Three Points – L’anno dei Toronto Raptors

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L’edizione 2019 delle NBA Finals non verrà dimenticata facilmente, il primo, storico trionfo dei Toronto Raptors è arrivato al termine di una serie epica, drammatica (sempre in termini sportivi) e imprevedibile. Una risposta inequivocabile a chi dava per scontato l’esito di questo 2018/19, senza considerare che la storia si fa sul campo, non sulla carta. La conclusione dell’affare Anthony Davis – Los Angeles Lakers e l’imminente draft ci proiettano già verso la NBA del futuro, ma questa edizione di ‘Three Points’ è interamente dedicata all’ultimo atto della stagione. Ci occuperemo di vincitori e vinti, con un focus sullo straordinario MVP delle Finals. Che dite, cominciamo?

 

1 – L’anno dei Toronto Raptors

I Toronto Raptors sono campioni NBA 2018/19
I Toronto Raptors sono campioni NBA 2018/19

I Toronto Raptors hanno scritto una pagina indelebile nella storia non solo della NBA, ma di un’intera nazione. Tutto il Canada si è stretto attorno all’eroica truppa di coach Nick Nurse, riempiendo le piazze per assistere dai maxischermi a un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile, fino a pochi mesi fa. Toronto è la squadra del destino, quella che è riuscita a sfruttare al meglio il particolarissimo momento storico che sta vivendo la lega. Con la Eastern Conference libera dalla ‘tirannia’ di LeBron James e l’atmosfera da ‘ultima corsa’ che si respirava nella Baia, si erano create le perfette condizioni affinché qualcuno si inserisse a sorpresa nella sceneggiatura. Ormai era chiaro da tempo: il 2019 era l’anno dei Raptors.

Quello dei canadesi è stato un percorso folle, irripetibile e persino sconsigliabile, per certi versi. Licenziare il Coach Of The Year in carica (Dwane Casey) per sostituirlo con un assistente (Nick Nurse) e cedere il miglior realizzatore nella storia della franchigia (DeMar DeRozan) per affidarsi a un giocatore in scadenza di contratto e reduce da un lungo infortunio (Kawhi Leonard) è stata una scelta quantomeno azzardata, una vera e propria scommessa. Qualora l’incredibile game winner del secondo turno playoff fosse partito dalle mani di Jimmy Butler, invece che da quelle di Leonard, con ogni probabilità staremmo parlando di un colossale fallimento. Invece, tutto ha funzionato alla perfezione; una regular season di altissimo livello, una prova di forza (nonostante il passo falso iniziale) contro Orlando e una prova di resistenza contro Philadelphia. Quando la corsa sembrava destinata a interrompersi, dopo gara-2 delle finali di Conference, i Raptors hanno mostrato altre due caratteristiche che contraddistinguono una squadra da titolo: l’orgoglio e la cattiveria. Doti che sono mancate a Milwaukee, che ha dovuto arrendersi in sei partite. La prima apparizione di Toronto alle Finals sembrava il massimo obiettivo raggiungibile, l’ideale coronamento di 25 anni spesso avari di soddisfazioni. E invece…

Invece, i Raptors si sono fatti trovare pronti. Salire per la prima volta sul palcoscenico più importante, al cospetto della migliore squadra di sempre, può generare una pressione insostenibile, non certo alleviata dalle precarie condizioni fisiche degli avversari, ma Toronto ha superato a pieni voti la prova. Ha messo in chiaro le cose fin da gara-1, vinta grazie a un superbo Pascal Siakam da 32 punti, a una gran difesa e alla perfetta organizzazione tattica di Nurse: i Raptors giocavano per vincere, non per fare le ‘vittime sacrificali’. Il primo scivolone è arrivato in gara-2, persa soprattutto per il blackout di inizio terzo quarto. Il trasferimento della serie a Oakland sembrava il preludio all’ennesima passerella Warriors. Invece, in California, Toronto ha messo le mani sul titolo. In gara-3 è stata cinica, sfruttando le assenze e gli affanni di Golden State, mentre in gara-4 ha dominato, trascinata da un Leonard da fantascienza. Guai però ad attribuire il merito al solo numero 2; se nei primi turni di questi playoff si è assistito spesso a un one-man-show, lo storico titolo 2019 è stato una vittoria di squadra. La vittoria di Kyle Lowry, che si è scrollato di dosso l’infame (e ingiusta) etichetta di ‘eterno perdente’ con delle Finals da leader assoluto. La vittoria di Serge Ibaka, Marc Gasol e Danny Green, giocatori che sembravano al capolinea, e che ora alzano al cielo il Larry O’Brien Trophy. La vittoria di Pascal Siakam, la più impronosticabile delle star, e di Fred VanVleet, ‘eroe per caso’ in una lega in cui non si pensava avrebbe messo piede. E la vittoria di Masai Ujiri, perchè a volte la fortuna aiuta davvero gli audaci. Le NBA Finals 2019 verranno certamente ricordate per le terribili sventure occorse ai campioni in carica, ma niente e nessuno potrà togliere ai Toronto Raptors i meriti per un trionfo leggendario.

 

2 – King Of The North: la star dei Toronto Raptors

Kawhi Leonard, campione NBA e Finals MVP per la seconda volta
Kawhi Leonard, campione NBA e Finals MVP per la seconda volta

L’incredibile impresa dei Raptors ha consacrato Kawhi Leonard tra i più grandi giocatori di sempre. Che fosse speciale lo si era capito ormai da tempo: vincere un titolo da Finals MVP al terzo anno da professionista (dopo aver quasi consegnato l’anello agli Spurs nella stagione precedente) non è da tutti. Per ‘The Claw’, il trionfo del 2014 è stato solo l’inizio. Da quel momento sono arrivate due convocazioni all’All-Star Game, due inclusioni nel primo quintetto All-NBA e due premi di Defensive Player Of The Year. I San Antonio Spurs erano certi di aver trovato in lui il degno erede di Tim Duncan, il leader tecnico ed emotivo (detto di uno che, come il grande caraibico, non ha mai mostrato una singola emozione) che avrebbe trascinato i texani nell’era post-‘Big Three’. Poi, d’improvviso, qualcosa si è rotto. Le controversie sul tardivo rientro dall’infortunio patito alle Conference Finals 2017, su cui tuttora aleggia il mistero, hanno compromesso insanabilmente i rapporti tra il giocatore e lo staff nero-argento. Prima i playoff saltati, poi la richiesta di cessione, quindi lo scambio con i Raptors, epilogo di una vicenda che, agli occhi di molti, ha scalfito la reputazione ‘immacolata’ del giocatore. Il suo approdo in Canada sembrava solo una tappa intermedia, un ‘esilio forzato’ in vista dell’imminente free-agency. Invece, a Toronto, Leonard ha scritto la storia, diventando ‘The King Of The North’.

Accolto come un eroe dai tifosi e come un leader dai compagni e ‘coccolato’ dalla dirigenza, che ne ha protetto la condizione fisica con un’accurata gestione del minutaggio e delle apparizioni in regular season, Kawhi ha ripagato tutti, portando il Larry O’Brien Trophy oltreconfine. Lo ha fatto grazie a dei playoff straordinari, da vero dominatore; 30.5 punti e 9.1 rimbalzi di media, ma soprattutto quella freddezza indispensabile ai Raptors per scacciare i vecchi fantasmi e affrontare a viso aperto avversari sulla carta superiori.
Se contro Magic e Sixers il suo apporto è stato quasi ‘esagerato’, per la volata finale Leonard ha saputo cercare e trovare l’aiuto di quei ‘gregari’ indispensabili per lanciare verso il traguardo i grandi campioni. Il ‘Re del Nord’ ha disputato una serie finale degna dei più grandi, aspettando di colpire al momento giusto e prendendo la squadra sulle spalle anche nelle serate storte. Il secondo titolo NBA, vinto sempre da Finals MVP (solo Kareem Abdul-Jabbar e LeBron James erano riusciti in questo particolare bis), è la perfetta chiusura del cerchio per la prima parte della sua carriera. A 27 anni e con una bacheca stracolma di trofei, può guardare con assoluta serenità ai prossimi capitoli, che siano scritti in Canada, oppure altrove. Buona parte del futuro della NBA dipenderà dalla sua decisione: lasciare Toronto da vincitore o continuare a regnare sul devoto Nord? Qualunque sia la sua destinazione, di una cosa bisognerà essere certi: l’unica cosa che conterà, per Kawhi Leonard, sarà vincere.

 

3 – Warriors, uno splendido (e terribile) tramonto

Kevin Durant e Klay Thompson, infortunati gravemente durante le Finals
Kevin Durant e Klay Thompson, infortunati gravemente durante le Finals

Forse, la più grande dinastia dell’era moderna è davvero giunta al suo epilogo. La saga dei Golden State Warriors rischia di chiudersi nella maniera più spettacolare e drammatica, al termine di una gara-6 che potrebbe non aver concluso solamente una stagione. La squadra californiana esce per l’ultima volta dalla Oracle Arena a testa altissima, dopo aver dimostrato al mondo cosa significhi essere dei campioni. Per strappar loro lo scettro, i Toronto Raptors hanno dovuto aspettare che cadessero uno dopo l’altro, lottando fino all’ultimo possesso. Eppure, alla vigilia di gara-3 la serie sembrava finita. La notizia del forfait di Klay Thompson, che aveva raggiunto Kevin Durant e Kevon Looney in infermeria, lasciava ben poche speranze alla truppa di Steve Kerr e la netta vittoria degli ‘spietati’ Raptors aveva solo messo nero su bianco un 2-1 scritto con largo anticipo. Gara-4, dominata dai canadesi nonostante i rientri di Thompson e Looney, ha messo gli Warriors con le spalle al muro. E’ in quel momento che il cuore dei campioni, quello di cui parlava anni fa Rudy Tomjanovich, ha fatto la differenza.

E’ vero, i gravissimi infortuni di Durant (tendine d’Achille) e Thompson (legamento crociato) rischiano di compromettere sia il futuro dei giocatori, sia quello della squadra. Ma per questi Golden State Warriors, forse, non ci sarebbe stato comunque un futuro. L’imminente free-agency delle due star rappresentava fin da inizio stagione l’ideale scadenza di un progetto meraviglioso e irripetibile (viste le dinamiche), ma le infinite turbolenze di questi mesi e la spossatezza con cui gli Warriors sono arrivati alle Finals indicavano chiaramente che quello del 2019 sarebbe stato in ogni caso l’ultimo ballo. Durant e Thompson sono rientrati in campo non per follia o per fantomatiche ‘pressioni della dirigenza’, ma per mantenere in vita la dinastia. Anche sotto 3-1, la matematica diceva che vincere era ancora possibile, e per vincere ci volevano i fenomeni, quelli veri. Alla fine è andata male, malissimo, ma perdere in quel modo non fa altro che cementare il posto di questa squadra fra le più grandi di ogni epoca.

Gli ultimi playoff hanno spiegato al meglio cosa siano riusciti a creare nella Bay Area: un’organizzazione in cui ognuno conosce alla perfezione il proprio ruolo, e in cui tre MVP non pensano due volte a sacrificare statistiche, possessi, responsabilità e persino incolumità fisica per il fine ultimo, ovvero la vittoria. Ecco allora Stephen Curry guardare la maggior parte dei suoi tiri respinti dal ferro, lasciare che KD risolvesse le partite nei primi turni e prendere poi il palcoscenico, arrivando a disputare le migliori Finals della sua carriera. O ancora, il super-veterano Andre Iguodala decisivo come ai tempi belli, Draymond Green in versione ‘Showtime’ contro Portland, Quinn Cook, Jonas Jerebko, Alfonzo McKinnie e Jordan Bell dare un contributo significativo in una finale NBA e persino DeMarcus Cousins riuscire a ritagliarsi qualche minuto di gloria malgrado le condizioni fisiche e psicologiche non certo favorevoli.

Gli atti conclusivi di una delle serie finali più intense degli ultimi anni rappresentano il degno epilogo di un capolavoro iniziato dieci anni fa, quando Steph arrivò sulla Baia: da una parte l’impressionante avvio di gara-5, con la sfuriata offensiva del trio Curry-Thompson-Durant, la dimostrazione di onnipotenza con cui gli ‘Splash Brothers’ hanno ribaltato il +6 firmato Kawhi Leonard negli ultimi minuti e l’ovazione per Klay Thompson, rientrato in campo con il crociato rotto per segnare gli ultimi tiri liberi della sua stagione, dall’altra le scioccanti immagini degli infortuni che ci priveranno a lungo di due tra i migliori cestisti viventi. Dopo lo schianto che ha messo K.O. Thompson, Steph Curry si è seduto sul parquet, sconsolato. Ci vorrà del tempo, ma si rialzerà. E con lui questa leggendaria franchigia, che ha portato la pallacanestro ad un livello mai raggiunto in precedenza.

E se DeMarcus Cousins rimanesse un Warriors? “Un anno grandioso, Finals, voglio tornarci”

DeMarcus Cousins

Arriva anche per DeMarcus Cousins il momento dei ringraziamenti, dopo una stagione lunga e complicata dal punto di vista fisico.

Il lungo 4 volte All-Star ha affidato ai suoi canali social un sentito messaggio di ringraziamento per i tifosi dei Golden State Warriors, e per i suoi compagni che lo hanno accolto con grande entusiasmo e disponibilità.

Un anno grandioso! Mi sono goduto ogni momento, quest’anno abbiamo superato ogni tipo di difficoltà e combattuto fino all’ultimo, non è finita nel modo che speravamo ma sono orgoglioso di quanto fatto. Ho avuto il primo assaggio del palcoscenico più importante, e sono pronto per altri passaggi ancora

Poi il messaggio agli sfortunati Klay Thompson e Kevin Durant: “Rimettetevi in fretta, siete dei veri guerrieri! E grazie ai tanti fan, quest’estate al lavoro per tornare al 100% L’anno prossimo vi starò addosso!“.

DeMarcus Cousins, un anno da guerriero

L’allora convalescente DeMarcus Cousins aveva deciso l’estate scorsa di non accettare la proposta di rinnovo allungatagli dai New Orleans Pelicans (un biennale parzialmente garantito da circa 40 milioni di dollari), accettando a sorpresa la sola mid-level exception annuale da 5.2 milioni di dollari propostagli dai campioni in carica Golden State Warriors, con una mossa che suscitò all’epoca grande clamore, scomposte accuse di favoritismi alla squadra di coach Steve Kerr e giaculatorie su disequilibrio e perdita di competitività della NBA.

Cousins poté impiegare i mesi invernali della regular season per completare la sua riabilitazione dalla rottura del tendine d’Achille della gamba sinistra del gennaio 2018, al riparo “nella pancia” della nave da guerra Warriors. Il suo esordio con la nuova maglia avvenne il 18 gennaio 2019.

Per l’ex giocatore dei Sacramento Kings sarebbero seguite 30 partite di stagione regolare, condotte a 16.3 punti e 8.2 rimbalzi a partita in 25.7 minuti d’impiego, e la prima qualificazione effettiva in carriera ai playoffs.

Post-season che si è però interrotta alla sola seconda partita, a causa di un problema muscolare accusato durante il primo turno di playoffs contro i Los Angeles Clippers. Mentre i suoi compagni in campo rispondevano colpo su colpo agli infortuni di Kevin Durant (stiramento al polpaccio destro contro i Rockets) ed Andre Iguodala (noie muscolari) per raggiungere la quinta finale NBA consecutiva, Cousins si era lanciato in una personale rincorsa al rientro in campo, coronata con la prima finale NBA in carriera.

E se DeMarcus Cousins rimanesse un Warriors?

L’atto finale 2019 è terminato per i Golden State Warriors con una disfatta totale. Gli stop prolungati di Klay Thompson e Kevin Durant hanno “gettato la squadra in un loop”, per usare la definizione di Steve Kerr. Durant salterà l’intera prossima stagione, e le sue intenzioni sul futuro sono oggi ancor meno intellegibili di ieri: e se KD decidesse di non uscire dal contratto, e passare una stagione al sicuro tra le mura del nuovo Chase Center, per concentrarsi sulla riabilitazione e sull’estate 2020?

I Golden State Warriors valuteranno nelle prossime ore la reale convenienza di offrire a Kevin Durant un contratto al massimo salariale, con la consapevolezza della gravità dell’infortunio su di un giocatore di 30 anni. Il rinnovo di Klay Thompson appare al contrario quasi una formalità, la rottura del legamento crociato del ginocchio è un infortunio grave, che richiederà tempi di recupero lunghi ma che presenta maggiori garanzie di pieno recupero.

Un eventuale contratto al massimo salariale per Klay Thompson comporterebbe inoltre per gli Warriors un esborso importante, ma meno pesante rispetto al “supermax contract” per cui sarà eleggibile Durant.

Fattori che la proprietà, il GM Bob Myers e coach Kerr non potranno non considerare. La posizione di DeMarcus Cousins potrebbe presto conoscere sviluppi inattesi: il cambiamento di panorama provocato dagli infortuni di Durant e Thompson, unito ai dubbi che le potenziali inseguitrici di Cousins potrebbero avere sulle sue condizioni fisiche ed atletiche, potrebbe aprire uno spiraglio per un futuro ancora in bianco, giallo e blu per l’ex New Orleans Pelicans.

Cousins? Credo che potremo avere una chance (di trattenerlo a Golden State, ndr)” Così Steve Kerr all’indomani di gara 6 “Speriamo ovviamente per lui che possa andare a guadagnare più soldi altrove, ma chi lo sa? Ogni anno è diverso, quest’estate ci saranno tante squadre con tanto spazio salariale e soldi da spendere. Noi avremo il nostro daffare con Kevin e Klay, ma chi può sapere come le cose si evolveranno? Ciò che posso dire è che c’è un futuro in questa squadra per DeMarcus Cousins, se deciderà di rimanere“.

Le parole di Cousins potrebbero essere lette come una dichiarazione d’intenti, un’adesione a quel sentimento di rivalsa e di “lavoro non terminato” con cui i Golden State Warriors pare abbiano deciso di guardare al futuro immediato. Per “Boogie”, un anno da protagonista in una squadra giocoforza meno ambiziosa rispetto al passato (a causa delle assenze forzate di Klay Thompson e Kevin Durant) ma comunque forte del talento di Stephen Curry e Draymond Green potrebbe fungere da seconda parte di un tour di rinascita per uno dei migliori lunghi NBA dell’ultima decade.

Warriors, è arrivata la freccia che trafigge la Dinastia? Le pagelle delle Finals

Il primo dardo con cui Apollo pose fine alla gloriosa esistenza di Achille colpì proprio il famoso tallone, il punto vulnerabile del combattente acheo. Poi ne giunsero altri, resi efficaci dall’azione del primo, tanto da portare l’Eroe a soccombere per sempre. Dal tallone di Kevin Durant sono cominciate le sventure dei Golden State Warriors, da quel primo infortunio in semifinale. Poi gli Dei del Basket hanno scagliato gli altri dardi: gli infortuni gravissimi dello stesso KD prima e di Klay Thompson poi, quello, troppo sottovalutato, di Kevon Looney e, infine, le prestazioni calanti dell’ultimo grande guerriero, Stephen Curry. Forse le deità cestistiche hanno ritenuto di mettere fine alla Dinastia Warriors, proprio come il divino Apollo decise di fermare il dominio di Achille sul campo di battaglia. Ma questo si vedrà nel futuro prossimo, intanto stiamo sul presente e diamo i voti ai Warriors che sono andati a sole due vittorie dall’ennesimo Larry O’Brien Trophy.

WARRIORS: LE PAGELLE DEI PROTAGONISTI

Klay Thompson, voto 9.5: salta gara 3 per un infortunio muscolare, vero, ma gioca una serie ai limiti dell’extraterrestre. Tira ben oltre il 50% dall’arco e riesce a mantenere grande lucidità nonostante la forte pressione che la difesa dei Raptors esercita su di lui. Tanta qualità in un volume di tiri mai esagerato. A tempo perso prova anche a frenare Kawhi Leonard. Stava trascinando i suoi a un’insperata gara 7, prima che il legamento crociato del ginocchio sinistro lo abbandonasse, proprio nell’ennesima grande giocata della sua serie. Il Basket rende grazie. Immenso. 

L'infortunio di Klay Thompson ha posto fine alle speranze di titolo dei Warriors
L’infortunio di Klay Thompson ha posto fine alle speranze di titolo dei Warriors

Stephen Curry, voto 7: non gli si può imputare di non averci provato, anzi. Gioca una gara 3 fantascientifica non sufficiente a difendere il suo campo e i suoi punti non mancano mai per tutta la serie. Ma, a differenza dell’altro Splash Brother, sbaglia tanto sia in fase di scelta sia in fase di esecuzione. In difesa paga spesso, benché di solito nascosto su Danny Green. Non riesce a portare i suoi colori alla settima, forse anche perché molto stanco. L’impressione è che l’unico a poter vincere questa serie per i Warriors sostanzialmente da solo fosse Klay Thompson. Lasciato al suo destino.

Draymond Green, voto 6.5: le prime gare della serie, nonostante le cifre, sono decisamente negative e costellate di nervosismo. Poi, col procedere delle partite, i numeri corrispondono a ciò che si vede in campo. Prova a trascinare i suoi emotivamente, prima di tutto in difesa. Però il talento non è quello dei compagni più illustri e la sfida al tiro della difesa avversaria lo penalizza molto. Indomato. 

Kevon Looney, voto 6: non avrà giocato delle grandi Finals, ma ha avuto il coraggio di stare in campo nonostante un infortunio in continuo peggioramento. Tra i centri dei Warriors è l’unico a poter fare buona figura in difesa e il fatto che non abbia potuto giocare più minuti è pesato, nonostante un apporto limitato in attacco. Sarebbe servito.

Andre Iguodala, voto 6: una serie altalenante per il grande veterano del gruppo. Limitare Leonard è impossibile anche per lui e le zero attenzioni rivoltegli dalla difesa di Toronto lo mettono di fronte a scelte non facili. La tripla decisiva di gara 2 e la grande prova offensiva di gara 6 dimostrano che ha due attributi che fanno provincia, nonostante tutto. Highlander.

Andre Iguodala si è mostrato ancora una volta cuore pulsante dei Warriors
Andre Iguodala si è mostrato ancora una volta cuore pulsante dei Warriors

DeMarcus Cousins, voto 4.5: riesce a dare giusto qualche lampo del proprio talento offensivo, ma non può essere sufficiente. Non è in grado di essere costante neanche nell’arco di una singola partita. La condizione fisica è decisamente precaria e in difesa è una tassa pesantissima. Sarebbe uscito dalle rotazioni non fosse stato per gli infortuni dei compagni. E ora?

Quinn Cook, voto 4.5: ha alcuni sprazzi in attacco, grazie ai quali fa capire di essere un buon tiratore. Sbaglia però diversi tiri aperti nel corso della serie, quelli che gli si chiedeva di segnare con una certa costanza. In difesa, onestamente, non si può vedere a questi livelli. Improvvisato. 

Alfonso McKinnie, voto 4.5: dà la positiva impressione di battersi in difesa, senza però riuscire ad essere un vero fattore nella specialità. In attacco per i Raptors è come se non ci fosse e non è in grado di approfittare della cosa, soffrendo chiaramente il palcoscenico. Improvvisato 2.0.

Shaun Livingston, voto 4: non si avvicina nemmeno al contributo portato nelle passate edizioni. Quando è in campo viene attaccato in difesa e crea problemi di spaziatura molto seri in attacco. Non il modo migliore di chiudere una carriera da coraggioso combattente. Indegno finale. 

Warriors: forse Shaun Livingston avrebbe sperato in un miglior finale di carriera
Warriors: forse Shaun Livingston avrebbe sperato in un miglior finale di carriera

Andrew Bogut, voto 4: pensare di schierare in finale NBA un giocatore che ha militato per metà stagione nel campionato australiano è utopistico. La sua (im)mobilità gli impedisce di stare in campo senza fare danni. Finito.

Jonas Jerebko, voto 4: gioca le prime gare, segna qualche tiro da fuori, ne sbaglia diversi; non ha i piedi per stare in una difesa da Finals, soprattutto se è quella dei Golden State Warriors. Inadeguato. 

Jordan Bell, voto 4: doveva essere una buona alternativa a Looney nel lavorare sui cambi difensivi. Nelle poche occasioni in cui è impiegato non ci riesce e in attacco anche lui, come troppi compagni, è un uomo in meno. Deludente. 

Kevin Durant, sv: gioca 11 minuti in tutta la serie e dà idea di cosa sarebbero stati i Warriors con lui. Perde il titolo, la prossima stagione e la nomea di migliore di tutti in un colpo solo. Non se lo meritava. Torna presto, Campione. 

Coach Steve Kerr, voto 6.5: ha il merito di non piangersi addosso e di portare avanti le proprie convinzioni tecniche nonostante tutto. Purtroppo per lui la sua squadra si rivela decisamente più corta rispetto alle stagioni precedenti e lui non può farci nulla. Ammirevole il tentativo di tentare diversi assetti per ribaltare la situazione, a volte trovando anche qualcosa di positivo. Non è colpa sua se, assente Durant, i Toronto Raptors erano più forti. Condottiero disarmato. 

Golden State Warriors The Day After, il mondo stravolto in 72 ore, Kerr: “Siamo in un loop”

golden state warriors

Golden State Warriors, The Day After.

Raramente in casa Warriors si sono vissute 72 ore più – sportivamente – drammatiche delle ultime passate dai vertici della squadra, GM Bob Myers in testa, e dai giocatori.

L’ultimo dei tanti dettagli emersi dallo spogliatoio degli ormai ex bi-campioni NBA parla di uno Stephen Curry frustratissimo ed arrabbiato accanirsi contro i muri della vecchia Oracle Arena, dopo l’uno-due ricevuto in pieno volto dalla squadra con i gravi infortuni di Kevin Durant e dello sfortunato Klay Thompson.

Frustrazione di Curry già evidente in campo, durante i lunghissimi secondi passati dopo la caduta a terra di Thompson, con il suo sodale di tante battaglie che prima scaglia il pallone sul parquet con forza, per poi raccogliersi con sguardo perso ed il paradenti perennemente tra le labbra, mentre i compagni accompagnavano Klay a braccia verso gli spogliatoi.

Gli Warriors superstiti hanno lottato sino all’ultimo possesso per la loro stagione, ma la off-season più importante della storia della franchigia era virtualmente già iniziata.

Le free agency di Durant e Thompson rimarranno, certezze alle quali si è aggiunta – purtroppo – l’ulteriore certezza che sia il due volte MVP delle finali NBA che il figlio del grande Mychal saranno costretti a saltare per intero la prossima stagione.

Golden State Warriors, Myers: “Durant e Thompson meritano di essere premiati”

I Golden State Warriors porranno al centro della loro estate il rinnovo al massimo salariale di Klay Thompson. Operazione data per scontata già prima dell’infortunio, confermata già tempo fa da uno dei proprietari della squadra (Joe Lacob), ed oggi doverosa dopo l’attaccamento alla causa ed alla squadra dimostrato da Thompson fino alla fine, anche con un ginocchio danneggiato.

Non sarei un buon GM se non comprendessi il valore di Thompson e Durant per la nostra squadra” Così Bob Myers “Siamo 9-1 nelle finali NBA con Kevin (Durant, ndr) in campo, un dato che la dice lunga. Klay (Thompson, ndr) è fantastico, sono due giocatori che ogni squadra dovrebbe avere il dovere di trattenere ad ogni costo“.

Se per Thompson, per chi dà peso a questo tipo di elucubrazioni, potrà valere un sentimento di “appartenenza”, o di lealtà verso la franchigia che 9 anni fa lo scelse in uscita da Washington State ed ha fatto di lui un All-Star ed un 3 volte campione NBA, diverso e più complesso il discorso per Kevin Durant.

L’ex OKC Thunder ha 30 anni. La rottura del tendine d’Achille è uno degli infortuni più brutali che possano capitare ad un giocatore di pallacanestro, e su diversi esempi purtroppo esistenti, sono pochi i casi di giocatori ritornati sui livelli pre-infortunio, ad anni di distanza.

Nelle ultime stagioni, un infortunio del genere è toccato al “vecchio” Kobe Bryant, a Wesley Matthews (allora ai Portland Trail Blazers), a Rudy Gay, ed al compagno di squadra DeMarcus Cousins. Il recupero quanto più pieno possibile dopo l’intervento è – per testimonianza dei diretti interessati – lungo e difficile, con tempi che vanno ben oltre il “semplice” ritorno ufficiale sul campo da gioco.

Kevin Durant potrà tra qualche giorno uscire dal suo contratto biennale da circa 64 milioni di dollari, per negoziare un rinnovo al massimo salariale con gli Warriors, o con un’altra squadra. I primi report parlano di “interesse immutato” da parte delle tante squadre interessate a KD, nonostante il lungo stop che si profila. Verità? Pretattica? Rispetto per la figura di Durant? Difficile dirlo ora, le uniche parole di cui oggi vale la pena tenere conto suono quelle di Myers:

Dirò solo che (Durant e Thompson, ndr) meritano entrambi la giusta riconoscenza. Come detto, sono due giocatori fondamentali per noi (…) trovare persone con le loro qualità umane non è semplice, e quando le trovi farai poi di tutto per tenerle con te“, Bob Myers dichiara implicitamente l’intenzione della squadra di proporre ad entrambi i giocatori il massimo consentito in termini di denaro e durata del contratto.

Steve Kerr ed il futuro dei Golden State Warriors: “Infortuni cambiano il panorama”

Due rinnovi che se portati a buon fine proietteranno il salary cap dei Golden State Warriors alla cifra mai toccata prima di 375 milioni di dollari in salari, ai quali andrà ad aggiungersi la pesante luxury tax prevista per le squadre “recidive”. Il gruppo proprietario degli Warriors ha sempre dichiarato di – sostanzialmente – non farne una questione di soldi. La squadra si trasferirà dal prossimo anno al Chase Center di San Francisco, un palazzo dello sport di proprietà, che ancor prima di aprire i battenti ha già portato nelle casse societarie un miliardo e mezzo di dollari di utili.

Introiti che però andranno confermati ed aumentati nel tempo. Quale potrà essere la reazione del nuovo pubblico di ‘Frisco ad una stagione giocata senza Kevin Durant (che rimanga o che si trasferisca altrove), e senza Klay Thompson (il giocatore più amato dalla gente di Oakland)?

Ci saranno comunque Stephen Curry e Draymond Green, Andre Iguodala giocherà – salvo sorprese – almeno un’altra stagione. Steve Kerr sarà ancora al posto di comando, la squadra cercherà di trattenere Kevon Looney – altro idolo delle folle – se ve ne sarà la possibilità.

DeMarcus Cousins sarà free agent, gli Warriors non avranno altro modo di trattenerlo se non riproponendogli la mid-level exception con cui l’ex Pelicans arrivò sulla Baia la scorsa estate. Scenario difficile da immaginare, sebbene non sia chiaro di quale tipo di mercato potrà godere l’ex stella di Kentucky dopo una stagione complicata.

Dal draft 2019 e dalla scelta numero 28 difficilmente potrà arrivare un giocatore d’impatto immediato, il giovane Damian Jones aveva mostrato segnali di crescita prima di un infortunio che ha posto fine alla sua stagione, e l’anno prossimo avrà una chance di tornare nelle rotazioni di coach Kerr. Quinn Cook sarà free agent, e potrà sicuramente puntare ad un contratto a cifre maggiori in una squadra che possa garantirgli più minuti.

Cousins? Credo che potremo avere una chance (di trattenerlo a Golden State, ndr)” Kerr sulla free agency di DeMarcus Cousins “Speriamo ovviamente per lui che possa andare a guadagnare più soldi altrove, ma chi lo sa? Ogni anno è diverso, quest’estate ci saranno tante squadre con tanto spazio salariale e soldi da spendere. Noi avremo il nostro daffare con Kevin e Klay, ma chi può sapere come le cose si evolveranno? Ciò che posso dire è che c’è un futuro in questa squadra per DeMarcus Cousins, se deciderà di rimanere“.

Gli infortuni hanno gettato tutto in un loop” Ancora Steve Kerr, che ha terminato la sua stagione abbracciando da fratello maggiore un delusissimo Curry dopo l’errore sull’ultimo possesso di gara 6 “Non ho idea di che cosa Kevin Durant deciderà di fare. Quello che so è che rivogliamo tutti qui, pensiamo che quella attuale sia la situazione ottimale sia per noi che per lui. Per cui, proseguiamo con l’idea di trattenerlo qui con noi, sapendo però che la scelta spetta solo a lui, e che sarà una scelta che noi rispetteremo. Vogliamo solo il suo bene, la decisione sarà solo sua“.

Quello che è accaduto negli ultimi giorni” Prosegue Kerr “Non ha precedenti, nemmeno negli incubi più terribili. Due infortuni così a due dei tuoi giocatori migliori, a poche ore di distanza. Quando mai potrà accadere di nuovo una cosa del genere? Ora siamo in acque inesplorate“.

Warriors pronti ad offrire contratti al massimo salariale a Durant e Thompson

futuro Durant-Thompson

Come riportato da Brian Windhorst di ESPN, i Golden State Warriors sarebbero pronti ad offrire due contratti quinquennali al massimo salariale a Kevin Durant e Klay Thompson.

Ciò che ho capito nel parlare con le persone all’interno dell’organizzazione Warriors è che la loro intenzione sia quella di continuare e offrire a Kevin Durant e Klay Thompson contratto di cinque anni al massimo salariale”, ha dichiarato Windhorst a First Take.

Il n°11 diventerà free agent in estate, mentre Durant dovrà scegliere se accettare o meno la player option a sua disposizione per il prossimo anno. Entrambi sono però stati vittima di due gravi infortuni. KD è già stato operato a causa della rottura del tendine d’Achille subìta in gara 5 delle Finals. Come confermato da Steve Kerr, starà fuori per tutto il 2019/2020.

Thompson ha invece abbandonato il parquet nel corso del match della scorsa notte, che ha consegnato la vittoria del titolo NBA ai Toronto Raptors. Per lui rottura del legamento crociato anteriore, che lo terrà fermo ai box presumibilmente per 9-10 mesi.

Sia Durant che Thompson sarebbero dovuti essere due dei giocatori più ricercati a partire dal prossimo primo luglio, ma i problemi fisici rischiano di rovinare i loro piani. Non molte squadre saranno ormai interessate ad assorbire i loro max contract, a differenza di quanto sarebbe disposta a fare Golden State.

L’operazione è altamente complicata dal punto di vista finanziario, in quanto inciderebbe molto sul salary cap della franchigia californiana. Lo Chase Center di San Francisco, che prenderà il posto della Oracle Arena, potrebbe però venire in soccorso del GM Bob Myers. Essendo un’arena di proprietà dei Warriors, le entrate contribuirebbero notevolmente al mantenimento dei costi del roster a disposizione di Steve Kerr.

Raptors-Warriors: dove ha vinto la serie Toronto?

Toronto Raptors festa

Ed anche le NBA Finals 2019 sono ormai agli archivi e possiamo dire certamente che Raptors-Warriors è stata una serie finale assolutamente emozionante e piena di colpi di scena. Ad inizio anno nessuno avrebbe mai pensato di vedere i Toronto Raptors disputare una finale NBA contro i Golden State Warriors in una maniera così intensa e così efficace. Infatti, oltre al fatto che in casa Raptors avevano sempre dimostrato di non reggere la pressione dei Playoff, c’è da ricordare che la squadra è stata quasi completamente rinnovata con le partenze di Jonas Valanciunas, Jacob Poltl e DeMar DeRozan e gli arrivi di Danny Green, Kawhi Leonard, Marc Gasol e Patrick McCaw. Andiamo ora a vedere dove e come hanno vinto questo titolo NBA i Toronto Raptors:

Golden State-Toronto
Kawhi Leonard è l’MVP delle NBA Finals 2019

LA DIFESA DEI RAPTORS

Durante tutta la stagione, ed in particolare nella serie Raptors-Warriors, la squadra di Coach Nick Nurse ha messo in campo un sistema difensivo da applausi, mettendo sempre in grande difficoltà l’attacco avversario e costruendo la base del proprio successo proprio nella metà campo difensiva. Aiutata sicuramente dagli infortuni (specialmente quello di Kevin Durant), la difesa dei Toronto Raptors ha sempre messo enorme pressione su Stephen Curry e Klay Thompson (fin quando è rimasto in campo). Le guardie della Baia hanno faticato enormemente a far canestro, ogni singolo possesso.

La difesa ordinata da Coach Nurse si può riassumere con la frase “tutti, ma non gli splash brothers“; su ogni uscita dai blocchi, infatti, le due stelle dei Warriors venivano spesso raddoppiati e se ricevevano palla comunque venivano riempiti di attenzioni da tutti e 5 i difensori in campo della squadra canadese. Inoltre, specialmente in gara 6, i dinosauri hanno tolto letteralmente il tiro da 3 punti a Steph Curry, spingendolo in area contro gli aiuti difensivi o, nella peggiore delle ipotesi, concedendo un tiro da 2 invece che da 3. Ed in partite combattute come queste, ogni singolo punto può fare tutta la differenza del mondo. Infine, quando uno tra Curry e Thompson rifiatava, la squadra del Canada optava sistematicamente per una difesa box and one, condita spesso da raddoppi se uno degli splash brothers riusciva a ricevere palla.

La difesa eccezionale di VanVleet su Curry: non gli fa ricevere palla e la recupera dopo che Gasol la sporca

PROTAGONISTI DALLA PANCHINA: RAPTORS SEMPRE, WARRIORS MAI

Tanta differenza nella serie Raptors-Warriors l’ha fatta senza dubbio l’apporto delle due panchine. Non a caso, durante l’intera serie i Toronto Raptors hanno sempre trovato protagonisti in uscita dalla panchina. In particolare, Fred VanVleet e Serge Ibaka hanno disputato 6 incontri eccezionali. Dall’altro lato, in casa Warriors, nessuno in uscita dalla panchina ha mai inciso molto, dato che DeMarcus Cousins, pur giocando decentemente in attacco (ma comunque al 10% del suo potenziale) ha combinato disastri nella metà campo difensiva. L’unico a salvarsi è in gara 2 Quinn Cook.

L’attacco dei canadesi nella serie Raptors-Warriors si è spesso affidato a Fred VanVleet, che puntualmente ha risposto presente specialmente quando contava, segnando spesso triple pesantissime e canestri difficilissimi, tanto che Flavio Tranquillo l’ha definito come “l’uomo del destino”. Diversamente da VanVleet, Ibaka ha fatto la differenza con la sua esplosività e la sua intensità. La power forward spagnola è riuscita a segnare molto di più dei suoi standard dando un contributo preziosissimo anche con i punti a referto.

Uno dei tanti canestri pesanti di VanVleet. Questo arriva in gara 6

LA FIDUCIA OFFENSIVA DEI RAPTORS

Anche nella metà campo offensiva nella serie Raptors-Warriors la squadra allenata da Coach Nurse ha avuto una fiducia infinita, visto che nelle 4 vittorie dei Toronto Raptors hanno tirato benissimo sia da 2 che da 3 punti, costruendo spesso ottimi tiri e mandando in crisi la difesa dei Warriors. Non è un caso che, quando è arrivata una vittoria da parte dei Raptors, i canadesi abbiano segnato tantissimo dal perimetro e con tanti giocatori.

La fiducia di Siakam anche nel tiro da 3 punti, non la sua specialità ma lo manda a bersaglio

Il simbolo dello stato di grazia in casa Raptors è assolutamente Pascal Siakam, il quale in gara 1 ha fatto registrare una prestazione memorabile in attacco finendo con 32 punti e 14/17 dal campo ed in gara 6 ha concluso con 26 punti tirando benissimo anche da 3 punti, dopo che nella parte centrale della serie aveva faticato dall’arco. Insomma, la vittoria del Larry O’Brien Trophy da parte dei Toronto Raptors è sicuramente una vittoria di squadra, visto che tutti hanno portato il loro contributo sia in attacco e sia in difesa.

Leonard e il messaggio inviato a Lowry dopo la trade: “Facciamo qualcosa di speciale”

kawhi leonard

Kawhi Leonard svela le sue prime parole al futuro compagno di squadra Kyle Lowry, poco dopo il suo arrivo a Toronto nel luglio 2018.

11 mesi dopo, Toronto è riuscita nell’impresa. Complici anche i devastanti infortuni di Klay Thompson e di Kevin Durant, i Raptors sono i nuovi campioni NBA.

E’ il primo titolo per la squadra canadese, che porta in festa una interna nazione. In queste ore ci si chiede se sia terminata l’era dei Golden State Warriors, cosa ne sarà della squadra dopo i KO di Durant e Thompson.

E’ però sacrosanto ora celebrare il trionfo di Toronto, squadra che ha cambiato volto l’estate scorsa in estate con la trade Leonard-DeRozan ed ulteriormente migliorata a febbraio poco prima della trade deadline con l’arrivo di MArc Gasol

Toronto ha fatto all-in in questa stagione, ed è stata premiata.

Il messaggio di Kawhi Leonard a Lowry dopo la trade

Dopo un anno pieno di problemi a San Antonio, Kawhi Leonard chiede la trade e viene spedito a Toronto. Lascia invece il Canada DeMar DeRozan, dopo ben 9 anni. La scelta è forte, perché Leonard ha un solo anno di contratto, ed è arrivato in città sacrificando DeRozan, il giocatore più forte della squadra ed idolo dei tifosi.

Un momento cruciale nella transizione dal regno di DeRozan a quello di Kawhi Leonard è “l’accordo” siglato via messaggio tra l’ex Spurs e Kyle Lowry, amico fraterno di DeMar DeRozan, ed arrabbiato per la partenza del prodotto di USC.

Dopo la vittoriosa gara 6, Kawh Leonard ha svelato il testo del suo messaggio di luglio a Lowry:

Scendiamo in campo e facciamo qualcosa di speciale. So che il tuo migliore amico è andato via.  Sarai arrabbiato, triste. Ma facciamo in modo che funzioni

Proprio Kyle Lowry è stato fondamentale nella serie finale contro i Golden State Warriors, su entrambi i lati del campo. 26 punti a fine gara per lui, come Pascal Siakam leader nei punti segnati in gara 6.

Con questo messaggio è nata la trionfale stagione dei Toronto Raptors.

I Toronto Raptors toccano il cielo con un dito: è anello, Kawhi: “Ho creduto in me stesso”

Toronto Raptors festa

I Toronto Raptors hanno superato i Golden State Warriors in gara 6 delle Finals 2019, aggiudicandosi titolo ed anello. Al netto della sfortuna dal punto di vista degli infortuni dei californiani, la storica vittoria di Kawhi Leonard e compagni verrà ricordata a lungo. La vittoria, ottenuta per 114-110, è valsa il primo trionfo NBA per una squadra canadese.

La partita è stata entusiasmante, dai mille volti. Le due squadre hanno sempre risposto l’una al fuoco dell’altra, senza perdere mai contatto. Kyle Lowry ha giocato una partita monumentale per i suoi, segnando 15 punti nel solo primo quarto, chiudendo il primo tempo con 21 punti, 6 rimbalzi e 6 assist. E’ stato il primo Raptor nella storia a far registrare 20-5-5  nei primi due quarti di una partita playoff. Ha chiuso l’incontro con 26-7-10, segnando 4 triple su 7 tentate.

Di lui VanVleet ha detto, in un simpatico siparietto in conferenza stampa: “E’ tutto più facile quando hai in squadra uno come lui. Lo hanno sempre criticato più di chiunque altro nei playoff, per cui vederlo alzare quel trofeo significa moltissimo per noi.”

Dalla panchina entrano con incisività non indifferente sia Serge Ibaka che Fred VanVleet. Lo spagnolo mette a segno 15 punti e tante giocate decisive sotto i due ferri, mentre il numero 23 ne mette a referto 22, segnando 5 tiri da oltre l’arco, su 11 lasciati partire. Bene anche Pascal Siakam, con 26 punti, 10 rimbalzi e il canestro decisivo del 111-108.

Per tutta la partita, invece, Kawhi Leonard dà l’impressione di essere in attesa del momento giusto per accendersi davvero. Questo momento sembra non arrivare mai, ma l’MVP di queste Finals segna i 3 tiri liberi decisivi che portano il titolo ai suoi. Kawhi è inoltre il primo a ottenere il riconoscimento di Finals MVP in due Conference diverse.

Ho continuato a credere in me stesso. Con l’aiuto e il supporto di famiglia e amici sono riuscito a prendermi il mio tempo per tornare in campo.”

Le parole dei Raptors freschi di anello

Le belle parole non sono mancate ai Raptors, dal parquet e dalla sala stampa della Oracle Arena.

Kyle Lowry ha dedicato subito il titolo ai suoi affezionatissimi tifosi:

“Toronto, Canada: l’abbiamo portato a casa!”

Coach Nick Nurse ha espresso tutta la sua gioia per il suo playmaker:

“Non potrei essere più felice per lui. Sei anni fa, quando sono arrivato, lui era solo un titolare part-time. Io e lui abbiamo avuto da subito un’ottima intesa ed è arrivato ad un livello sempre migliore, anche a livello difensivo. (…) Ha giocato così bene in questi playoff, forse non l’aveva mai fatto e io ne sono felicissimo.”

Il numero 7 di Toronto ha ripercorso così la sua storica prestazione:

“Volevo essere aggressivo fin da subito. So che in tutte le partite che abbiamo vinto ho tirato tanto e bene, per cui volevo fare lo stesso fin dai primi momenti di questa gara.”

Infine, Marc Gasol ha ammesso di aver capito subito che la squadra fosse speciale:

“Ho capito che il roster aveva grandi possibilità solo leggendolo nel mio volo tra Memphis e Toronto. Masai Ujiri me l’ha detto subito, puntava a competere già da quest’anno.”

Ora i Raptors saranno attesi in patria da una folla estatica, pronta e vogliosa di festeggiare l’anello con i suoi beniamini. Questa notte si è davvero scritta la storia di uno sport per un paese intero.

NBA Finals, Warriors battuti ed a pezzi, Kerr: “Squadra irripetibile, un privilegio allenarli”

warriors battuti

Warriors battuti ed a pezzi nel fisico e nella mente dopo una gara 6 risoltasi solo all’ultimo possesso.

L’ultima recita della Oracle Arena di Oakland, California, si rivela ancor più drammatica della partita precedente, quella dell‘infortunio di Kevin Durant. Con circa 2 minuti da giocare sul cronometro del terzo periodo e la gara in perfetto equilibrio, il fin lì letale Klay Thompson va al ferro di potenza in contropiede, ricade dopo il fallo di Danny Green e nel ricadere il ginocchio destro cede.

L’arena si ammutolisce, Thompson rimane a terra disperato per il dolore e per la consapevolezza di aver chiuso la sua finale NBA, ma come un guerriero si rialza, guadagna gli spogliatoi sulle sue gambe per poi tornare indietro e segnare i due tiri liberi.

Steve Kerr chiede il fallo ai suoi per fermare il gioco e riportare Klay Thompson negli spogliatoi per il verdetto crudele: rottura del legamento crociato del ginocchio destro, partita e serie ovviamente finite ed infortunio che terrà fuori il prodotto di Washington State per almeno 6-8 mesi.

E nonostante tutto” Mastica amaro Steve Kerr nel post gara “Abbiamo avuto un’opportunità di andare a gara 7“. Gli Warriors resistono persino ad un colpo duro come l’infortunio di un giocatore che in 3 quarti di gioco aveva segnato 30 punti con 8 su 12 al tiro e trascinato i suoi, coach Kerr pesca dal fondo della sua panchina e si affida a Quinn Cook, a DeMarcus Cousins, a Shaun Livingston e ad un commovente Andre Iguodala, e con 9 secondi da giocare Golden State ha il possesso per vincere la partita.

Warriors battuti, Green e Curry: “Non è finita per questa squadra”

La rimessa è per Draymond Green (tripla doppia da 11 punti, 19 rimbalzi e 13 assist a fine gara) che riceve in emergenza ma trova Steph Curry in uscita dai blocchi, per un tiro difficile ma realizzabile per lui. Secondo ferro, ottavo errore dalla lunga distanza per Curry e Toronto Raptors campioni NBA 2019, con una vittoria esterna per 114-110 dopo i tiri liberi finali.

Quando mi è stato riferito che Klay (Thompson, ndr) era fuori” Prosegue Steve Kerr “Ho pensato ad uno scherzo… insomma, non poteva essere vero. Ed invece è andata così, non so se gli infortuni siano il prodotto di 5 stagioni giocate al massimo, con 100 partite all’anno, di tutte le fatiche… so solo che è una cosa devastante da subire“.

Steph Curry veste come di consueto i panni del leader dopo una gara da 21 punti (6 su 17 al tiro), 7 assist e tanta, tanta corsa contro una difesa decisa a toglierlo dalla partita: “Questa partita ce la ricorderemo a lungo, ma conoscendoci, conoscendo questa squadra, il nostro carattere, il nostro DNA, so che non è finita per noi, io non scommetterei contro di noi già dal prossimo anno, e più avanti. Sono davvero orgoglioso di come abbiamo lottato, e di questi 5 anni di vittorie“.

L’ultimo tiro? Lo avrei preso 10 volte su 10, siamo riusciti a creare un buon tiro, vedevo il ferro e ci ho provato… un tiro possibile da mettere, lo riprenderei assolutamente

Warriors battuti, Steve Kerr, il più abbattuto: “Grato di aver allenato questo gruppo”

Gli infortuni di Durant – che come riportato da Steve Kerr salterà per intero la stagione NBA 2019\20 dopo l’operazione per rottura del tendine d’Achille della gamba destra – e di Klay Thomspon avranno delle ripercussioni enormi sull’intera lega. Thompson e Durant potranno diventare free agent dal prossimo 1 luglio, i Golden State Warriors vorranno di certo premiare Klay con un contratto al massimo salariale, pur mettendo in preventivo la possibilità che anche il figlio di Mychal possa rimanere fuori per l’intera prossima stagione.

Tutti penseranno ad oggi come alla fine di un’era” Draymond Green nel post gara “Ma non è così, non è una cosa saggia da dire. Questo non è stato il nostro anno, decisamente, ma non tutte le ciambelle riescono col buco, come si suol dire (…) noi torneremo“.

Non si può descrivere ciò che penso di questa squadra” Steve Kerr è decisamente il più deluso in casa WarriorsCosa ho avuto modo di vedere in questi 5 anni è stata una combinazione incredibile di talento, carattere e dedizione totale, qualcosa di irripetibile (…) ed io sono stato un uomo fortunato ad aver avuto la possibilità di allenare un gruppo del genere, come ho detto anche ai ragazzi

La mia gratitudine nei confronti dei miei giocatori non ha limiti, sono stato messo nella posizione di aiutare ed allenare questi ragazzi tutti i giorni, vederli competere, dare tutto quello che avevano. Questa serie e questi playoffs lo dimostrano“.

Warriors battuti, 5 anni da ricordare

Nell’ultima decade, i Golden State Warriors si sono imposti come la squadra più forte e vincente della pallacanestro mondiale. Dal 2014\15 – anno del primo titolo – ad oggi, gli uomini di Steve Kerr hanno vinto il 77% delle partite disputate (399 vittorie totali, il massimo NBA in un periodo di 5 anni), le 5 finali NBA consecutive sono la seconda striscia di finali di fila giocate da una singola squadra (alle spalle degli storici Boston Celtics di ormai 50 ani fa).

Solo San Antonio Spurs, Chicago Bulls e Los Angeles Lakers (all’epoca ancora Minneapolis Lakers) hanno vinto più titoli NBA degli Warriors in un periodo di 5 anni.

Klay Thompson, c’è la rottura del legamento crociato anteriore

L'infortunio di Klay Thompson ha posto fine alle speranze di titolo dei Warriors

La sfortuna dei Golden State Warriors non si è fermata neppure nella partita che ha assegnato il titolo agli avversari, i Toronto Raptors. Dopo i diversi infortuni rimediati in queste Finals, su tutti quello devastante di Kevin Durant, dovranno fare i conti anche con un nuovo lungo stop. Klay Thompson ha infatti sofferto la rottura del legamento crociato anteriore sinistro, come confermato da Adrian Wojnarowski.

Secondo l’insider di ESPN, il giocatore dovrà stare fermo almeno fino a febbraio del prossimo anno. Con Durant che si vocifera sarà ai box per la totalità della prossima stagione, questo infortunio, anche qualora dovessero restare entrambi nella Baia, complica non di poco le speranze playoff della squadra.

Secondo nuove stime, comunque, riportate da Chris Haynes per Yahoo Sports, il recupero del giocatore potrebbe richiedere anche fino a 10 mesi, tenendolo lontano dal campo per tutta la stagione regolare.

Il legamento crociato del ginocchio sinistro di Thompson ha ceduto quando ci è atterrato malamente sopra, dopo un fallo subito da Danny Green. Mancavano 2 minuti e 20 secondi alla fine del terzo quarto, e sul momento Klay non voleva saperne di abbandonare i suoi. Dapprima è tornato in campo per mettere a segno entrambi i liberi guadagnati con il fallo subito, poi ha cercato di fare e dire di tutto per convincere i suoi a farlo rientrare in campo.

Questa volta, memori anche dell’episodio Durant, il GM Bob Myers e il dottore di squadra Rick Celebrini non hanno sentito ragione e l’hanno costretto a lasciare l’incontro.

Warriors-Raptors gara 6: Toronto scrive la Storia, le pagelle

Warriros-Raptors gara 4 è la conferma definitiva: Kawhi Leonard è il giocatore più forte del mondo

“Siamo all’epica” ha detto Davide Pessina in telecronaca. Noi diciamo “siamo alla Storia“, anzi lo dicono i Toronto Raptors, che battono i bi-campioni Golden State Warriors approfittando delle pesanti assenze, che non sono però l’unico motivo della vittoria canadese. Warriors-Raptors gara 6 ha segnato un’altra vittoria in trasferta in questa incredibile serie. Quella di una squadra che, con le sue scelte difensive estreme, ha messo coach Steve Kerr di fronte alla cortezza del suo organico. Ecco le pagelle del closing-game.

WARRIORS-RAPTORS GARA 6: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Warriors-Raptors gara 6: l'uomo del destino è decisamente Fred VanVleet
Warriors-Raptors gara 6: l’uomo del destino è decisamente Fred VanVleet

Kyle Lowry, voto 9: gioca un primo quarto offensivo da fantascienza. La sua difesa è sempre encomiabile, ben aldilà dei problemi di falli. La sua lucidità nei momenti di difficoltà sorprende e con essa la capacità di mettere in ritmo i compagni (10 assist). Ah, ci sono anche 26 punti. Alla faccia di ogni critica dopo il tiro vittoria sbagliato in gara 5. Coraggioso.

Pascal Siakam, voto 8.5: nel primo tempo raccoglie la sfida al tiro da fuori lanciatagli da Kerr e la vince anche (3/6 da tre punti). In difesa le sue leve lunghe sono un grande fattore sulle linee di passaggio. Nell’ultimo quarto, quando l’attacco dei Raptors sembra fermo, trova alcuni canestri provvidenziali in penetrazione, come fosse sempre stato a questi livelli. Decisivo. 

Fred VanVleet, voto 8.5: dovrebbe rientrare nella valutazione generale della panchina, ma merita di stare tra i titolari. Lavora faccia a faccia contro Curry come ha fatto, ottimamente, per tutta la serie. Nel quarto periodo trova alcuni canestri da fuori per indicare la via ai compagni. Anche lui come se giocasse Finals NBA da sempre. Coraggioso. 

Kawhi Leonard, voto 7: è indubbio e giusto che l’MVP alla fine spetti a lui. In difesa gli è inizialmente affidato Thompson, idea poi abbandonata con i problemi di falli. Non deve prendersi troppe responsabilità in attacco e segna quando serve (22 punti con 7/16 dal campo). Segna i liberi che chiudono definitivamente la questione, pur non nella sua miglior prova. Intelligente.

Danny Green, voto 5: non si nota affatto. Fa il suo sicuramente in difesa, per quanto si possa fare contro un leggendario Thompson. In attacco non si prende un tiro e nel finale perde un pallone che rischiava di diventare sanguinoso. Evanescente. 

Marc Gasol, voto 4.5: non prosegue sulla scia positiva della sua serie. In attacco sbaglia tutto il possibile (0/5 dal campo) e a tratti è anche rinunciatario. Fa qualche giocata preziosa in difesa, ma non basta per la sua classe. Inconsistente. 

Panchina, voto 7: posta la sottrazione di VanVleet, Norman Powell fornisce i suoi soliti minuti di  freschezza atletica in difesa senza farsi vedere in attacco. Ma il vero eroe è, ancora una volta, Serge Ibaka, efficiente nei raddoppi sul pick and roll in difesa ed esiziale a rimbalzo d’attacco. Oltre le aspettative. 

WARRIORS-RAPTORS GARA 6: LE PAGELLE DEI VINTI

Warriors-Raptors gara 6: Klay Thompson è nuovamente eroico, ma il ginocchio fa crac
Warriors-Raptors gara 6: Klay Thompson è nuovamente eroico, ma il ginocchio fa crac

Klay Thompson, voto 10: viene marcato a vista e segna comunque 30 punti con 8/12, facendo un ottimo lavoro in difesa contro Leonard. Purtroppo la sfortuna si abbatte ancora su Golden State e il suo ginocchio lo abbandona nel terzo quarto dopo un fallo subito. Rientra per battere i due liberi, li segna, ma poi si deve arrendere a un infortunio che non lascia buone sensazioni. Per il basket, speriamo non sia nulla di serio. Se c’è un uomo che ha tenuto viva la Dub Nation è lui. Grazie, Klay. 

Andre Iguodala, voto 8: le scelte estreme di Toronto lo costringono a prendersi più responsabilità del solito e lui risponde, come sempre, presente, segnando 22 punti e senza far mai mancare il suo apporto in difesa. Questa volta esce sconfitto, ma nulla gli si può rimproverare. Veterano. 

Draymond Green, voto 8: anche lui molto sfidato, non si spaventa e gioca una gara decisamente totale. La tripla doppia da 11 punti, 19 rimbalzi e 13 assist stavolta testimonia come si sia mosso bene contro le speciali difese di coach Nurse. Dimostra di essere sempre lui l’epicentro emotivo di questa grande dinastia. Leader. 

Stephen Curry, voto 5.5: i 21 punti non rendono sufficiente una prova in cui ha chiaramente patito l’estrema aggressività della difesa avversaria. Tira decisamente male (6/17 dal campo e 3/11 da tre) e tende a intestardirsi. Ci sono alcuni errori in difesa pesanti. Nell’ultimo quarto, giustamente, spetta a lui provare a guadagnarsi gara 7 sostanzialmente da solo. E’ umano e non ci riesce, forse anche per la stanchezza. Testardo. 

Kevon Looney, voto 5.5: non è chiaramente in condizione, ma prova a lasciare tutto sul campo. In difesa cerca di essere presente al massimo e fa qualche aiuto importante, ma non può mettere la solita fisicità. In attacco solo raramente riesce a sfruttare bene lo spazio concesso. Impossibile fare di più. 

Panchina, voto 5: DeMarcus Cousins comincia forte ma anche questa volta si perde nel finale, nel quale è una tassa troppo costosa in difesa. Trova qualche canestro Shaun Livingston, ma è chiaro che Alfonso McKinnie e Quin Cook non possono prendersi grande iniziative su questo palcoscenico. Limitati. 

Rudy Gay a Kevin Durant: “Niente paura, tornerai alla grande!”

rudy gay a kevin durant

Warriors, i consigli di Rudy Gay a Kevin Durant: “Sarà un processo lungo, non deve avere paura e tornerà quello di prima“.

La rottura del tendine d’Achille è uno degli infortuni più problematici da affrontare per uno sportivo: tempi di recupero lunghi, una riabilitazione difficile accompagnata dal timore – come riportato da tanti “superstiti” – di non poter più tornare l’atleta di un tempo.

Kevin Durant si è sottoposto nella giornata di mercoledì ad un intervento per la rottura del tendine d’Achille della gamba destra, infortunio riportato nel secondo quarto della quinta partita della finale NBA 2019 a Toronto.

Infortunio che lo accomuna, suo malgrado, al suo attuale compagno di squadra DeMarcus Cousins (che si ruppe lo stesso tendine nel gennaio 2018 in maglia New Orleans Pelicans), a J.J. Barea dei Dallas Mavericks (tendine KO lo scorso gennaio per il portoricano) ed a Rudy Gay dei San Antonio Spurs, per citare alcuni degli esempi recenti.

Con lo stesso infortunio, la carriera ad alto livello del 35enne Kobe Bryant terminò il 12 aprile 2013, nelle terzultima partita di regular season contro i Golden State Warriors.

Come riportato da Zach Lowe di ESPN, le proporzioni dell’infortunio di Durant sono tali da mettere in discussione – nei prossimi mesi – numeri e posto nella storia del gioco di un giocatore già oggi, a soli 30 anni d’età, al 31esimo posto nella classifica marcatori NBA ogni epoca. Le medie carriera di Kevin Durant, proiettate per le prossime stagioni, avrebbero permesso alla star dei Golden State Warriors di insidiare addirittura il primato di Kareem-Abdul Jabbar.

Rudy Gay a Kevin Durant: “Non temere, tornerai quello di prima”

Durant potrebbe ritrovarsi costretto a saltare l’intera annata 2019\20 (sono dai 10 ai 12 mesi i tempi di recupero di solito necessari per il ritorno in campo). Nel gennaio del 2017, l’allora giocatore dei Sacramento Kings Rudy Gay chiuse la sua stagione con un infortunio al tendine d’Achille, e fu in grado di ritornare in campo – a San Antonio – nove mesi dopo l’intervento.

L’ala degli Spurs, che sarà free agent in estate, ha raccontato a Marc J. Spears di The Undefeated di aver contattato Durant dopo la notizia del suo infortunio, offrendosi di dargli alcuni consigli “di prima mano”:

“(Durant, ndr) mi ha richiamato, presto faremo una bella chiacchierata (…) la cosa più importante e difficile da fare è saper ascoltare il proprio fisico, trovare il proprio ritmo. Man mano che si sentirà meglio, l’unica cosa davvero importante è imparare ad ascoltare il suo fisico

Dopo l’intervento portai un gesso per tre settimane” prosegue Gay “Sei mesi più tardi ero già in campo, gli Spurs vollero ovviamente andarci cauti“. Nella stagione 2017\18, quella successiva all’infortunio, Rudy Gay giocò 57 partite in maglia nero-argento (11.5 punti e 5 rimbalzi a gara in 21.6 minuti a gara), per poi disputare l’anno successivo una regular season di alto livello, chiusa a 13.7 punti e 6.8 rimbalzi a gara, in 69 partite disputate e 26.7 minuti d’impiego.

Ho capito subito che si trattava del tendine, solo dalle immagini” Rudy Gay torna al momento dell’infortunio con la mente “Ti senti come se una palla di fuoco di attraversasse il corpo dal basso (…) il mio recupero fu uno dei più brevi mai registrati, ma all’inizio fui ben lontano dalla forma migliore, mi ci volle tanto tempo (…) solo nei playoffs (2018, ndr) iniziai a sentire di nuovo buone sensazioni“.

Non dimentichiamo che (Durant, ndr) è altro più di 210 cm, ed è un tiratore incredibile. Anche se all’inizio non dovesse tornare sui suoi livelli, sarebbe comunque migliore della quasi totalità degli altri giocatori. Ma questo è lo scenario peggiore, io so che andrà tutto bene