Gli anni passano e, purtroppo, si fanno sentire: ad ogni primavera si aggiunge un enorme masso sul groppone di tutti, specialmente di chi fa del proprio fisico e della propria condizione fisica lo strumento per vivere, per lavorare, come nel caso dei giocatori di pallacanestro professionistici.
È il caso di Tim Duncan che, alla veneranda età di quasi 40 anni, è arrivato, forse, alla sua ultima stagione in NBA. Il caraibico dei San Antonio Spurs ha capito che il suo corpo non è più in grado di aiutarlo come un tempo, quando grazie ad esso e ad una tecnica perfetta era in grado con facilità di dominare in lungo e in largo su ogni parquet degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni Duncan è stato sempre capace di dare il suo contributo, nonostante i problemi fisici, specialmente al ginocchio, che lo hanno accompagnato per tutto questo tempo. La sua intelligenza, però, gli ha fatto comprendere che è arrivato il momento di lasciare più spazio alla crescita dei suoi compagni, per dare continuità al progetto vincente iniziato proprio grazie a lui ben 19 anni fa. Gli Spurs sono una macchina perfetta, guidata da un maestro del gioco come Gregg Popovich: la sua immensa comprensione del gioco hanno permesso alla sua squadra di stupire il mondo per tantissimi anni, nonostante avesse cambiato più e più volte il proprio modo di giocare.
Agli arbori, infatti, il gioco degli speroni texani era incentrato più sul dominio dei tabelloni e del pitturato, sfruttando a pieno le doti fisiche delle twin towers, David Robinson e lo stesso Duncan; con il passare degli anni e il mutamento sempre più radicale nello stile di gioco, con ritmi più alti e sempre più conclusioni da tre punti, la squadra di Popovich ha sempre saputo adattarsi alla grande, permettendogli di portarsi a casa ben 5 titoli NBA tra il 1999 e il 2014.
Ora, con gli arrivi di LaMarcus Aldridge, obiettivo numero uno di gran parte delle franchigie durante la scorsa offseason, e di David West, il quale ha rinunciato a tantissimi soldi pur di sbarcare in Texas per provare a vincere prima di appendere le scarpe al chiodo, per forza di cose coach Pop ha dovuto rivedere i suoi schemi che, fino allo scorso anno, prevedevano una grande quantità di tiri veloci dall’arco. Ora il gioco degli Spurs è molto più ragionato ed è tornato alle origini. Si punta molto sulle qualità offensive in post di Aldridge e Kawhi Leonard e si sfruttano molto anche le loro abilità dal mid-range.
In questo sistema, Duncan è stato molto abile a “mettersi da parte”. È normale che nel corso di una partita il suo numero di tiri si sia notevolmente ridotto: allo stesso modo, è normale che possa succedere una partita storta nel corso della lunghissima stagione regolare della NBA. Contro i Houston Rockets, infatti, il numero 21 degli Spurs non ha segnato nemmeno un punto per la prima volta nella sua carriera, tirando 0-3 dal campo. Il caraibico, però, è stato comunque parte fondamentale della vittoria contro i rivali texani, guidati dal barba James Harden, contribuendo in maniera costante alla fase difensiva e risultando comunque una minaccia da tenere d’occhio in attacco. La sua esperienza, inoltre, è preziosissima per i suoi compagni di reparto che possono imparare ancora tanto dalle piccole grandi cose che Duncan fa in campo.
Sicuramente, in questo momento, a San Antonio possono essere soddisfatti di come stanno andando le cose e di come la loro stella più splendente si stia approcciando alla sua probabile ultima stagione. Gli Spurs, fino ad ora, sembrano veramente i candidati numeri 1, insieme ai Golden State Warriors, per arrivare fino in fondo e portarsi a casa la vittoria finale. Per adesso stanno procedendo a ritmi incalzanti, incanalando vittorie su vittorie (sono 30, su 36 gare disputate): l’ultimo successo contro i Milwaukee Bucks, inoltre, è da sottilineare proprio perchè porta Duncan, ancora una volta, sull’Olimpo della storia di questa lega. Si tratta, infatti, della vittoria numero 975 (su 1359 gare) del caraibico: è il maggior distacco tra numero di vittorie e numero di sconfitte (386), con record sopra il 50%, della storia della NBA. Tim ha così superato l’hall of famer Kareem Abdul-Jabbar in questa personale classifica (Kareem ha collezionato 1560 gare, con 1074 vittorie e 486 sconfitte).
Se gli speroni texani dovessero arrivare all’ennesimo anello, una gran fetta del merito andrebbe sicuramente al loro leader tanto silenzioso a parole, quanto nelle piccole cose che fa in campo, ma che sono di enorme importanza per arrivare al successo.

