rookie, quella per l’appunto del 59/60. Prima di fare il suo esordio in NBA, Wilt si innamora dello stile e della filosofia degli Harlem Globetrotters, decidendo di girare il mondo e dare spettacolo in loro compagnia. In quel periodo di esibisce al Stadio Olimpico del ghiaccio di Cortina D’Ampezzo e persino a Roma sotto gli occhi di Papa Giovanni XXIII. Nel 1959 si accasa infine con i Philadelphia Warriors, franchigia fondata nel ’46 che si sarebbe in seguito trasferita nella baia di San Francisco nel ’62.
Le cifre messe insieme da Chamberlain durante la prima stagione tra i professionisti sono semplicemente le migliori di sempre, nessuno aveva mai fatto di meglio prima e nessuno ci sarebbe riusciuto dopo. A fine anno registra 37,6 punti e 27 rimbalzi di media, un bottino a dir poco strepitoso, frutto di un totale dominio tecnico e fisico che sera dopo sera fa, per così dire, notare al malcapitato di turno costretto a marcarlo. Unica pecca? Le pessime percentuali ai liberi, tirati molto meglio da collegiale che da professionista.
I Warriors terminano la regular season con un record di 49-26, fanno fuori al primo round i Syracuse Nationals per poi venire eliminati nelle Eastern Division Finals dai Boston Celtics di un certo Bill Russell, con il quale Wilt avrebbe ingaggiato negli anni a venire uno dei più bei duelli della storia del Gioco. Quell’anno Chamberlain completa il suo personalissimo grande slam aggiudicandosi i premi di Rookie of the year, MVP dell’All Star Game ed MVP stagionale, presentandosi a tutto il mondo come una delle stelle più luminose del panorama cestistico mondiale.

