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Serbia 2009, prima nuova frontiera

di Luigi Ercolani

“I vecchi subiscon l’ingiuria degli anni/non sanno distinguere il vero dai sogni./I vecchi non sanno nel loro pensiero/ distinguere nei sogni il falso dal vero”. La rinascita della Serbia ed Eurobasket 2009 si spiega anche così.

Un vecchio che segue il ricordo di miti passati, che porta una banda di ragazzoni a gettare il cuore oltre l’ostacolo e ha sfiorare imprese gloriose, del passato recente ma tremendamente lontano per quelle che erano e sono ancora le abitudini di quel popolo.

Sigla.

 

Di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie…”

Continuiamo con le citazioni gucciniane perché pare l’unico modo per spiegare quanto successe in Polonia.

Flashback: tagliato il traguardo del secondo millennio la Serbia, allora ancora unita al Montenegro, ha conquistato un sesto posto a Sydney, un Eurobasket a Istanbul e un Mondiale a Indianapolis.

Come i cugini italiani, però, i risultati stanno per venire meno, anche se per ragioni diverse. Nella fattispecie, per i balcanici, una certa disaffezione delle nuove leve rispetto a quelle più vecchie.

Soprattutto quelli che già hanno avviato una significativa carriera al di là dell’oceano: Jaric, Drobnjak, Stojakovic, Radmanovic, Pavlovic, Milicic.

Il sesto posto ad Eurobasket è un primo squillo. Il revival con Obradovic-Bodiroga frutta l’undicesima piazza ad Atene e la nona alla rassegna continentale.

Il Mondiale 2006, che apre il ciclo d’oro spagnolo, è ancora undicesimo posto. Poi il 2007 è il punto più basso: rifiuti in serie, squadra giovanissima, Jaric e Gurovic come trascinatori, panchina affidata a Zoran Slavnic.

Quattordicesimo gradino e barrage delle qualificazioni inevitabili. Lì però arriva la strategia intelligente della federazione serba, che nel frattempo si è separata da quella montenegrina seguendo la politica.

E la strategia ha un nome e un cognome: Dusan Ivkovic. Commissario tecnico dal 1987 al 1995, tre medaglie d’oro continentali, una mondiale, un argento olimpico con quella che forse è stata l’euronazionale più forte di sempre, Spagna recente permettendo.

Quel che resta della NBA

La volpe argentata belgradese viene però da anni a luci e ombre. Ha vinto l’Eurocup con la Dinamo Mosca nel 2006 ma sull’altra sponda della capitale russa, quella dell’Armata Rossa, ha creato un clima di guerriglia.

Peccato veniale, se non fosse che questo ha contribuito al suo trasloco e all’arrivo del divino Ettore quando non è coinciso con il trionfo alla Final Four casalinga.

La Serbia viene in soccorso di Ivkovic come Ivkovic viene in soccorso della Serbia, dunque. Non che la prima parte si noti.

Seleziona solo gente che abbia il duecento percento della motivazione, chi ha meno sta a casa. Dà spazio a un Vujanic che è stato tormentato dagli infortuni, tira e scioglie le briglie di Tepic e Tripkovic a seconda della necessità, instrada Velickovic, lancia Teodosic e Bogdanovic, mette Perovic sotto canestro.

Pronti, via e l’Italia è al tappeto. Siamo senza NBA, ma anche loro. La caduta in Finlandia, alla terza giornata, sarà l’unica.

E mentre gli azzurri inciampano in Bulgaria e per differenza punti sono costretti all’Additional Round, la Serbia vola ad Eurobasket.

Fatte le qualificazioni con le riserve, si suppone che per la manifestazione vera e propria vedrà in campo le prime linee. Si suppone.

Medaglia al valore

Gli avversari del girone sono Spagna, Slovenia e Gran Bretagna, e non con le due non si scherza. Come dimostreranno i primi quattro posti a fine torneo.

Ivkovic però per la sua Serbia ha altre idee: Krstic è l’unico ritorno eccellente, per il resto non si toglie spazio alla sporca dozzina dell’anno prima, anzi, per certi versi ne cresce l’importanza.

Velickovic è il 4 tattico che serve per aprire il campo, Tripkovic da tre ci prende a ripetizione, Bjelica è un lungo polivalente, Teodosic è assurto a primo violino, Krstic dà presenza sotto canestro e Tepic è un play aggiunto e guardia sempre attenta, Markovic garantisce fosforo.

L’attacco? Quello più “made in Serbia” che potreste immaginare: ritmato, giochi alto-basso per far muovere la difesa, blocchi anche due in fila che portano al roll del bloccante o allo scarico sul lato debole con appositi cecchini, backdoor con servizio che parte dalla punta, magari da un lungo dopo un consegnato.

La difesa? Quella più “made in Serbia” che potreste immaginare: fisica e asfissiante sotto canestro, che concede qualche spazio sull’arco ma solo per controllare meglio gli avversari e che comunque contesta ogni tiro e che si chiude a riccio se la palla arriva sotto canestro.

Il cammino, a questo punto è quasi secondario. Alla prima lo scalpo della Spagna, per mettere le cose in chiaro subito, poi sconfitta con Slovenia e vittoria con Regno Unito.

Secondo girone sulla falsariga: vittoria con Polonia e Lituania, sconfitta con Turchia e terzo posto nel raggruppamento. Da lì è storia: Russia lasciata dietro, Slovenia pure e Spagna che in finale si vendica dello scherzo iniziale.

Impresa in sé, ma nulla in confronto al rimettere la Serbia tra le scuole leader del continente.

Postilla

Ah, chiaramente l’anno dopo arriverà il quarto posto mondiale, con semifinale persa contro i padroni di casa della Turchia per una palla recuperata dalla linea dagli uomini del Bosforo e non vista fuori dai signori in grigio.

L’anno dopo Ivkovic appenderà quella foto nello spogliatoio dei suoi e in amichevole la Serbia strabatterà la Turchia. E Dusko alla fine dirà che le gare contro squadre mediocri non servono.

Così, per dire.

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