La settimana NBA si è conclusa con una tragica notizia: la scomparsa del mitico bordocampista di TNT Craig Sager. A lui è dedicata questa edizione di Three Points (da leggere indossando il capo più improponibile presente nel vostro guardaroba, oppure rispondendo con un monosillabo, alla Gregg Popovich, ad una domanda particolarmente lunga). L’ultima notte ha portato, per fortuna, anche una buona novella, ovvero l’accordo tra NBA e Associazione Giocatori per il nuovo contratto collettivo, che scongiura il rischio di un nuovo lockout (e che andrà a gonfiare ulteriormente le tasche di molti atleti).
I protagonisti di oggi sono giovani, come i nuovi ‘rivali’ Towns-Porzingis, giovani come Joel Embiid, e ruggenti, come i sorprendenti Memphis Grizzlies. Partiamo subito!

 

1 – Il basket saremo noi

Kristaps Porzingis (#6) e Karl-Anthony Towns (#32), giovani promesse di Knicks e Wolves

Kristaps Porzingis (#6) e Karl-Anthony Towns (#32), giovani promesse di Knicks e Wolves

La citazione della versione in italiano del meraviglioso libro firmato Jackie MacMullan/Magic Johnson/Larry Bird A Courtship Of Rivals (una più che valida idea-regalo per chi ancora – colpevolmente – non dovesse averlo) non è poi così blasfema. Come i più grandi amici-rivali della storia NBA, Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis sono due straordinari talenti entrati nella lega nello stesso anno (il 1979 per Magic e Bird e il 2015 per KAT e KP). Si sono ritrovati al centro dei progetti di due franchigie da rilanciare, oltretutto in due Conference diverse. Per quanto mostrato finora da questi due giovani fenomeni, non è assolutamente da escludere che questo sia l’inizio di una nuova, entusiasmante rivalità per il dominio della lega.

Reduci da una roboante stagione da rookie (che ha visto il più costante Towns staccare il rivale nella corsa al premio di Rookie Of The Year), i due stanno continuando la loro irresistibile scalata al successo anche in questa nuova annata.
I numeri, finora, parlano chiaro. L’ala grande dei Minnesota Timberwolves ha chiuso il suo primo anno a 18.3 punti e 10.5 rimbalzi di media in 32 minuti; in questo inizio di 2016/17 viaggia a 21.4 e 10.8 in 35.1 minuti a sera.
Ancora più evidente la crescita del pari-ruolo dei New York Knicks. 14.3 punti e 7.3 rimbalzi in 28.4 minuti l’anno scorso, 20.1 e 7.6 rimbalzi in 34.5 minuti in questa nuova stagione.

Fermarsi alle mere cifre sarebbe però estremamente riduttivo. Basta guardarli in azione per rendersi conto che parliamo di due giocatori mai visti, capaci di dare una nuova dimensione al concetto di ‘lungo’. Tiro da tre, penetrazioni degne delle migliori guardie, visione di gioco e corsa, oltre ad eccellenti movenze in post e ad un atletismo fuori dal comune; in tutto e per tutto, i giocatori del futuro.
Il primo scontro diretto tra le giovani star è stato a dir poco entusiasmante: 29 punti, 11 rimbalzi e 2 stoppate per il lettone, oscurato però dai 47 punti, 18 rimbalzi e 3 stoppate di un inarrestabile Towns (anch’egli di origini non statunitensi, dato che la madre è dominicana). Statistiche più contenute nel rematch andato in scena due sere dopo al Madison Square Garden (entrambe gare vinte dai Knicks): 20 punti, 8 rimbalzi e 3 stoppate per ‘The Big KAT’, 11+5+3 per colui che Kevin Durant ha soprannominato ‘The Unicorn’.

Peccato che le due squadre debbano aspettare parecchio per incontrarsi di nuovo. New York è alquanto indecifrabile, protagonista finora di una stagione a dir poco altalenante, mentre Minnesota non sembra ancora pronta per l’atteso salto di qualità.
Le NBA Finals (e probabilmente anche i playoff), per ora, le guarderanno in TV. Ma vale la pena armarsi di pazienza, perché, un giorno, Towns e Porzingis potrebbero anche giocarle, da assoluti protagonisti. Nel frattempo, godiamoci l’attesa!

 

2 – Starting Process

Joel Embiid

Joel Embiid

A proposito di giovani speranze, ce n’è una che si è fatta attendere parecchio; per quanto visto finora, però, ne è valsa decisamente la pena. Dopo due anni ai box per i continui problemi al piede, Joel Embiid ha finalmente iniziato la sua carriera NBA, e lo ha fatto da assoluto dominatore.
Fin qui incontrastato favorito al premio di Rookie Of The Year, il centro camerunese sta sprigionando tutta la sua furia, a lungo repressa, sui parquet della lega.

I Philadelphia 76ers, sempre in attesa dell’annunciato fenomeno Ben Simmons (fermo per infortunio, manco a dirlo…) e combattuti dalla scelta su chi ‘sacrificare’ tra Jahlil Okafor e Nerlens Noel, si sono trovati in casa un potenziale uomo-franchigia. Embiid sta mettendo in mostra delle doti straordinarie, che confermano le entusiastiche impressioni pre-draft 2014 (secondo le quali, senza l’infortunio, sarebbe stata lui la prima scelta assoluta). Mani da pianista e piedi da ballerino classico, il tutto su un corpo da guerriero Masai. Il paragone con Hakeem Olajuwon, per quanto apparentemente azzardato, viene subito spontaneo. Oltretutto, non mi ricordo il leggendario ‘The Dream’ tirare de tre punti come il nostro nuovo fenomeno. Embiid meglio di Olajuwon, dunque? Calmi, non voglio essere arrestato o bandito a vita dal mondo del basket. Però, indubbiamente, le sembianze di una potenziale versione ‘evoluta’ del più grande giocatore africano di sempre sono evidenti.

Nel frattempo, il nostro si è reso protagonista di un debutto da 20 punti, 7 rimbalzi e 2 stoppate contro OKC. Da subito centro titolare dei Sixers (tranne nei back-to-back, che salta regolarmente per precauzione), al momento guida i rookie in punti, rimbalzi e stoppate, viaggia con un notevole 42,2% dall’arco (su 45 tentativi; non ci sono più i centri di una volta…) ed è fresco di nomina a Rookie Of The Month per la Eastern Conference. Tra i testimoni diretti delle qualità di ‘The Process’ anche LeBron James. Nella partita giocata (e persa) contro i Cavs, Embiid ne ha messi 22 e, soprattutto, si è presentato al cospetto del Re con una giocata molto familiare a quest’ultimo:

https://www.youtube.com/watch?v=38avfU_Tv1k

Il numero 21 di Phila va ad infoltire ulteriormente una nuova generazione di stelle che promette di farci divertire a lungo. Embiid, Towns, Porzingis, Davis, ma anche Antetokounmpo, Parker, Wiggins, Booker, Russell, magari Simmons e Ingram… Davvero tanta roba la NBA del futuro!

 

3 – Anni ruggenti

Da sinistra: Tony Allen, Andrew Harrison, Marc Gasol, Zach Randolph e Mike Conley

Da sinistra: Tony Allen, Andrew Harrison, Marc Gasol, Zach Randolph e Mike Conley

Guardiamoci tutti nel profondo e rispondiamo sinceramente a questa domanda: quante chance davamo, alla vigilia, a questi Memphis Grizzlies?

E’ vero, parliamo di una squadra che non è praticamente mai cambiata negli ultimi anni, con la conseguente cementificazione della ‘chimica’ del gruppo. Parliamo di una formazione guidata da un fuoriclasse come Marc Gasol, da due ‘rocce’ come Zach Randolph e Tony Allen e da un ottimo (e ben retribuito) playmaker come Mike Conley. Però sono gli stessi Grizzlies protagonisti, lo scorso anno, della stagione più tragicomica della storia NBA, chiusa con 28 giocatori scesi in campo (ineguagliabile record all-time, roba da far tremare l’indimenticabile Ancona di Jardel) e con le lacrime di commozione di coach Dave Joerger dopo l’eliminazione al primo turno contro gli Spurs.
Con un nuovo Dave in panchina (Fitzdale), i Grizzlies sono tornati a ruggire. Il record attuale è uno scintillante 18-9, e la cosa non può che sorprendere.
Innanzitutto perché l’infermeria rimane piuttosto frequentata (al momento vi ‘soggiornano’ Conley, Chandler Parsons, James Ennis, Brandan Wright e Deyonta Davis), poi perché, parliamoci chiaro, il roster non è esattamente da titolo…

Il nucleo dei ruggenti anni del ‘Grit And Grind’ sembra da anni al capolinea, data l’età che avanza (Carter si avvicina alle 40 primavere, Allen e Randolph sono a quota 35 e Gasol va per le 32). Il principale rinforzo estivo, Chandler Parsons, non ha quasi visto il campo per infortuni vari, e gli altri nuovi arrivi si chiamano Troy Daniels e Troy Williams, non Kevin Durant e LeBron James.
Gli uomini di Fitzdale stanno ‘spadroneggiando’ grazie agli inattesi exploit di giovani come JaMychal Green e Andrew Harrison, entrambi arrivati al successo passando per la D-League (Green può vantare anche un’esperienza in Serie B francese, sulle rive della Loira). Grazie al loro contributo, alle magie di Gasol, alla solita, asfissiante difesa e ad un’invidiabile alchimia tattica, Memphis veleggia al quinto posto dell’agguerrita Western Conference. Tra le vittime della ‘fame’ dei Grizzlies possiamo trovare nientemeno che le due dominatrici degli ultimi anni: Golden State (umiliata da un perentorio 110-89 il 10 dicembre) e Cleveland (vittoriosa il 13 dicembre e sconfitta la sera dopo, anche in quanto priva dei ‘Big Three’).

Presumibilmente, la stagione si concluderà come tutte le altre (sconfitta al primo, massimo secondo turno). Non si può negare, però, che ci troviamo di fronte alla squadra rivelazione dell’anno.

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