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From the Corner #3: il load management ora è un caso

di Antonio Sena

Da ormai molti anni le franchigie stanno escogitando sistemi sempre più elaborati per mantenere integro il proprio roster. La situazione però sembra essere sfuggita di mano, con un turnover massivo iniziato già dalle prime partite di regular season, ed esploso definitivamente con il caso Leonard. Molti giocatori, addetti ai lavori ed insider si stanno esprimendo a favore o contro, a riprova di come la faccenda sia tutt’altro che di facile lettura. Ed è giunto quindi il momento di parlarne nel nuovo appuntamento della rubrica From the Corner.

Se da una parte in molti si sono espressi contro il load management, dall’altra le franchigie sembrano sempre più propense al suo utilizzo, ed entrambe le fazioni sembra avere motivazioni valide.

L’esempio più emblematico che può porre a favore del load management, è quello dei Golden State Warriors. Nel giro di pochi mesi il team è stato stravolto dalle pesanti assenze di Curry e Thompson, oltre ai problemi della scorsa stagione col grave infortunio di Durant, ora ai box tra le fila dei Nets. Forse, con maggiori tempi di riposo tutto questo si sarebbe evitato, chissà.

Una gestione oculata del minutaggio e dell’utilizzo di Leonard (60 partite giocate in regular season su 82) ha permesso ai Raptors di averlo al 100% nei playoffs scorsi, e sappiamo tutti come è andata a finire. Quest’anno, anche per sopperire all’assenza dell’MVP delle Finals, coach Nurse sta tirando di più la corda dei titolari, e forse non è un caso che si siano già infortunati Lowry e Ibaka.

Oltre ai Clippers, anche altre franchigie si stanno muovendo in tal senso. Ad esempio, i Blazers sono intenzionati a tenere ai box un McCollum in palese difficoltà, che sta costringendo Lillard agli straordinari. Situazione simile a Chicago dove si è deciso di fermare per alcune giornate Otto Porter Jr, a riprova del fatto che anche i giocatori di media caratura stanno godendo all’occorrenza di trattamenti particolari.

From The Corner #3: la voce dei protagonisti sulla vicenda

Rivers

Doc Rivers ha difeso la decisione della franchigia di far riposare Leonard contro i Bucks.

Anche alcuni coach stanno appoggiando questa strategia. Doc Rivers ha difeso a spada tratta il load management e, una volta contestatogli il malcontento causato ai tifosi (nell’episodio Leonard), ha chiosato con una battuta (“Manca Leonard? Potranno ammirare me”), che lascia poco spazio ad interpretazioni.

I giocatori hanno invece fatto bene o male fatto fronte comune contro il meccanismo, da LeBron (“Se sono infortunato, non gioco, se sono sano voglio giocare sempre”), ad Antetokounmpo (“Se non scendo in campo non mi sento bene…il lavoro duro elimina la paura”), fino al mostro sacro MJ, che in passato ha spronato l’ex coach Steve Clifford a far giocare sempre i propri giocatori poiché “pagati per giocare tutte le 82 partite di regular season”.

Tra le voci a favore, sottolineiamo quella di Kendrick Perkins, che ha pubblicamente lodato Popovich per aver tenuto Leonard fuori per quasi tutta l’annata 2017/2018, permettendone il pieno recupero dall’infortunio dell’anno precedente. La posizione di Perkins è tutto sommato comprensibile, visti i numerosi stop subiti dall’ex Celtics e Thunder.

Quale può essere la soluzione?

I tifosi sono coloro che possono recriminare più di tutti per la situazione che si è creata.

La verità, come spesso succede, sta nel mezzo. Ed una soluzione ci sarebbe, se ci fosse la volontà.

Se si vuole mantenere alto il livello della regular season ed evitare che diventi un semplice riscaldamento per i playoffs, con conseguente perdita d’appeal, bisogna ridurre le giornate della stagione regolare.

Alcune riforme di Adam Silver, come diminuire sensibilmente i back-to-back e le lunghe trasferte sono positive, ma evidentemente non basta.

Fin dalle prime gare stiamo vedendo una stagione regolare in cui molti top player saltano sistematicamente gran parte dei back-to-back, oltre ad uscire per settimane dalle rotazioni nelle ultime partite di stagione regolare se già qualificati o piazzati nei playoffs. Il tutto a discapito quasi esclusivo del tifoso, che si ritrova a pagare cifre spropositate per veder partite senza i propri pupilli in campo. La diminuzione delle partite, oltre a portare ad un aumento della competitività dei match, abbasserebbe il rischio infortuni, con periodi di recupero maggiori.

Questo sistema risolverebbe la polemica iniziata da Jalen Rose che ha attaccato tifosi e media colpevoli di “far percepire ai giocatori che la regular season non abbia appeal, visto che l’unica cosa che conta è la destinazione finale, i playoff”. Ovviamente, tanti interessi sono in ballo e la soluzione da noi proposta è malvista da chi nella NBA vede solo (o quasi) una fonte di guadagno.

Che dire, staremo a vedere, ma una svolta, in un senso o nell’altro, sembra proprio debba arrivare.

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