I Portland Trail Blazers hanno scelto il loro nuovo allenatore, Micah Nori in arrivo dai Minnesota Timberwolves e dallo staff di coach Chris Finch, ma le modalità della firma e il contratto siglato con Portland hanno suscitato la reazione del sindacato degli allenatori NBA e di JB Bickerstaff, che ne è il presidente.
Micah Nori, al suo primo incarico da capo allenatore NBA, avrebbe firmato un contratto con formula 1+2, quindi da tre anni di cui solo il primo sarà garantito. La squadra avrà dunque un’opzione per le restanti due stagioni del contratto. Qualcosa con ben pochi precedenti nella storia almeno recente, degli ultimi anni, in termini di contratto per un head coach, e novità che non è piaciuta ai rappresentanti di categoria.
“Questo contratto è uno schiaffo in faccia al nostro valore come allenatori” ha detto Bickerstaff in un comunicato “Sappiamo qual è stato il percorso di coach Nori e non vogliamo certo sminuire quello che per lui e la sua famiglia è un momento importante, e un traguardo pienamente meritato. Ma penso che sia stato messo in una situazione in cui non si sarebbe dovuto trovare, nel prendere una decisione del genere a causa di come è strutturato il suo contratto. Per come la vediamo, qualcuno ha approfittato del desiderio di un coach e ha sminuito il valore della nostra professione, guadagnata con tanto impegno negli anni“.
I Blazers non hanno ancora presentato ufficialmente coach Micah Nori, che rimpiazza Tiago Splitter il quale da coach ad interim aveva portato la squadra ai playoffs per la prima volta dal 2021. Splitter ha accettato l’offerta dei Chicago Bulls e in sede di presentazione non ha voluto parlare della sua esperienza a Portland col nuovo proprietario della squadra Tom Dundon, e delle trattative per il suo rinnovo. Tom Dundon che da quando è diventato proprietario di maggioranza a tutti gli effetti dei Trail Blazers, ad aprile, ha fatto parlare di sé per le sue politiche di “spending review” e taglio dei costi, dalle ironie sulle mancate trasferte per i giocatori a roster con un two way contract, le circolari diffuse a giocatori e staff sui check out in ritardo dagli hotel e le magliette colorate per il pubblico sugli spalti al Moda Center per le partite di playoffs, sostituite da dei più economici foulard. I Blazers hanno comunicato a giugno circa 80 licenziamenti tra personale amministrativo e i media al seguito della squadra, mentre si sono aperte con la città di Portland le trattative sui lavori di rinnovamento necessari al Moda Center, l’impianto di casa di Blazers e Portland Fire della WNBA.
Un passaggio delicato, che in altre occasioni e altre città in passato è stato decisivo per il trasferimento o meno di una franchigia. Nel 2007 il mancato accordo tra i nuovi proprietari della squadra e la città di Seattle sulla vecchia Key Arena, favorì il trasferimento a Oklahoma City degli allora SuperSonics. Nel 2013 un accordo tra Vivek Ranadivé, owner dei Sacramento Kings, e la città sulla costruzione del Golden 1 Center scongiurò il trasferimento della squadra, peraltro proprio a Seattle.
Il Moda Center è di proprietà della città di Portland, e per i lavori esiste un piano da 600 milioni di dollari per l’ammodernamento. Quota a cui dovrebbero partecipare i Trail Blazers in parte, con la restante cifra da finanziare a livello pubblico, con le tasse dei contribuenti. Nella giornata di martedì Tom Dundon ha avvertito di fatto la città di Portland sulla questione, spiegando come “già solo restare a Portland è un grosso investimento“, escludendo quindi che la squadra – a determinate condizioni – intenderà cofinanziare alcun lavoro sull’impianto.
