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Dentro e fuori la bolla: la NBA alla prova delle regole

di Raffaele Camerini

Partiamo da un presupposto: questo coronavirus è stato un lanciafiamme puntato contro l’intera umanità, ha cambiato le nostre vita, ha portato via persone a noi care ed in tutto il mondo tante persone stanno ancora facendo la guerra ad un male invisibile, mettendo il bene comune davanti alla propria salute personale, e penso agli infermieri, ai medici ed ai volontari.

In virtù di questo, io mi chiedo, anche solo per rispetto, cosa ti fa venire in mente che andare a prendere il cibo da asporto fuori da una bolla creata appositamente affinché tu possa fare il tuo lavoro in sicurezza (ed io aggiungo, guadagnandoci pure discreti dollaroni) sia una buona idea? Chiedo, perché probabilmente sono limitato io.

Chiamasi “Bolla” per un motivo ben specifico e per definizione una bolla è una sacca d’aria sferoidale all’interno di un liquido, ergo due composti diametralmente opposti, figura retorica che da l’idea di un ambiente diverso rispetto a ciò che ha attorno. Se poi considerate che ci sono ad oggi circa 15.000 nuovi casi al giorno in Florida, io comincio a tifare per chi cerca di mantenere stabile questa dannata bolla. 

Il giocatore che ha avuto la geniale idea di mangiarsi un Big Mac (o un Whooper, o un KFC, poco m’importa) è il lungo dei Kings Richaun Holmes. Quest’ultimo ha abbondantemente azzeccato la stagione in corso, complice anche il deserto dei giocatori interni per coach Walton, e per via dei buoni risultati personali deve aver forse pensato di godere di uno status speciale. Talmente speciale da potersene sbattere delle regole e mettere a repentaglio l’intera incolumità della bolla di Orlando (o per lo meno per il suo Hotel).

Una parte è incoscienza, una parte ingenuità, fatto sta che se dopo una sola settimana già si cerca la fuga culinaria, auguri per tutti quelli che arriveranno a fine settembre. 

Parte del suo comportamento è però sintomatico di un’assente e corale linea comune che metta tutti nella stessa lunghezza d’onda i vari giocatori: c’è chi pensa che è solo un’influenza e chi pensa di essere protagonisti del film “Contagion”. Nel mezzo tutte le sfumature del caso.

Fa comunque restare allibiti una cosa molto semplice: la facilità con la quale si può uscire dalla bolla. I giocatori, lo staff ecc. hanno avuto abbastanza tempo per decidere se partecipare o meno a questo “esperimento”, una volta che prendi una decisione, ti attieni a quella. Big Mac o non Big Mac. E mette preoccupazione il fatto che una situazione del genere è stata permessa senza nessun tipo di ostruzione da parte della security o chi per loro, o anche semplicemente ricordando al signor Holmes che se avesse varcato quella linea, le conseguenze sarebbero state più problematiche di un semplice gorgoglìo nello stomaco. Se entra il virus nella bolla, non è solo un problema economico, ma soprattutto sanitario.

Calmi però: non siamo qui a fare la ramanzina ad Holmes. Per quello c’è già chi se ne occupa. La sua è stata una sciocchezza, sicuramente fatta con ingenuità e strazio. Solo che il suo gesto ha scoperto dei cavi a cui forse la NBA deve porre giusto rimedio. Nessuno è obbligato a restare nella bolla, sia chiaro. Solo che se decidi di restare nella bolla ti attieni alle regole che la bolla impone. Ed uscire e rientrare non è una di queste cose. Tanto più che le regole sono state date a tutti con tempestività: “Se uno esce (parafraso) e rientra dovrà stare 10 giorni in quarantena”.

Cosa dobbiamo pensare? Che le regole non vengono lette dai diretti interessati? Neanche se queste sono propedeutiche per il mantenimento del loro stato di salute?

Se così fosse, non mi sorprende la superficialità con la quale gli Stati uniti hanno preso l’emergenza Covid-19.

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