Quarter tales: Joe Bunn (parte I)

di Luigi Ercolani

Vi presento Joe Bunn

Joe Bunn in una foto recente

Joe Bunn in una foto recente

“Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque”. Parole tratte da “Qualcosa è cambiato”, un filmettino di nicchia di fine Novecento che qualcosuccia ha vinto. Per dire: Jack Nicholson miglior attore protagonista secondo la Academy of Motion Picture, Elent Hunt miglior attrice, nomination come miglior film e miglior sceneggiatura originale. Questo solo per restare ai famigerati Oscar, perché il palmarès sarebbe decisamente più ricco da srotolare se solo avessimo tempo a sufficienza e non temessimo di annoiarvi con l’enumerazione aneddotica dei tituli. Andiamo avanti, ché se no si fa notte.

Si diceva: se ce la fai a New York, ce la fai ovunque. Il protagonista della nostra storia è uno che ce l’ha fatta a New York. E poi anche ovunque. Bingo. Il suo nome è Joseph Ray Bunn Stallins, più familiarmente Joe. È, supponiamo, un newyorchese come tanti, che in testa, quando si parla di “ball”, fa uno ed un solo collegamento: ça va sans dire, la spicchiata.

Proprio in relazione al glorioso feticcio arancione, la vita ci mette un nanosecondo ad offrirgli subito un gustosissimo spin move: Joe viene infatti al mondo una settimana esatta prima che i Golden State Warriors allenati da Al Attles e condotti in campo da Rick Barry e Jamaal Wilkes vincano il loro ad oggi penultimo titolo NBA. L’ultimo, come è ultranoto, arriverà quarant’anni esatti dopo, con un tipo di basket che in generale non è replicabile e che in giornata di grazia è inarrestabile. Un tipo di basket in cui persino il buon Joe avrebbe avuto spazio se non avesse scollinato, per l’appunto i quaranta giusto un paio di mesetti prima.

Torniamo a noi. Joe dunque nasce, cresce e corre a New York. Oddio, sul primo e sul terzo concetto nulla da dire, sul secondo qualche dubbio viene. Nello specifico: siamo poco i due metri, i chili proporzionati. E uno così, cosa fai, lo metti a giocare guardia, play se ha un ball handling decente, ala se proprio ti senti generoso ma occhio che paghi sui cambi difensivi.

No, Joe Bunn, il Joe Bunn che non si allungherà mai oltre i 198 centimetri registrati all’ultimo giro di giostra, gioca centro. Ripetiamo: centro. Se siete stati colti da un colpo apoplettico dopo aver letto, sappiate che avete tutta la nostra comprensione.

Un centro sottodimensionato, ma sotto sotto. Molto sotto. Terribilmente sotto, ma a Joe non importa perché “Calma o foga, purché se zoga”. Hai voglia. La prima opportunità da grande è nel North Carolina, ma Tar Heels e Wolfpack sono distanti anni luce. In realtà sarebbe una North Carolina State, il principale problema è che davanti ci sono quelle due lettere, A&T, che stanno per “Agricultural and Technical”, e più che per le Final Four, i titoli NCAA e la corsa ai talenti più promettenti a livello liceale si è distinta negli anni per la nanoscienza, le gallerie d’arte universitarie site nel “James B. Dudley memorial building” e  i sit in ai tempi del Movimento per i Diritti Civili.

Volendo soprassedere sulle orripilanti battute che si potrebbero fare collegando la materia “nano” con l’altezza inconsueta di Joe per il ruolo, in merito a North Carolina A&T State potremmo cavarcela con uno sbrigativo: “Altra roba”.

Potrebbe esser peggio. Vero, ma potrebbe anche esser meglio. E lo è, perché dopo un anno si apre il nostro protagonista l’opportunità ai Monarchs di Old Dominion University. Saltone, direte. Verissimo, ma Bunn ha due fortune. Prima: si tratta comunque di un college di Division I e viste le premesse il bacio sui gomiti è pratica obbligatoria. Seconda: trova un coach qualche aggancio ce l’ha. Jeff Capel II.

Passo indietro e parentesi graffa su Capel. Passo indietro: è il coach che ha reclutato Bunn per North Carolina A&T State nel ’94, ma poi non ha saputo resistere alla chiamata di un college di prima classe (ok, qui il concetto di prima classe è alquanto ampio, concedetecelo), ma quel newyorchese tutto cuore non lo ha mai scordato. E alla prima occasione, lo porta di nuovo con sé.

Parentesi graffa: Capel è un uomo profondamente radicato nel North Carolina, da cui proprio non riesce a staccarsi. Con lo studio e la pratica della palla a spicchi, riesce a crearsi una reputazione da santone locale, che lo proietterà poi sulla panchina dei Bobcats di Charlotte nei loro primi sette anni di vita, per poi emigrare verso l’Amore Fraterno un paio di stagioni, sotto una leggenda locale (tra Illinois e Michigan) come Doug Collins. Evidentemente tra santoni ci si piglia in un attimo.

Per la cronaca: i due pargoli di Capel sono immersi anche loro nell’arancia. Jeff III da inizio millennio è stato assistente allenatore a Old Dominion (il caso…), Virginia Commonwealth, Oklahoma e Duke, e attualmente è un associate head coach a Duke. Il fratello Jason è stato tecnico in comando di Appalachian State, college di Division I nel North Carolina (il caso…)  e rispetto al fratelli ha avuto una carriera professionistica più rilevante. Lo vedemmo tra il 2005 e il 2007 anche dalle nostre parti, Roseto e Avellino.

E Joe Bunn? Come andò con Capel padre? Lo scopriamo nel prossimo episodio.

 

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