La regular season 2015/2016 è ormai agli archivi. Per alcune squadre inizia una lunga estate di ricostruzione, per altre arriva il momento di fare sul serio e dare la caccia al titolo, passando per i durissimi playoff. Per la redazione di NBAPassion.com, invece, è arrivato il momento di premiare i migliori, ma anche i peggiori, della stagione appena terminata… Ecco gli NBAPassion Awards 2016!
WORST TEAM OF THE YEAR: SACRAMENTO KINGS

Sacramento Kings
Partiamo dalle cose peggiori di quest’annata, cominciando dalla figuraccia dei Sacramento Kings.
La stagione era iniziata tra gli squilli di tromba per il notevole rafforzamento della rosa, con la ciliegina sulla torta dell’arrivo di Rajon Rondo, che con DeMarcus Cousins avrebbe dovuto formare una coppia inarrestabile.
In effetti, a livello prettamente individuale, RR9 e ‘Boogie’ hanno fatto grandi cose. Rondo sembra tornato quello dei Celtics, tutto genio e assist, mentre Cousins ha probabilmente disputato la miglior stagione in carriera, unendo al solito dominio sotto canestro anche un tiro da tre più che affidabile. Un mix che farebbe di lui l’arma perfetta, l’MVP dei prossimi dieci anni, se non ci fosse un grosso tarlo caratteriale.
Nervosismo dentro e fuori dal campo, innumerevoli falli tecnici (alcuni davvero evitabili), continui dissapori con coach George Karl (per tutta la stagione sull’orlo dell’esonero)… Tutto ciò ha finito inevitabilmente con il destabilizzare un gruppo, di cui DMC doveva essere il leader assoluto, che è andato sempre più allo sbando, fino all’esclusione matematica dalla corsa ai playoff con parecchie partite ancora da giocare.
Uno sbando che continua da troppo tempo ormai in California. I Kings sono LA squadra incompiuta per eccellenza da almeno un decennio, e la tendenza non sembra poter cambiare facilmente.
Un roster pieno di giocatori senza arte né parte (Rudy Gay su tutti), guidato da due star tanto ricche di talento quanto incostanti e con una second unit non all’altezza della corsa ai playoff, in cui Sacramento è finita dietro a squadre sulla carta nettamente inferiori, come Utah Jazz e Portland Trail Blazers. Una flebile speranza può arrivare dal buon primo anno di Willie Cauley-Stein, possibile punto di partenza per la costruzione della squadra del futuro.
Nota a margine per la stagione piuttosto incolore di Marco Belinelli; seppur con qualche sporadico bagliore, il bolognese è stato risucchiato nella mediocrità generale dei suoi. Come sono lontani i tempi di San Antonio…
DISAPPOINTING TEAM OF THE YEAR: CHICAGO BULLS

I Chicago Bulls al completo
La stagione appena conclusa ha avuto il grande merito di mettere in luce i difetti di molte squadre. Il clamoroso passo falso dei Chicago Bulls, esclusi dai playoff dopo che per anni venivano visti come unica possibile alternativa alle squadre di LeBron James per il trono della Eastern Conference, potrebbe rivelarsi a posteriori un male necessario, un punto di non ritorno per la tanto auspicata svolta.
L’unica attenuante per coach Fred Hoiberg, da molti (Jimmy Butler compreso, come fatto intendere più o meno esplicitamente dal numero 21) ritenuto inadatto al contesto, sono gli svariati infortuni subiti da tutti i giocatori chiave, dallo stesso Butler a Joakim Noah, da Nikola Mirotic all’ormai cronico Derrick Rose.
Proprio il playmaker da Englewood (quartiere di Chicago dominato dalla guerra tra gang) è, suo malgrado, al centro delle critiche. E’ ormai chiaro che Rose non tornerà mai più lo scintillante fuoriclasse che, prima dei gravi infortuni subiti, aveva incantato la NBA diventandone il più giovane MVP di sempre. Per troppo tempo è stato atteso, e purtroppo (per lui e per tutti gli appassionati di basket) questa attesa è stata vana. Il ruolo di leader è passato, negli ultimi anni, da Rose a Noah, fino a Butler, divenuto nel frattempo un due volte All-Star, nonché Most Improved Player nel 2015.
Alla luce di questo fallimento, in estate si dovranno fare scelte importanti in casa Bulls; prima fra tutte, su quale giocatore puntare per la ricostruzione. La coesistenza tra Rose e Butler non sembra funzionare, e uno dei due dovrà essere probabilmente ‘sacrificato’ (se non subito, di sicuro a breve termine, considerando che D-Rose sarà in scadenza di contratto nel 2017). Anche il reparto lunghi è da sfoltire: Gasol, Mirotic, Noah, Gibson, Portis, il giovane Cristiano Felicio… facile pensare che, ad ottobre, almeno due tra questi nomi vestiranno altre maglie.
Doug McDermott ha avuto una netta crescita rispetto ad una stagione da rookie abbastanza incolore, ma è stato tutto fuorché continuo. Alle sue spalle, Mike Dunleavy e Tony Snell non si sono rivelati all’altezza di una squadra con (sulla carta) ambizioni da titolo, e sono ben lontani dall’identikit del ‘grande realizzatore’ necessario come il pane a questi Bulls.
Che la ricostruzione abbia inizio, quindi. Saranno mesi piuttosto complicati nella ‘Windy City’…

Leonard
DEFENSIVE PLAYER OF THE YEAR: KAWHI LEONARD
Si aggiudica questo riconoscimento il miglior difensore della miglior difesa della NBA (statistiche alla mano). Non male, considerando anche che Leonard è stato protagonista di una stagione da candidato MVP (in un mondo normale) coronata con la prima, meritatissima chiamata all’All Star Game.
La grande annata dei San Antonio Spurs è dovuta soprattutto alla fase difensiva, di cui l’MVP delle Finals 2014 è il dominatore incontrastato.
Dotato di mani enormi e braccia lunghissime, oltre che di una straordinaria visione di gioco e di un grande istinto per l’anticipo, Kawhi è diventato il peggiore incubo dei grandi attaccanti della lega; da LeBron James a Kevin Durant, passando per quello Stephen Curry che pur si era divertito con qualche ‘trucchetto da playground’ nei suoi confronti durante una partita giocata a gennaio alla Oracle Arena.
Dopo una stagione del genere, è ormai chiaro che gli Spurs sono la squadra di Kawhi Leonard, oltre che del grande acquisto della scorsa estate, LaMarcus Aldridge.
Per la franchigia texana non potevano esserci condizioni migliori per l’inevitabile ‘cambio generazionale’ dopo l’era dei ‘Big Three’ Duncan-Ginobili-Parker.

Trail Blazers
BREAKOUT TEAM OF THE YEAR: PORTLAND TRAIL BLAZERS
Incredibili. Non c’è miglior aggettivo per questi Blazers che, nonostante la ‘svendita’ di 4/5 del quintetto titolare (compreso un certo LaMarcus Aldridge) la scorsa estate, sono riusciti a centrare l’obiettivo playoff, stravolgendo qualsiasi pronostico.
Una volta ricevute le chiavi della squadra, Damian Lillard ha scatenato l’inferno, disputando una stagione (soprattutto dopo la pausa per l’ASG) che, in una NBA senza Steph Curry, sarebbe da premiare con il titolo di MVP.
Intorno al numero 0 tanti giovani di talento pronti a mettersi in gioco e a fare un bel salto di qualità. Su tutti C.J. McCollum, di cui riparleremo, ma da sottolineare anche la grande crescita di giocatori come Allen Crabbe (giocatore che al primo anno fu spedito in D-League), Meyers Leonard e Mason Plumlee. Quest’ultimo si sta rivelando come uno dei tanti errori strategici (colossale eufemismo) dei Brooklyn Nets, che la scorsa estate gli preferirono un giocatore fatto e finito come Brook Lopez.
Un’ulteriore chiave del successo degli uomini di coach Terry Stotts si può trovare nelle prestazioni di altri giocatori ‘scartati’ dalle precedenti squadre, vedi Gerald Henderson, Maurice Harkless o Al-Farouq Aminu. Giocatori che l’allenatore è stato bravissimo a sfruttare al meglio e che hanno formato un nucleo solidissimo, difficile da affrontare per chiunque. Chiedere per conferma ai Golden State Warriors, ‘piallati’ dai 51 punti di un indemoniato Lillard il 19 febbraio.
Probabilmente i piani della dirigenza erano diversi (un paio di stagioni in zona lottery per ricostruire), con altrettanta probabilità l’anno prossimo i playoff si vedranno in televisione, ma questa stagione dei Blazers ha fatto letteralmente saltare il banco. Con buona pace di squadre sulla carta più attrezzate (Houston, Dallas, Sacramento, New Orleans…). Ma d’altronde si sa, sulla carta non si vince mai…
MOST IMPROVED PLAYER OF THE YEAR: C.J. McCOLLUM

McCollum
Ecco il ‘segreto di Pulcinella’ di questi Blazers. Certo, avere un trascinatore come Dame Lillard aiuta non poco, ma l’esplosione di McCollum è stata la vera e propria ‘chiave di volta’.
Partiamo dalle sue statistiche: 5.3 punti di media nell’anno da rookie, 6.8 nella seconda stagione, 20.9 nel momento in cui scriviamo (mancano ancora un paio di partite). Senza fermarsi ai numeri, la guardia da Lehigh University, scelta da Portland con la decima chiamata al draft 2013, si è imposta come ‘spalla’ ideale di Lillard, chiudendo spesso e volentieri le partite come miglior realizzatore di squadra (secondo stagionale, dietro al fenomenale ‘Dame Dolla’).
Un salto di qualità che ha accelerato incredibilmente i piani di ricostruzione della franchigia, reduce dalla partenza in massa di Wesley Matthews (sostituito più che egregiamente dal numero 3), Nicolas Batum, Robin Lopez, e, soprattutto, LaMarcus Aldridge.
L’importanza acquisita da C.J. in questa stagione si può comprendere meglio ricordando il clamore suscitato dalla sua esclusione, per una distrazione nel compilare il referto, nell’incontro del 6 gennaio perso contro i Los Angeles Clippers.
McCollum e Lillard sono le punte di diamante di un giovane nucleo che, più velocemente del previsto, potrebbe sconvolgere gli equilibri della Western Conference.
SIXTH MAN OF THE YEAR: JEREMY LIN

Jeremy Lin Hornets
Gli Charlotte Hornets sono stati una delle piacevoli sorprese di questa stagione, e gran parte del merito per il ritorno ai playoff va attribuito alla loro second unit, guidata egregiamente dal giocatore di origine taiwanese.
Dopo la parentesi non troppo esaltante a Houston e quella davvero buia con i Lakers, Jeremy è riuscito a riscattarsi nella ‘Queen City’, sotto gli occhi di ‘Sua Altezza Aerea’ Michael Jordan, alla guida di un quintetto di riserva composto da buonissimi giocatori (vedi Marvin Williams o Jeremy Lamb) che sembrano aver trovato a Charlotte la loro dimensione ideale.
Memorabile la prestazione di Lin contro i San Antonio Spurs il 21 marzo. Con gli uomini di Popovich avanti anche di 23 punti, Jeremy è sembrato tornare quello della ‘Lin-sanity’ ai tempi dei Knicks: 29 punti, nonostante su di lui ci fosse Kawhi Leonard (il miglior difensore al mondo) con tanto di canestro della vittoria.
Con tutta questa sostanza in uscita dalla panchina (da segnalare l’ottimo debutto di Frank Kaminsky), un solidissimo quintetto che può contare sulla classe di Nick Batum e Kemba Walker e in attesa del ritorno di Michael Kidd-Gilchrist, il futuro appare finalmente roseo in North Carolina.
Qualcuno ha detto Bobcats?
COACH OF THE YEAR: BRAD STEVENS

Boston Celtics
Un piccolo capolavoro, quello compiuto dall’ex allenatore di Butler University in questa stagione. Al secondo anno su una panchina NBA ha trasformato i Boston Celtics, da team in ricostruzione a squadra che, con qualche aggiustamento, potrebbe diventare una seria pretendente ai piani alti della Eastern Conference.
Il tutto, è doveroso sottolinearlo, senza grandi superstar. Anche se, effettivamente, è difficile non considerare la stagione di Isaiah Thomas come quella di una stella a tutti gli effetti (convocato al primo ASG in carriera), non parliamo nè di LeBron James, né di Kevin Durant o Steph Curry…
Stevens ha plasmato un gruppo di ferro, facendo rendere al massimo giocatori non certo di primo piano. Jae Crowder, Evan Turner, Amir Johnson, lo stesso Avery Bradley… tutti giocatori in cerca di un posto al sole nella lega più spettacolare al mondo, che hanno saputo dare però una spinta decisiva ai biancoverdi nella corsa ai playoff.
Se lo scorso anno la partecipazione dei Celtics alla post-season era sembrata quasi casuale (puntualmente distrutti dai Cavs al primo turno), stavolta, complice anche l’equilibrio che regna sulla costa atlantica, bisognerà stare molto attenti a sottovalutare i C’s.
La prossima estate, con ben 8 scelte al draft (tra cui quella dei Brooklyn Nets, sicuramente fra le prime 10) e una free-agency piuttosto ‘appetitosa’ (Kevin Durant il primo nome fra tutti), sarà fondamentale per il ritorno alla grandezza dei bostoniani.
Nel frattempo la mossa più importante, ovvero trovare l’uomo giusto per guidare la ricostruzione, è stata pienamente azzeccata.

Karl Anthony Towns
ROOKIE OF THE YEAR: KARL-ANTHONY TOWNS
E’stata un’annata straordinaria per i rookie. Raramente si sono viste tante matricole avere da subito un impatto significativo come in questa stagione.
Il caso più clamoroso è quello di Kristaps Porzingis: fischiato sonoramente dai tifosi (…) dei New York Knicks la sera del draft, il giovanissimo lettone ha subito messo a tacere tutti disputando una regular season strepitosa, specialmente nei primi mesi. Anche D’Angelo Russell, seppur con inevitabili alti e bassi, ha mostrato di avere indubbie qualità, tanto da farsi ‘perdonare’, con ogni probabilità, dai Lakers il fattaccio del video con Nick Young finito accidentalmente in rete.
Talento scintillante ed indiscutibile anche quello di Jahlil Okafor, anche se la compatibilità tra lui e Nerlens Noel è ancora un cruccio per lo staff dei Philadelphia 76ers, soprattutto quando sarà finalmente arruolabile anche Joel Embiid.
Ha pescato davvero bene Miami, che con Justise Winslow e Josh Richardson (scelto con la 40esima chiamata) si è assicurata due ottimi punti di partenza per tornare a vincere in futuro.
Con tutte le difficoltà possibili del primo anno tra i professionisti, è stato sicuramente positivo anche il debutto dei vari Emmanuel Mudiay, Myles Turner, Stanley Johnson, Mario Hezonja, Bobby Portis, Wille Cauley-Stein, Frank Kaminsky, Larry Nance Jr., Rondae Hollis-Jefferson, Tyus Jones… tutti giocatori su cui le rispettive squadre hanno capito di poter puntare.
Menzione a parte per Devin Booker dei Phoenix Suns, il più giovane giocatore della lega in questo 2015/16, che ha avuto una crescita rapida ed inesorabile, guadagnandosi i complimenti di un certo Kobe Bryant e il titolo di runner up a questo premio.
Il problema è che quest’anno ha debuttato un autentico fenomeno.
E’ davvero difficile ricordare un debutto tanto sfolgorante nelle ultime stagioni quanto quello di Karl-Anthony Towns. Gioco in post, sopra il ferro, TIRO DA TRE… un’iradiddio, che probabilmente si candida a spodestare Andrew Wiggins come uomo-franchigia (attenzione però al terzo anno del canadese…).
Con il trio composto da Towns, Wiggins e Zach Lavine (anche quest’ultimo in grande crescita), i Minnesota Timberwolves fanno già paura. Considerando una scelta alta anche al prossimo draft, è facile pensare che ci troviamo di fronte ai possibili dominatori (e AL possibile dominatore) della NBA degli anni 2020.
ALL-ROOKIE TEAM:
- Emmanuel Mudiay (Denver Nuggets)
- Devin Booker (Phoenix Suns)
- Justise Winslow (Miami Heat)
- Kristaps Porzingis (New York Knicks)
- Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
EASTERN CONFERENCE TEAM OF THE YEAR: BOSTON CELTICS

Boston Bradley
Dopo le ultime stagioni, in cui la differenza tra Western ed Eastern Conference è stata francamente imbarazzante, qualcosa sta cambiando sulla costa atlantica degli Stati Uniti, con un livello medio in evidente crescita, e i Celtics sono l’emblema di questo netto miglioramento generale.
Senza grandi stelle e con un roster completamente stravolto durante la scorsa stagione, la squadra di coach Brad Stevens ha sorpreso anche i fan più ottimisti, mostrando un gioco spumeggiante e un’inedita solidità.
Quella che si presenta ai playoff è la squadra che non ti aspetti, guidata da giocatori che più ‘insospettabili’ non si potrebbe. Basti pensare che il leader, Isaiah Thomas, è un playmaker di 1 metro e 75 scelto con la sessantesima (ed ultima) chiamata al draft 2011…
Con lui, oltre al giovane Marcus Smart (su cui la dirigenza ha sempre puntato molto) e alla certezza Avery Bradley, alcuni ‘personaggi in cerca d’autore’ come Evan Turner, Jae Crowder, Jonas Jerebko o Amir Johnson, oltre ad altri giovani come Kelly Olynyk e Jared Sullinger, entrambi buoni giocatori, ma che non sono certo Andrew Wiggins o Karl-Anthony Towns.
Ad un certo punto della stagione i biancoverdi si sono trovati addirittura al terzo posto nella Conference, salvo poi rimanere impantanati nella spietata lotta per l’ordine di piazzamento, con almeno 7-8 squadre in bilico fino alla fine.
Niente male per una squadra che, non prima di tre anni fa, doveva iniziare una lunga e faticosa ricostruzione.
I tempi non sono ancora maturi per impensierire Cleveland ai piani alti, ma con qualche piccolo (o magari grande?) ritocco in estate, potremmo sentir parlare ancora, nel prossimo futuro, di questi Celtics.
WESTERN CONFERENCE TEAM OF THE YEAR: GOLDEN STATE WARRIORS

Curry ed i Warriors
Cosa si può scrivere di una squadra così? Dopo aver dato spettacolo e vinto il titolo nella scorsa stagione, non solo i Warriors sono riusciti a non perdere la ‘fame’, ma sono ulteriormente cresciuti, impadronendosi della lega con un’annata indimenticabile, consegnata alla storia del Gioco.
Che non sarebbe stato un anno come gli altri lo si era capito fin dall’inizio quando, sotto la guida del coach ad interim Luke Walton (sostituto del convalescente Steve Kerr), Curry, Thompson e compagni avevano inanellato 24 vittorie su altrettante partite, perdendo per la prima volta contro Milwaukee il 12 DICEMBRE!
Con una partenza simile, e considerata la costanza di rendimento e risultati, era inevitabile che Golden State avrebbe bussato con forza alle porte della Storia con la S maiuscola, realizzando un’impresa che per vent’anni non è stata nemmeno concepibile: superare le 72 vittorie dei Chicago Bulls 1995/96, quelli di Jordan, Pippen, Rodman e Phil Jackson.
Per realizzare questa impresa Kerr ha sfoderato l’intero arsenale: il cecchino Klay Thompson (uno che in molte altre squadre sarebbe l’uomo-franchigia), il talentuosissimo Harrison Barnes e una second unit eccezionale, con i vari Iguodala, Livingston, Barbosa, Speights e Rush che in diverse occasioni hanno fatto la differenza.
Ultimo, ma non ultimo, Draymond Green, divenuto ormai un All-Star, nonché il leader emotivo della squadra.
A guidare questa gloriosa truppa, ovviamente, Steph Curry, protagonista della più clamorosa stagione individuale dell’ultimo decennio (se non oltre).
Curry e i suoi Warriors sono ormai LA lega, e anche qualora non dovessero vincere il titolo a fine giugno, avrebbero comunque lasciato un segno indelebile nella storia della NBA.

Steph Curry
MOST VALUABLE PLAYER OF THE YEAR: STEPHEN CURRY
Forse l’MVP più scontato di sempre, di sicuro dell’era post-Jordan. Un premio assegnato di fatto già a novembre ad un giocatore che non si era mai visto prima d’ora. Attenzione: non diciamo che sia il più forte di ogni epoca, ma quello che Steph Curry ha fatto in questa stagione non si era obiettivamente mai visto. Un dominio assoluto e un record macinato dopo l’altro, tanto a livello di squadra quanto individuale.
Se pensavamo di aver visto tutto lo scorso anno, quando Steph vinse il premio battendo ‘in volata’ James Harden e Russell Westbrook, siamo stati pesantemente smentiti dalle magie del figlio di Dell, che ha dimostrato in questa stagione di poter fare qualsiasi cosa su un campo da basket.
Penetrazioni ubriacanti, persino schiacciate, oltre alle triple impossibili che lo rendono già adesso il miglior tiratore della storia della lega. Il tiro da 10 metri sulla sirena contro i Thunder è già leggenda…
La cosa peggiore (per i suoi avversari) è la disarmante sicurezza con cui Steph fa cose all’apparenza impossibili; ormai i difensori si aspettano regolarmente un suo tiro – e quindi un suo canestro – da qualsiasi punto oltre la metà campo, se non addirittura prima.
La cosa migliore (per la sua squadra) è che l’attenzione che Curry attira su di sé crea innumerevoli possibilità per i compagni, che infatti rendono come forse non farebbero in altri contesti (Draymond Green su tutti).
La sensazione è che la supremazia del numero 30 e dei Warriors sia destinata a continuare anche per le stagioni a venire.
Dopo gli anni ad aspettare invano una finale tra Kobe Bryant e LeBron James o uno showdown tra Kevin Durant e Derrick Rose, la NBA ha trovato un nuovo padrone. Chiaro, King James permettendo…
ALL-NBA TEAM:
- Stephen Curry (Golden State Warriors)
- Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
- Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
- Kevin Durant (Oklahoma City Thunder)
- Draymond Green (Golden State Warriors)
