E’ morto a Belgrado all’età di 77 anni Dusan Ivkovic, storico allenatore di Olympiacos, AEK Atene, CSKA Mosca e dell’allora nazionale della Jugoslavia e della Serbia, con cui vinse medaglie olimpiche e europee.
Stando alle prime notizie, coach Ivkovic era ricoverato in ospedale a Belgrado. Il suo ultimo ruolo da capo allenatore in Turchia, per l’Anadolu Efes Istanbul dal 2014 al 2016, l’ultima fermata di una carriera lunga 46 anni e ricca di titoli e successi. Nel 2017 Dusan Ivkovic era stato inserito nella lista dei 50 Greatest EuroLeague Contributors e aveva ricevuto l’Euroleague Legend Award, un premio alla sua carriera da allenatore in Europa. Sempre dal 2017 è membro della FIBA Hall of Fame.
Nella sua carriera da coach, Ivkovic ha allenato soprattutto in Grecia e Russia dagli anni ’90. Dal 1987 al 1991 allenò la nazionale jugoslava di Drazen Petrovic, Vlade Divac, Toni Kukoc, Predrag Danilovic e Dino Radja, una delle più grandi squadre nazionali di sempre. Un ruolo ripreso nel 1992 al 1995 alla guida della Serbia e Montenegro. Dal 2008 al 2013 fu CT della Serbia, con cui vinse la medaglia d’argento agli Europei dei 2009 in Polonia.

Il sesto posto ad Eurobasket è un primo squillo. Il revival con Obradovic-Bodiroga frutta l’undicesima piazza ad Atene e la nona alla rassegna continentale.
Seleziona solo gente che abbia il duecento percento della motivazione, chi ha meno sta a casa. Dà spazio a un Vujanic che è stato tormentato dagli infortuni, tira e scioglie le briglie di Tepic e Tripkovic a seconda della necessità, instrada Velickovic, lancia Teodosic e Bogdanovic, mette Perovic sotto canestro.
La difesa? Quella più “made in Serbia” che potreste immaginare: fisica e asfissiante sotto canestro, che concede qualche spazio sull’arco ma solo per controllare meglio gli avversari e che comunque contesta ogni tiro e che si chiude a riccio se la palla arriva sotto canestro.
e tempo non di guerra”. Logico e fisiologico quindi che un popolo abituato alle ricostruzioni riesca a porre velocemente e bene le basi per il rilancio di quella che è la selezione di punta dell’intero movimento sportivo locale. Undicesimi ad Atene 2004 e Tokyo 2006, noni all’Eurobasket casalingo del 2005: segnali scoraggianti, preludio al quattordicesimo posto di Spagna 2007. Da lì, la risalita: le qualificazioni all’Europeo polacco che videro i serbi superare l’Italia, l’argento immediato nel 2009 contro la Armada Invencible e in un batter d’occhio siamo arrivati fino al 2016.
Già, la tradizione, quella che se avessimo seguito anche noi, ora staremmo festeggiando il viaggio olimpico. Perché i serbi, al contrario di noi, sono a Rio perché hanno seguito il solco tracciato da chi è venuto prima di loro. Noi e il nostro postmodernismo fatto di showtime, penetrazioni a testa bassa, isolamenti, triple, cose fatte strane, siamo rimasti a casa, mentre la Serbia ha raggiunto il risultato con le sue antichità sempre attuali: nella propria metà campo aiuto e recupero, difensori distanti dall’attaccante ma non troppo, marcatura fisica solo nella zona della palla e sotto canestro, mentre in attacco movimento costante di uomini e pallone, circolazione interno-esterno ed esterno-interno, e giocatori che, prendendo posizione, lasciano sguarnita una porzione del campo che occupata in corsa dal tagliante diventa non difendibile. Sasha Djordjevic con pochi semplici accorgimenti, ha impostato una nazionale che inseguiva l’obiettivo a cinque cerchi dal 2004. Oltre a questo, alla fine ha fatto la differenza l’identità volitiva della Serbia più forte di sempre, che è