fbpx
Home NBAApprofondimenti Golden State Warriors: dalle 5 finali consecutive al peggior record della lega

Golden State Warriors: dalle 5 finali consecutive al peggior record della lega

di Lorenzo Poliselli

Un lustro dominato. Cinque NBA Finals consecutive di cui tre vinte, record su record ed un sistema di gioco che per efficacia ed estetica è fra i migliori di sempre.

Gli Splash Brothers, l’intelligenza di Draymond Green, la produzione offensiva di KD (comunque arrivato dopo due finali) e la capacità dei comprimari di essere fondamentali ogni qual volta venissero chiamati in causa. La nostalgia, oggi, decantando tutto ciò è davvero tanta.

“I Golden State Warriors hanno il peggior record della lega“: una frase che se pronunciata prima della palla a due di inizio stagione avrebbe fatto dubitare della sanità mentale di chiunque l’avesse detta, nonostante l’addio di Durant direzione Brooklyn, nonostante l’infortunio di Klay Thompson, ma oggi si tratta della pura e semplice realtà.

La speranza di un nuovo, vincente, ciclo. D’Angelo Russell a guidare l’attacco insieme a Curry, Green a dare equilibrio e magari qualche sorpresa fra i nuovi volti in attesa di sapere se Klay ce l’avrebbe fatta a tornare in primavera. Oltre a questo lo spostamento dall’altro lato della baia, a San Francisco, al Chase Center. Tutti gli ingredienti per provare ad insidiare chi ad Ovest era tornato a fare la voce grossa dopo tanti anni, gridando al mondo “Non siamo ancora finiti!”.

Da lì una serie di infortuni ha condizionato maledettamente la squadra di Steve Kerr, la frattura alla mano sinistra di Curry su tutti.

La produzione offensiva in mano a Russell

“Ritornerò in campo già in questa stagione”, queste le parole di Steph Curry. In attesa di ciò il peso offensivo si è spostato pesantemente sulle spalle dell’ex giocatore dei Brooklyn Nets, chiamato a trascinare, con il supporto di Draymond Green, un attacco che cambia obbligatoriamente forma rispetto a quello visto dai Golden State Warriors delle cinque Finals.

Se tutte queste complicazioni non fossero sufficienti, aggiungete pure l’infortunio al pollice di D’Angelo Russell, che fino ad oggi ha giocato solo 10 delle 18 gare disputate dai suoi. Stesso numero di incontri giocati per Green, anche per lui problemi alla mano. 

D’Angelo Russell è un giocatore diverso da quelli che siamo stati abituati a vedere alla baia nelle ultime stagioni. Un amante del pick and roll, bravo a trovare soluzioni in isolamento, non proprio un esperto del gioco senza palla, della circolazione di questa sul perimetro. Tutto ciò potrebbe non dispiacere del tutto a Steve Kerr fino a che non rientrino a pieno regime i vari Curry, Thompson e Green poiché, in ottica futura e soprattutto di maturazione dal punto di vista cestistico del numero 0, la possibilità di ampliare il numero di soluzioni offensive diverrebbe assoluta realtà. Per intenderci: avere un giocatore bravo ad attaccare in maniera individuale la difesa schierata può mettere la difesa stessa nelle condizioni di non concentrarsi unicamente sugli Splash Brothers, come accaduto ad esempio nelle ultime finali, ma di guardarsi le spalle dalle molteplici possibilità di rifinitura degli Warriors.

Russell prima dell’infortunio viaggiava ad ottime medie: circa 24 punti e 7 assist all’attivo, il tutto condito da una prestazione superlativa contro Minnesota in cui realizza il suo career-high da 52 punti.

Russell è un giocatore che ama mettersi spesso in proprio.

Golden State Warriors: chi può dare di più nel ricambio generazionale?

Numerosi gli adii che ci sono stati quest’estate in casa Golden State Warriors, oltre a quelli più altisonanti di Durant e Cousins.
Nell’economia del gioco dei californiani sono da tenere presenti i vuoti lasciati da Livingston, Iguodala o Cook per citarne alcuni. Veri e propri comprimari di lusso, sempre pronti a rispondere presente quando chiamati in causa (spaziale la prestazione del venerabile maestro nella gara 6 delle ultime NBA Finals).

Giocatori funzionali e pericolosissimi se messi nella condizione di essere dimenticati dalle difese avversarie, costrette ad avere la grande maggioranza degli occhi sui pericolosissimi compagni.

Le due scelte dell’ultimo draft stanno dando delle buone risposte, ma è da folli chiedere loro di sobbarcarsi il peso della franchigia più importante del secondo decennio degli anni duemila prima ancora che prendano ancora confidenza con la lega di pallacanestro numero uno del pianeta. Rendiamo meglio l’idea: Doncic e Trae Young, a prescindere dal fatto che in prospettiva siano due dei più accreditati a vincere dei titoli di MVP nei prossimi anni,  alla prima stagione di NBA hanno avuto la possibilità di far grande esperienza (in termini di minutaggio e leadership) in due franchigie che non avevano gli occhi dell’intero pianeta NBA puntati addosso, mentre Golden State ce li ha.

Eric Paschall si sta confermando una piacevole sorpresa con quasi 17 punti di media. L’ex Villanova è sicuramente il profilo più duttile e più pronto da poter inserire nella Golden State del futuro per l‘abilità al tiro, per la buona visione di gioco e per l’eccellente senso tattico che gli consente di fare la scelta giusta e soprattutto di eseguire la spaziatura corretta nella metà campo offensiva.

Eric Paschall non ha paura di farsi carico della squadra in alcuni momenti, mostrando un discreto arsenale offensivo.

L’altro giocatore che sta ponendo su di sé un gran punto interrogativo è Jordan Poole. Classe 1999, dotato di buona fisicità ma che nelle prime uscite di campionato ha dimostrato di star pagando lo scotto delle primissime gare NBA. Ciò che colpisce di lui è la personalità, la voglia di non abbassare mai la testa e di continuare a produrre gioco anche dopo una serie di errori. Ad appena venti anni si può concedere un periodo di adattamento ad un mondo, perché si tratta di una realtà parallela a quella di tutti, come quello NBA, se giochi a Golden State poi, squadra che negli ultimi anni si è divertita a rifilare “trentelli” in giro per l’America, gli avversari una piccola rivincita vorranno pur prendersela.

Si aspettano risposte importanti anche da Burks e Robinson III, già più rodati e con qualche stagione alle spalle, ma non adatti ad una squadra che vuole puntare a vincere. In ogni caso sono giocatori che se riescono a ritagliarsi il giusto spazio in un sistema di gioco rodato (quindi l’esatto opposto di ruolo e contesto in cui attualmente operano) potrebbero divenire utili alla causa, specialmente il secondo di essi, sempre ritenuto un ottimo talento ma mai sbocciato del tutto. Un giocatore intelligente ma che, secondo le statistiche, nelle mani ha pochi punti.

Esiste una possibilità di ripresa per questi Golden State Warriors?

Partendo dal presupposto che non siamo ancora in possesso della sfera di cristallo per predire cosa accadrà domani, il mese prossimo o alla fine di questa stagione NBA.

I Golden State Warriors hanno un record di 3 vittorie e 15 sconfitte, il peggiore della lega allo stato attuale. Mancano quindi 64 partite per definire la classifica finale della regular season.

Ad ovest le cose sono difficili ed è inutile negarlo, servono un numero di vittorie che arrivi circa al 55-60% delle giocate per arrivare ai play-off mentre ad est è probabile qualificarsi anche col 50%. Russell e Green rientreranno a breve, per Steph bisognerà aspettare anno nuovo ed ancora qualcosa in più per Thompson (se varrà la pena rischiarlo in questa stagione).

L’obiettivo attuale di Steve Kerr potrebbe essere quello di formare un gruppo che possa negli anni a venire essere competitivo e dare filo da torcere alle corazzate dell’ovest, dare minuti ed esperienza ai vari Poole, Paschall, Robinson e soprattutto far maturare definitivamente D’Angelo.

 

eric paschall

Eric Paschall e Ky Bowman.

Il tutto nell’ottica di ricreare un sistema di gioco efficace e che consenta di rendere al meglio in entrambe le metà campo, magari con meno brillantezza degli anni passati ma con maggior efficacia e duttilità negli interpreti. Chissà che facendo questo, con la speranza che la dea bendata la smetta di accanirsi contro di loro, Golden State non possa trovarsi in una situazione più felice intorno alle quarantacinque gare giocate per poi forzare quale rientro illustre per dare l’assalto alle ultime caselle che consentono di accedere ai playoffs. La cosa certa è che nessuno farebbe i salti di gioia nell’incontrare al primo turno di post-season i ragazzi della baia, anche non al 100%.

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Questo sito web usa i cookies per migliorare la tua esperienza: speriamo sia ok per te, se non lo fosse puoi farne a meno. Accetta Leggi