Se cercassi di convincervi che qualcuno con statistiche del genere sia un buon giocatore, probabilmente mi prendereste per pazzo:
| Season | G | MP | FG | FGA | FG% | 3P | 3PA | 3P% | 2P | 2PA | 2P% | eFG% | FT | FTA | FT% | ORB | DRB | TRB | AST | STL | BLK | TOV | PF | PTS |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 2015-16 | 29 | 20.7 | 1.3 | 4.3 | .310 | 0.7 | 2.4 | .286 | 0.7 | 1.9 | .339 | .389 | 0.6 | 0.7 | .850 | 0.3 | 2.1 | 2.4 | 0.7 | 0.5 | 0.2 | 0.5 | 1.2 | 4.0 |
Eppure è proprio ciò che mi accingo a fare. Non è mia intenzione sostenere l’inutilità delle statistiche nell’analisi di un giocatore. Anche perché il caso in oggetto dimostra l’esatto contrario.
Ma è anche vero che i numeri servono a descrivere ciò che è accaduto, non ciò che sarebbe potuto o che potrà accadere. E giudicare un ragazzo di 23 anni sulla base di numeri così scarsi (sia per qualità che quantità) sarebbe ingiusto nei suoi confronti ed in chi ha creduto, ed ancora crede, in lui.
Ma facciamo un passo indietro (stando attenti a non calpestare la linea…) e vediamo un po’ di storia.
Three&cosa?
Il più forte giocatore di sempre, a detta di (quasi) tutti è uno che, con ogni probabilità, avete già sentito nominare, tale Michael Jordan. Se chiedete a vostra zia, nel bene o nel male, probabilmente anche lei sa di cosa stiamo parlando.
Accanto a lui giocava un quasi altrettanto famoso, “o dovrei dire famigerato” (cit.) Dennis Rodman, ex (mica tanto) bad boy, attore (con poca fortuna) ma soprattutto eccellente difensore.
Un po’ più difficile trovare un non addetto ai lavori che ricordi il nome Scottie Maurice Pippen. Eppure non è un caso che anche lui, come MJ, sia costretto ad indossare tre anelli per mano. Pippen è considerato il prototipo, in anticipo sui tempi, del moderno quanto ambito giocatore 3&D.
Se siete appena scesi da un disco volante, vi siete risvegliati da un coma decennale o se proprio di basket non vi siete mai occupati, con questa sigla si intende un giocatore designato a ricevere gli scarichi dai propri compagni restando dietro la linea dei tre punti (il “3” della sigla), mentre dall’altro lato del campo è colui destinato a difendere forte (la “D” di cui sopra) su due o più ruoli, spesso prendendo in consegna il miglior marcatore avversario.
Giocatori di questo tipo, ovvero con caratteristiche fisiche adatte a difendere sui lunghi più forti e sulle guardie più veloci e, al contempo, garantire una buona produzione dall’arco, sono talmente ricercati che le franchigie fanno carte false (e spendono fior di cap-space) per assicurarseli. Soprattutto in squadre votate a giocare small: i Warriors, la squadra più spregiudicata in questo senso, hanno sostanzialmente tre giocatori in quintetto che potrebbero (con un po’ di elasticità) essere definiti tali, quali Thompson, Barnes (ora Durant ) e Green.
Non è strano quindi che, in sede di Draft, le squadre vadano alla ricerca di prospetti interessanti che possano ricoprire questo ruolo, giocatori che magari presentano qualche lacuna offensiva, ma che siano specialisti nella difesa e nel tiro da tre.
Draft 2015
I Lakers si sono presentati al draft dello scorso anno con la seconda scelta assoluta, puntando sul talentuoso play D’Angelo Russell. Alla scelta numero 34 è stato selezionato invece Anthony LeJohn Brown. Se devo essere sincero, l’ho odiato per tutta la stagione. Ogni minuto che ha giocato (prima di essere mandato in D-League) era per me una sofferenza. Maledicevo la dirigenza per averlo preferito all’altro Brown, Jabari, uno che quanto a SWAG non ha da invidiare nessuno.
La stagione da rookie del non proprio giovanissimo Brown si riassume efficacemente nei numeri descritti all’inizio. Anzi, ne bastano due: 88 di ORtg e 114 di DRtg. Ovvero ultimo in attacco e penultimo in difesa (dietro al solo Young, ma vabbé…) della già disastrata franchigia gialloviola. Roba che, se non avesse un contratto garantito, sarebbe già tornato in quel di Huntington Beach.

Avrebbe di che consolarsi
Il nostro fortunato Brown è invece ancora un Lakers. Non sono il solo a chiedersi se la scelta che lo ha portato a L.A. sia stata buttata via, soprattutto analizzando i giocatori arrivati dal Draft, tutti, più o meno, ottimi acquisti (Randle, Clarkson, Russell, Nance, Ingram).
C’è da dire che Anthony sembrava davvero uno steal, preso alla 34. Un ala piccola di 6’7″ con 6’11” di apertura alare, proveniente da stagioni collegiali col 40% tondo da tre è qualcosa che fai fatica a passare. Certo, nei suoi primi anni a Stanford, non sembrava un giocatore che potesse arrivare al piano di sopra, ma ha atteso, lavorato ed è cresciuto fino a trovare la piena maturazione (si è dichiarato solo all’ultimo anno di college) ed a conquistare il titolo di Most Improved Player per la Pac-12.
Purtroppo la stagione dei Lakers non lo ha aiutato nel primo approccio con il mondo dei grandi. Il farewell tour di Kobe, un allenatore non proprio accondiscendente con i rookie ed una squadra tatticamente allo sbando non sono il posto ideale dove fare esperienza. Eppure Brown è sembrato essere insicuro proprio nei fondamentali, sia in difesa che, soprattutto, in attacco. Avrebbe dovuto dominare i piccoli e prendersi a spallate con le ali, invece ha subito sostanzialmente da chiunque, mentre dall’altra parte del campo i numeri sono impietosi.
Problemi al tiro
Premessa: analizzare statistiche su numeri così limitati é un azzardo, perché l’anomalia statistica, la coincidenza, sono sempre dietro l’angolo. Ma noi ci proviamo lo stesso.
Passare in un solo anno dal 44% al 29% nel tiro da tre (pur con tutte le attenuanti del caso, vedi distanza maggiore e diversa attitudine delle difese) è qualcosa che difficilmente trova spiegazione. Inoltre il 95% dei tiri tentati é stato assistito, stante a significare che Brown ha preso i tiri che, teoricamente, doveva prendere. E’ pacifico che il giudizio non possa essere positivo, dato che quei tiri rappresentano una delle sole due cose che dovrebbe saper fare in campo. Fatto ancor più grave è che tale percentuale si sia mantenuta identica anche nelle 5 partite di Summer League disputate, in un contesto di gran lunga inferiore a qualsiasi partita NBA.

Il jumper di A. Brown
Anthony ha un potenziale fisico e tecnico da grande role-player. Nel roster gialloviola potrebbe facilmente essere la riserva di Ingram e giocare molti minuti, se solo trovasse affidabilità nel tiro, altrimenti qualsiasi difesa troverebbe gioco facile nel battezzarlo. Tutto sta nel capire se questo potenziale sia effettivo o solo teorico.
Analizzando le sue partita non sembrerebbe avere gravi problemi nella meccanica del tiro, che sembra sufficientemente fluida e con un punto di rilascio piuttosto elevato. Non ha tempi di esecuzione velocissimi, ma nel suo ruolo questo non é un grosso problema (solitamente, sugli scarichi, si ha qualche decimo di secondo in più prima di avere le mani del difensore in faccia).
Non sembra nemmeno ad avere grossi problemi a mettere la palla a terra, come dimostrano gli highlights del periodo passato in D-Legue.
Come e dove spiegare, dunque, le difficoltà che ha riscontrato?
Le statistiche
Un buon indicatore sulle capacità di tiro, solitamente, è nella percentuale ai liberi: Brown è passato dal 75% del College all’85% (seppur con appena 20 tentativi) nella sua stagione NBA. L’impressione che avevamo sulla sua tecnica, dunque, trovano una prima conferma.
Analizzando le split-charts notiamo alcune cose interessanti: la prima è che la sua percentuale da tre sale al 44% nelle partite vinte (che, come sappiamo, rappresentano una rarità per i Lakers dei tempi recenti), contro il 26% tenuto nelle sconfitte; altro numero notevole è che a Gennaio, mese nel quale ha disputato la maggior parte dei minuti, la sua media è stata del 35%, non eccellente ma ben al di sopra del 29% stagionale.
Il ragazzo, dunque, ha bisogno di giocare in per prendere confidenza con il campo e con la linea più distante. Ed ancor di più ha necessità di una squadra che lo sappia valorizzare e lo metta in condizione di esprimere al meglio il suo tiro.
Infine una speculazione: Brown è californiano, come detto viene da Huntington Beach, distante non più di qualche decina di chilometri da L.A. Ebbene, nelle partite casalinghe con i Lakers la sua percentuale è stata del 22% nel tiro da tre, mentre nella partite in trasferta è salita ad un ottimo 40% (per di più con un campione statistico già più consistente). Come a voler dire che, giocando in casa, sente maggiormente la pressione e, di conseguenza, tira con minor efficacia.
Quali chances?
La pick è stata spesa immaginando per lui un futuro come il nuovo Luke Walton, Ron Artest (aka Metta World Peace) o Wesley Johnson. E indizi che possano supportare questa potesi si possono trovare.
I problemi di Anthony Brown sembrano per lo più di natura mentale che tecnica e la speranza dei tifosi è che il nuovo ambiente, un roster imbottito di giovani ed una concorrenza nel ruolo piuttosto variegata, possano aiutarlo a ritrovare quel tiro che sembra aver lasciato nell’armadietto di Stanford.









