Per sopravvivere a due gare 7 di fila ci vuole un fisico bestiale, quello che i Detroit Pistons infrantisi contro i propri limiti offensivi, non hanno avuto nella serie contro i Cleveland Cavs, persa cedendo la settima partita in casa e dopo aver condotto per 2-0 dopo le prime due partite.
Limiti che già contro gli Orlando Magic già una serie fa erano emersi, fragorosi. Detroit era riuscita però a recuperare approfittando anche dell’infortunio occorso a Franz Wagner ma contro Cleveland non è stata altrettanto fortunata, i Pistons hanno perso due partite su 4 giocate in casa, imperdonabile.
“Non è piacevole per nulla, giocavamo in casa e volevamo vincerla per i nostri tifosi. Mi ha ricordato lo scorso anno quando perdemmo in casa al primo turno, non è un bel ricordo” ha detto Cade Cunningham, anche lui in calo e autore di una brutta gara 7 “La off-season? Non ci penso ora, ho tanto altro per la mente e penso a ciò che dovrò fare io e a come“.
Coach JB Bickerstaff si è perso nella sua battaglia personale contro gli arbitri, lanciata dopo gara 4. Anche in gara 7 ha passato più tempo a sfogarsi con la terna arbitrale che allenare mentre i suoi concedevano 44 tiri liberi ai Cavs, commettendo falli su falli su qualsiasi cosa si muovesse in maglia bianca nei paraggi. Non che le alternative in panchina a due non-fattori in attacco come Jalen Duren e Ausar Thompson abbondassero, Isaiah Stewart è stato persino più dannoso e non si può chiedere a Paul Reed di essere il salvatore della patria. Il risultato è stato un banchetto a centro area per Jarrett Allen e Evan Mobley, con Donovan Mitchell a servire assist su assist.
“Ma questa stagione non è una delusione, io non dirò mai che questi ragazzi mi hanno deluso. Hanno dato tutto ciò che avevano, tutti i giorni. Abbiamo perso e fa male ma non si dica che è una delusione” così coach Bickerstaff, che si rifugia nell’orgoglio. “Siamo un gruppo speciale e non potrei essere più contento di loro, di come si siano lasciati allenare giorno dopo giorno. La voglia di crescere e migliorarsi, lo spirito di sacrificio“.
Due anni fa i Detroit Pistons erano la peggior squadra della NBA ma sapevano che con Cade Cunningham, Jalen Duren e Ausar Thompson avevano un nucleo giovane e di talento che li avrebbe riportati in alto. Hanno avuto ragione come testimoniano due stagioni vincenti e il primo posto a Est nel 2025-26. I playoffs di quest’anno hanno però respinto in parte Cunningham, che ha recuperato in tre settimane tra marzo e aprile da un problema fisico complicato, va ricordato, ma che al netto di alcune grandi prestazioni soprattutto contro Orlando, ha chiuso in calo e ha mostrato dei limiti di letture e una capacità ancora solo parziale di far valere il suo fisico e la sua stazza contro i pariruolo.
Chi è rimbalzato come su una salita troppo dura invece, sono stati Jalen Duren e Ausar Thompson.
Duren, che è stato All-Star in questa stagione e sarà salvo sorprese All-NBA, ha giocato dei playoffs timidissimi e si è eclissato a tal punto nella serie contro i Cavs da costringere coach Bickerstaff a metterlo in panchina a più riprese. Senza un gioco offensivo sviluppato al di là della potenza fisica e con poco playmaking accanto Cunningham a parte (quanto è mancata rispetto a un anno fa una point guard come Dennis Schroeder), Duren non ha avuto chance contro Mobley e Allen.
Ausar Thompson condivide col suo gemello Amen di Houston le stesse mani – quadrate – e il poco talento offensivo. Un peccato per un giocatore così d’impatto in difesa, soprattutto sulle linee di passaggio e in aiuto lontano dal pallone per tempi e precisione. Nella NBA di una generazione fa non sarebbe neppure stato un grosso problema per un’ala, i Grizzlies hanno raggiunto due volte le finali di conference con Tony Allen in quintetto base, e Andre Iguodala non è mai stato un cecchino neppure in una squadra di cecchini come gli Warriors di una volta. Thompson è però completamente privo di un tiro dalla distanza, anche per delle ragioni tecniche che sono francamente sconvolgenti per un giocatore NBA al terzo anno.
Sia Duren sia Thompson sono eleggibili per le rispettive estensioni salariali. Ausar Thompson potrà chiedere una rookie scale extension che potrebbe valere oltre 100 milioni di dollari, un contratto simile a quello che Denver ha concesso un anno fa a Christian Braun o che Atlanta ha firmato con Dyson Daniels. Un rischio che Detroit correrà scommettendo sul giocatore, e sulla possibilità di migliorare in attacco e al tiro migliorando al contempo il roster attorno a lui, con più tiratori.
La vera questione è il contratto di Jalen Duren, il centro sarà restricted free agent e prima dei playoffs chiunque avrebbe garantito a occhi chiusi per lui un accordo al massimo salariale, e la nomina a All-Star e (in caso) All-NBA lo rende eleggibile per un massimo salariale. Duren potrebbe valere regole salariali alla mano un contratto quinquennale da circa 240 milioni di dollari, una follia alla luce di quanto (poco) visto in questi playoffs. Significherebbe per i Pistons un contratto da 40 milioni base annui, a partire dalla prossima stagione.
Il problema è che oggi, anche un contratto sostanzialmente minore rispetto a tali cifre pare un’enormità per un giocatore come il Jalen Duren visto in questi playoffs. E sono cifre da cui i Detroit Pistons, che dall’era dei vari Rasheed Wallace e Chauncey Billups hanno visto spesso la post-season col binocolo, non possono permettersi di discostarsi troppo, pena perdere i giocatori giovani e su cui costruire una squadra futuribile.
