LSU: Ben Simmons e non solo…
La città dell’amore fraterno in Pennsylvania è attualmente stregata dal giovane Ben Simmons, talento cristallino che sta deliziando, attraverso giocate sublimi, tutti gli appassionati di basket. L’appena ventunenne era stato costretto a saltare la prima stagione a causa della rottura del quinto metatarso del piede destro. E’ questo, dunque, il suo anno da rookie che sta ampiamente ripagando con prestazioni in cui dimostra di avere le capacità di poter ricoprire tutti e cinque i ruoli, riuscendo ad attaccare il ferro indifferentemente dal difensore che si ritrova di fronte.
Prima di essere stato selezionato alla prima chiamata del primo giro nel DRAFT 2016 dai 76ers, l’atleta militava presso la Louisiana State University (LSU), college americano con località a Baton Rouge (in Louisiana, appunto). Rinomata a livello nazionale, l’Università pubblica della Louisiana attrae da molto tempo i giovani adolescenti della high school intenzionati ad affacciarsi nel panorama cestistico statunitense. Ma, perché proprio LSU?
Non solo per il divertentissimo Billy Hoyle di “White Men Can’t Jump” (commedia americana girata nel 1992 da Ron Shelton), in cui proprio il personaggio interpretato da Woody Harrelson aveva trascorso gli anni del college alla LSU. Vari coach di spiccate doti cestistiche hanno allenato i “Tigers” (soprannome affibbiato ai componenti della squadra di basket della LSU), quali John Brady, Press Maravich (padre del ben più famoso Pistol Pete), ma soprattutto lo storico Dale Brown rimasto fedele dal’72 al ’97, riuscendo a portare, per ben due volte, il team di Baton Rouge alle final-four NCAA.
Tuttavia, il motivo principale che spinge i teenagers a spostarsi nello stato del sud bagnato dal Golfo del Messico per intraprendere una carriera universitaria concentrata nella pallacanestro, è il set di giocatori stellari che sono da qui fuoriusciti e hanno fatto innamorare gli spettatori dei vari palazzetti USA. Tra questi atleti, ve ne sono quattro che si sono contraddistinti sia per i loro successi personali, sia per i risultati a livello di squadra, prima e durante la loro carriera professionistica nel palcoscenico della National Basketball Association. In ordine cronologico, sono:
- Bob Pettit: nato nella stessa Baton Rouge nell’anno 1932, Robert Lee Petit Jr. ha mantenuto una media di 27.8 punti a partita durante la sua carriera collegiale (’52-’53-’54). Soprannominato “il trampoliere”, per via delle sue gambe lunghe e magre, è stato inserito due volte nell’All American, portando la LSU per la prima volta nella sua storia alle final-four NCAA. Il suo approdo nel basket professionistico lo ha consegnato a traguardi ancor più storici: vincitore del premio “Rookie of the year” con i Milwaukee Hawks, eletto MVP e miglior marcatore stagionale per ben due volte con la stessa franchigia spostata a St. Louis, ha conquistato il cuore dei fan riuscendo a strappare l’anello nel’58 all’armata celtica guidata dal suo acerrimo rivale, Bill Russell. Il suo passaggio da pivot ad ala al primo anno nell’NBA non ha di certo influenzato le sue medie, riuscendo a toccare i 20.3 rimbalzi a partita nella stagione 60-61, e, la stagione dopo, i 31.1 punti. Rimane tuttora nell’Olimpo del basket essendo stato inserito nei migliori 50 giocatori di sempre, e nella Hall of Fame nel 1970. E’ ancora il terzo miglior rimbalzista di sempre, dietro solamente a due capisaldi come Bill Russell e Wilt Chamberlain.
- Pete Maravich: “Pistol Pete” fu l’esteta del gioco per eccellenza. Ball handling sublime, medie realizzative da capogiro (44.2 punti a partita), giocate surreali ed estremamente veloci per l’epoca (anni ’70), lo rendono riconoscibile, ancora oggi, come il miglior giocatore di basket universitario della storia. Nell’NBA non riuscì a vincere mai niente, ma, nonostante ciò, si mise sempre in bella mostra con la sua velocità e la sua intelligenza cestistica che gli permisero di farsi valere nel team dei Black Hunters (Hudson e Bellamy), contrari al suo stile di gioco. Il suo nome è risuonato con furore nelle arene di Atlanta, Utah e New Orleans, tutte e tre hanno ritirato la maglia della leggenda Pistol Pete, e con quest’ultima ha raggiunto il riconoscimento come miglior marcatore della regular season. Dopo l’ultimo anno a Boston, a causa dei suoi continui problemi alle ginocchia, dovette ritirarsi, per poi lasciare il mondo intero a soli 40 anni, nell’88.
- Shaquille O’Neal: “Shaq Diesel” arriva alla LSU nel 1990 e vi rimane per due anni. Nel ’91 con una doppia-doppia di media (poco più di 20 punti e 10 rimbalzi) ottiene il premio come miglior giocatore NCAA e decide dunque di mettersi subito in gioco con i professionisti nel ’92. Gli Orlando Magic lo selezionano alla prima chiamata assoluta, non essendosi certamente sbagliati. Il resto è storia recente. La sua struttura muscolare e fisica (216 cm e 147 kg), uniti alla sua voglia di migliorarsi in continuazione per raggiungere obiettivi mai raggiunti da nessuno, gli hanno permesso di vincere quattro anelli (tre con i LAL e uno con i Miami Heat), 3 MVP delle Finals e un MVP della regular season. I cimeli a livello personale vinti da “Shaq Attack” sono molti altri; non può, infatti, la memoria comune scordarsi di un personaggio mediatico che ha affascinato i fans losangelini di ogni parte del pianeta.
- Glen Davis: soprannominato “Big Baby” per la sua corporatura massiccia e la sua altezza inferiore ai pari ruolo, Davis è nato, anche lui, nella città di Baton Rouge. Eletto come miglior giocatore della Southeastern Conference nel 2006, nello stesso anno, porta i Tigers ad una final-four che l’università non disputava da ben vent’anni (persa pesantemente contro UCLA guidata da Arron Afflalo). Nel 2007 è selezionato dai Seattle Supersonics con la 35esima scelta assoluta per essere scambiato nella big trade dell’estate che lo portò insieme a Ray Allen nel Massachussets alla corte di coach Doc Rivers. Grazie ai “big three” (Garnett, Pierce, Allen), ad un Rondo sulla rampa di lancio e ad un progetto che coinvolgeva la panchina ed esaltava le capacità difensive dei singoli (tra cui quelle del nostro Big Baby), i Celtics vincono il titolo nel 2008. Gli anni successivi sono caratterizzati dalla crescita della giovane ala che incrementa non solo il suo minutaggio ma anche le sue medie realizzative arrivando alla doppia cifra nel suo ultimo anno a Boston (11.7 punti per partita) e rivelandosi decisivo in vari match di regular season e playoffs che hanno portato i Boston al rematch con i Los Angeles Lakers nelle Finals del 2010, con cui, stavolta, i celtici sono costretti ad arrendersi. Passando agli Orlando Magic, nell’estate del 2011, i suoi risultati personali in crescendo diventano indirettamente proporzionali alle vittorie del suo nuovo team, che abbandona dopo 3 anni per firmare con i LAC con cui potrà giocare solamente 97 partite in due stagioni causa infortunio (con tutt’altro che medie esaltanti).
La nuova stella dei 76ers potrà essere il quinto nome da inserire in questa lista? Sì, è vero, sono passate solo tre settimane, ma ciò che sta dimostrando sul parquet sembra suggerire che questa non sia affatto una conclusione affrettata.

