Andamento: 22 W 30 L (ottavi nella Eastern Confernece)
Nonostante siano già state giocate più della metà delle partite, l’evento che fa da vero spartiacque nella stagione NBA è l’All Star Weekend. Andiamo a vedere come ci sono arrivati gli Heat, vicecampioni NBA.
“Siamo una contender”
Così si pronunciò il padre-padrone di Miami, Pat RIley, ad inizio stagione. Le prime 52 partite, però, non gli hanno dato ragione, con gli Heat che sono riusciti ad ottenere solamente 22 vittorie, a fronte di 30 sconfitte. Molto, moltissimo, è da imputare agli infortuni, che hanno falcidiato la franchigia della Florida. Josh McRoberts (l’acquisto più importante dopo Deng), ha cominciato la preparazione circa un mese dopo rispetto al resto della squadra, per poi salutare la stagione dopo appena 17 match, a causa della rottura del menisco; Chris Andersen ha saltato 16 partite e Dwyane Wade, il miglior giocatore a roster, ha subito vari infortuni ad entrambe le ginocchia, che lo hanno tenuto seduto in 17 occasioni. Queste (ed altre) assenze hanno costretto Spoelstra a cambiare tante volte la rotazione e la dirigenza ad effettuare qualche movimento sul mercato. Dallo sballottamento di Napier (prima 6° uomo, poi in D-League, poi in squadra come dodicesimo ed infine titolare), alle acquisizioni di Hassan Whiteside e Tyler Johnson, sono stati tanti gli avvicendamenti in casa Miami. Un’altra ragione che può spiegare il record degli Heat è stato il rendimento, sotto le aspettative, di alcuni giocatori chiave, come Mario Chalmers e Danny Granger. Andiamo con ordine.
I bocciati
Mario Chalmers, voto: 5+. La decisione di Spoelstra di utilizzarlo come 6° uomo pareva sensata ad inizio anno, ma non gli ha giovato più di tanto. Giocatore da sempre molto discontinuo, non si è tradito nemmeno in questa prima parte di stagione, nella quale ha migliorato le sue cifre, ma non le sue prestazioni. Comunque sorprendenti (in positivo) alcune partite i in assenza di Wade (due volte sopra i 20 punti e 10 assists e una da 23+8).
Norris Cole, voto: 5. Partito in quintetto al posto di Chalmers, aveva stupito tutti con i 23 punti dell’Opening Night contro John Wall, per poi calare a picco in un’escalation di prestazioni abbastanza preoccupante. Le sue cifre non mentono: 6,3 punti e 3,4 assists, tirando sotto il 39% dal campo e al 26,5% da 3 punti.
Danny Granger, voto 5. A Miami nessuno si aspettava il giocatore capace di segnare quasi 26 punti di media nella stagione 2008/2009, ma nemmeno il Granger visto in questi primi mesi. 6,3 punti con il 40% dal campo e il 35% da 3, sono il (magro) bottino dell’ex Pacers. A sua parziale discolpa, i problemi fisici che lo tormentano ormai da 3 anni.
I promossi
Chris Bosh, voto 7-. Partito fortissimo, ha poi risentito fisicamente del peso offensivo che gravava tutto sulle spalle. I suoi numeri restano comunque ottimi (21 punti e 7 rimbalzi di media), e gli sono valsi la decima convocazione consecutiva per l’All Star Game. È vero, la percentuale al tiro non è al livello degli anni passati (46%), ma non è giustificata dalla quantità di tiri che DEVE prendere, spesso raddoppiato o triplicato dai difensori. Eccellente, invece, il 37,5% nel tiro da 3 punti.
Dwyane Wade, voto 7+. Come al solito, ha risposto sul campo alle critiche di chi lo vedeva come un giocatore finito e buono solo per fare da spalla ad LBJ. I suoi 21,4 punti (conditi da 5,4 assists) dimostrano che questo ragazzo ha ancora qualcosa da dire in questa Lega. Nonostante i numerosi problemi fisici, ha risposto sempre presente. Immortale.
Chris Andersen, voto 7. Giocatore energico, fondamentale per gli Heat dalla panchina. Arrivato a 37 anni, è ancora un centro di riserva di tutto rispetto. Birdman!
Hassan Whiteside, voto 7,5. La sorpresa della stagione NBA. Da oggetto misterioso a giocatore indispensabile per Miami, in pochi giorni. Entrato piano piano nelle rotazioni, ha fatto registrare grandi prestazioni in sequenza, guadagnandosi il posto in quintetto. Dopo gli 11+10+5 contro i Nets, sono arrivati i 23+16 a Los Angeles, la tripla doppia contro i Bulls, i 14 rimbalzi in un quarto (!) contro i Mavs e i 24+20 a Minnesota. Le sue medie parlano di 10 punti(64% al tiro), 8,6 rimbalzi e 2,4 stoppate in meno di 20 minuti a partita. Attenzione a questo ragazzo.
I rimandati
Josh McRoberts, voto NG. Giocatore potenzialmente fondamentale per questi Heat, si è infortunato proprio nel momento di forma migliore. Arrivederci alla prossima stagione.
Luol Deng, voto 6. L’ex Bulls è stato il free agent più importante portato a South Beach da lungo tempo, con il difficile compito di sostituire LeBron James. Le sue prestazioni sono state, tutto sommato, sufficienti, con buona presenza in entrambe le metacampo. Inserito nei rimandati poichè sembra poter crescere ancora.
Erik Spoelstra, voto 5,5. Anche quest’anno il delfino di Riley è stato spesso e volentieri attaccanto dai critici ad ogni piè sospinto. Ma mettetevi nei suoi panni: ha perso il miglior giocatore del pianeta, gli hanno smontato la panchina (via Allen, Battier, Lewis, Beasley, Oden, Jones e Douglas) e la squadra ha subito infortuni in ogni reparto. Diamogli tempo.
Ancora 30
Tante sono le partite che i Miami Heat dovranno ancora giocare da qui al termine della stagione regolare. Attualmente in ottava posizione, gli Heat devono difendersi da Nets, Celtics e Pacers (che sperano nel rietro di Paul George). L’assalto alla piazza numero 7 è tutt’altro che proibitivo, con gli Hornets che vantano un record identico, ma con il vantaggio degli scontri diretti (2-1, con l’ultima partita da giocare alla Triple A di Miami). In ogni caso, sembra impossibile un passaggio al secondo turno dei Playoffs, vista la netta differenza tecnica con le prime della classe. Si punta dunque a finire dignitosamente la stagione, per poi recuperare le forze in vista dell’annata 2015\2016. La testa di Riley, però, è già alla Free Agency 2016, quella in cui Miami avrà lo spazio salariale per inaggiare uno dei tanti Big che si libereranno.
Per NBAPassion.com,
Leonardo Zeppieri



