L’Ohio, almeno nell’universo cestistico, sembra quasi una terra maledetta. Come fosse una pena di Sisifo, le squadre dello stato arrivano sempre all’appuntamento più importante, spesso e volentieri hanno talento a sufficienza per fare la differenza eppure… eppure alla fine vedono il masso dei loro sforzi scivolare tristemente giù, e sono costrette a ricominciare. Nello specifico dei Buckeyes, il dispiacere è ancora maggiore, perché davvero negli anni i grigio – rossi hanno schierato tra le proprie fila atleti dalle capacità straordinarie che non sono riusciti a portare la squadra ai livelli degli anni ’60, quando sulla tolda di comando c’era il compianto Fred Taylor. Thad Matta è il coach che più si avvicinato a quei risultati, cavalcando un Greg Oden che mai più sarebbe stato tanto continuo nella sua carriera agonistica, incocciando solo nei Florida Gators di Noah e Horford. Da allora è arrivata solo la Final Four del 2012, e prima e dopo una serie di uscite francamente improvvide, tra cui quelle al primo turno contro Siena (2009) e Dayton (2013). L’anno scorso il cammino si è interrotto al terzo turno contro Arizona: nel 2015/2016 i Buckeyes dovranno provare a saltare più di due ostacoli, per essere all’altezza della loro reputazione di ateneo di grande tradizione.
Go – to guy
L’anno scorso il rookie D’Angelo Russell faceva pentole e coperchi, segnando con continuità dal campo, e a spalleggiarlo c’era il senior Sam Thompson. Volati entrambi a far fortuna nella NBA, i compiti di realizzazione ora come ora sembrano cadute su Mark Loving, 2.04 di pura precisione chirurgica dall’arco, magari non elegantissimo ma compatto nel movimento di tiro. La pallacanestro predicata da Matta tende raramente a mettere in luce esecutori solitari, magari dal palleggio ruminante o dalle scelte scriteriate, esaltando invece la pallacanestro di squadra e i passaggi per trovare chi è nella posizione migliore. Per questo, più che un risolutore in toto, Loving sarà un finalizzatore con licenza creativa.
Recruiting
La nuova classe di freshman che Matta e il suo staff hanno portato a bordo sembra di tutto rispetto. C’è il lungo moderno (leggi: saltatore e dominatore dell’area) Daniel Giddens, il play folletto A.J. Harris, il scorer dal rilascio rapidissimo Austin Grandstaff, lo swingman JaQuan Lyle e quello che, almeno dai filmati disponibili, è sembrato più promettente in prospettiva: trattasi di David Bell, centro bidimensionale, in grado ora di andare spalle a canestro per poi ingannare il proprio marcatore con uno spin moove – più – semigancio, ora di far valere il proprio atletismo da ambo i lato del campo. Potenzialmente, sembra il migliore dell’intera covata.
Obiettivi
Come accennato inizialmente, in questa stagione per gli Ohio State Buckeyes sarà quello di proseguire nel cammino faticosamente intrapreso negli ultimi anni per arrivare almeno alle Sweet Sixteen, se non altro per non dilapidare l’ennesima stagione con elementi validi, ma a cui manca la mentalità per superare gli ostacoli più impervi, che nella March Madness possono… anche essere quelli in apparenza impervi, nel senso di squadre senza pedigree ma che buttano il cuore oltre l’ostacolo e alla fine eliminano quelle più blasonate che le prendono sottogamba. Per fare ciò bisognerà fare a pugni con Indiana, Illinois, Iowa e Purdue per un posto dietro alle favorite della vigilia Michigan State e Wisconsin. È il momento di tornare a dare qualche soddisfazione ai tifosi dell’Ohio.





