
Il commissioner NBA Adam Silver
Tutto comincia da qui. Tra poche ore avrà luogo il draft NBA, che metterà fine agli innumerevoli rumors, pronostici e indiscrezioni che si sono susseguiti (come ogni anno) nelle scorse settimane.
Mentre l’attesissimo draft del 2014, quello che doveva sconvolgere gli equilibri della lega, non ha ancora dato i suoi verdetti defnitivi, possiamo tranquillamente affermare che la classe 2015 sia stata davvero ricca di ottimi giocatori, forse al di là di ogni aspettativa. Quello che si avvicina, invece, non viene presentato come un draft che possa segnare la svolta per le squadre in lottery (eccezion fatta, forse, per le probabili prime scelte, Ben Simmons e Brandon Ingram) e cambiarne per sempre le prospettive. Come accadde invece nel 2003, quando entrarono nella lega tali LeBron James, Carmelo Anthony, Dwyane Wade e Chris Bosh; oppure nel 1996, quando a indossare i cappellini del draft furono Kobe Bryant, Allen Iverson, Steve Nash e Ray Allen, tutti destinati a carriere leggendarie.
Ma l’edizione che cambiò per sempre la storia del basket americano (e non solo) fu quella del 1984, quando dal college entrarono nel giro che conta dei giovani destinati a diventare immortali. 4 nomi su tutti: Hakeem Olajuwon, John Stockton, Charles Barkley e, last ma chiaramente not least, da University of North Carolina, Michael Jeffrey Jordan.
Tutto comincia da qui, dicevamo, perché, escluse rarissime eccezioni, tutti i giocatori che hanno scritto, stanno scrivendo o scriveranno la storia della lega più spettacolare al mondo sono passati dalla notte del draft.
DESTINI
Più di ogni altro evento nello sport americano, il draft rappresenta un vero e proprio gioco del destino. Da quella notte dipende il futuro di giocatori e squadre, e ciò che accade è determinato da infinite combinazioni di eventi, a cominciare dall’assegnazione della prima scelta.

Earvin “Magic” Johnson appena scelto dai Los Angeles Lakers nel 1979
Nel 1979, Chicago Bulls e Los Angeles Lakers se la giocarono con il lancio di una monetina, visto che quello era il metodo (?) utilizzato all’epoca; cosa sarebbe successo se i Bulls avessero scelto “croce”, e un certo Earvin ‘Magic’ Johnson fosse finito nella Windy City?
Gli scenari sono infiniti: quasi certamente non sarebbe arrivato Jordan ai Bulls cinque anni dopo, sicuramente non sarebbe esistito lo “Showtime” dei Lakers, e la rivalità con Larry Bird si sarebbe limitata ad una lotta per il dominio della Eastern Conference… Oppure no, qualora Bird, l’anno precedente, non avesse deciso di rimanere un’altra stagione al college, facendo desistere gli Indiana Pacers dal chiamarlo con la scelta numero 1 (che fu poi ceduta ai Portland Trail Blazers).
Il biondo di Indiana State University fu chiamato dai Boston Celtics con la numero 6, e il resto è storia…
Il grande Wilt Chamberlain probabilmente non avrebbe portato nella storia i Philadelphia Warriors con la partita dei 100 punti, se non fosse nato e cresciuto a Philadelphia: fu infatti selezionato con la controversa regola, ormai abolita, della territorial pick, che permetteva ad una franchigia di ingaggiare con assoluta precedenza i migliori giocatori nel raggio di 50 miglia.
E se la norma attuale che non consente alle squadre di pescare i talenti dalle high school fosse stata introdotta prima, dove giocherebbero oggi i vari Garnett, Kobe, LeBron e Howard? E chi avrebbero scelto Wolves, Lakers (Hornets), Cavs e Magic?
Si parla di destino, purtroppo, anche per questioni più serie della pallacanestro.
Giocatori come Brandon Roy o Greg Oden, ad esempio, scelte altissime di Portland ai draft 2006 e 2007, hanno avuto una carriera pesantemente compromessa da gravi e ripetuti infortuni, lasciando i Blazers con solo i rimpianti per una squadra che avrebbe potuto arrivare molto lontano. Peggio andò a Jay Williams, selezionato da Chicago con la seconda chiamata assoluta nel 2002, che dopo un solo anno da professionista fu vittima di un bruttissimo incidente in moto che lo costrinse al ritiro.
Il caso più tragico, però, fu quello di Len Bias, che morì di overdose soltanto due giorni dopo essere stato scelto al draft 1986 dai Boston Celtics. Che NBA sarebbe stata con Bias, Williams e i veri Roy e Oden?

Len Bias
STRATEGIA

Bill Russell e coach Red Auerbach
Chiaramente il draft non è solo questione di destino e casualità. Nella maggior parte dei casi, la differenza tra una svolta decisiva e una caduta nella mediocrità è determinata da una serie di elaborate strategie.
Il caso più clamoroso è quello dei Boston Celtics (sempre loro), che nel 1956 misero a punto un ‘piano diabolico’ per riuscire a mettere le mani su Bill Russell.
La prima scelta di quell’anno spettava ai Rochester Royals, la seconda ai St. Louis Hawks. Il ‘mago’ Red Auerbach, allora head coach e general manager di Boston, propose alle due squadre un accordo che coinvolgeva scelte future, giocatori vari e, udite udite, uno spettacolo itinerante gestito dal proprietario dei Celtics. Alla fine i Royals chiamarono tale Sihugo Green, mentre gli Hawks scelsero Russell e lo girarono ai biancoverdi. Risultato? La più grande dinastia della storia dello sport ebbe inizio quella sera.

Penny Haradway (a sinistra) e Chris Webber si scambiano i cappellini la notte del draft 1993
Si tratta comunque di eccezioni; di norma le scelte strategiche vengono fatte nelle settimane, nei giorni, nelle ore immediatamente precedenti (o addirittura successive) al draft.
Olajuwon raccontò che, prima di quel mitico draft ’84, Portland offrì a Houston la seconda scelta più Clyde Drexler in cambio del centro Ralph Sampson. I Rockets, che avevano i diritti sulla pick numero 1 (con cui presero proprio Hakeem), rifiutarono. In un primo momento ebbero ragione, visto che le cosiddette ‘Twin Towers’ portarono i texani in finale (1986, battuti dai Celtics di Bird). A posteriori, però, cosa sarebbe successo con ‘The Dream’, ‘The Glyde’ e la seconda scelta (Jordan? Barkley? Stockton?) nella stessa squadra? Ecco che si ritorna a parlare di destino…
La sera del draft 1993 Orlando Magic e Golden State Warriors si scambiarono le scelte; Chris Webber finì nella Baia, mentre in Florida arrivò Anfernee ‘Penny’ Hardaway. Questo scambio, che alla luce delle carriere dei due si può tranquillamente definire positivo per tutte le parti in causa, avvenne su espressa richiesta di Shaquille O’Neal, che voleva a tutti i costi giocare con l’amico Penny.
Sempre per ‘intercessione divina’ (mai come in questo caso termine fu più azzeccato) saltò la trade che avrebbe portato, nel 1997, un certo Tracy McGrady a vestire la maglia dei Chicago Bulls, in cambio del passaggio di Scottie Pippen ai Vancouver Grizzlies. Michael Jordan si oppose fermamente all’idea, partorita dalla mente diabolica del GM di Chicago Jerry Krause, minacciando addirittura di ritirarsi qualora il fedele Scottie fosse stato ceduto.
Una scelta molto frequente è anche quella di scambiare un giovane e talentuoso prospetto con un campione fatto e finito. Due casi su tutti: nel 1996 gli Charlotte Hornets diedero un giovanissimo Kobe Bryant ai Lakers in cambio di Vlade Divac, mentre nel 2014 i Cavs mandarono la prima scelta Andrew Wiggins ai Minnesota Timberwolves, qualche settimana dopo il draft, nella trade che portò in Ohio Kevin Love.
Se da quest’ultima transazione è ancora difficile capire chi ci abbia guadagnato (il giovane Wiggins ha ancora un’intera carriera davanti, mentre Love ha appena contribuito al primo, storico titolo di Cleveland), la valutazione appare invece leggermente più chiara, con buona pace dell’ottimo Vlade, nel caso di colui che diventò il Black Mamba.
“BUST” O “STEAL”?
I giorni, le settimane o addirittura i mesi che precedono il draft sono un autentico tormento per i general manager NBA. Dalle loro scelte dipenderà il loro futuro, oltre a quello della loro franchigia, e un’ampia moltitudine di fattori può trasformare queste scelte in “bust” o in “steal”, condizionando così, in positivo come in negativo, la loro carriera.
Si parla di bust quando un giocatore selezionato con una chiamata molto alta si rivela non all’altezza delle aspettative, con un rendimento molto inferiore rispetto a quello di giocatori chiamati più tardi nel corso dello stesso draft.
Queste valutazioni non dovrebbero prescindere da diversi fattori; generalmente viene considerata come il più grande flop della storia del draft NBA la scelta di Portland nel 1984, che preferì Sam Bowie a Michael Jordan (scelto poi alla terza chiamata da Chicago). Alla luce delle carriere future dei due fu ovviamente una scelta criticabile, ma è anche vero che i Blazers avevano già un grandissimo campione nel ruolo di Jordan (Clyde Drexler), e avendo perso Hakeem Olajuwon, scelto con la prima chiamata da Houston, vollero puntare su un lungo dall’ottimo curriculum universitario come Bowie.
Sempre Portland selezionò, con la prima scelta assoluta nel draft 2007, il centro di Ohio State Greg Oden, preferendolo al futuro MVP Kevin Durant, ma quella scelta fu condivisa quasi all’unanimità, dato che Oden mostrava enormi potenzialità, e che (forse) nessuno poteva prevedere che tutti quegli infortuni lo avrebbero quasi costretto al ritiro nel giro di pochissime stagioni.

Le prime due scelta al draft 2007: Greg Oden (a sinistra) e Kevin Durant
Più criticabili, magari, le prime scelte assolute dei draft 1998 e 2001, rispettivamente Michael Olowokandi per i Clippers e Kwame Brown per i Wizards, giocatori rimasti sempre in salute nel corso degli anni e scelti prima di altri pari ruolo come Tyson Chandler e Dirk Nowitzki, entrambi protagonisti della vittoria del titolo NBA 2011 con i Dallas Mavericks, ma anche la loro carriera prima del professionismo era stata molto promettente.
Dura la vita di chi deve scegliere per primo, dunque… Molto spesso va decisamente meglio a chi deve compiere scelte più basse, e che magari, anche a distanza di anni, si trova tra le mani la superstar che in pochi si aspettavano (la cosiddetta steal of the draft).

Un giovanissimo Kobe Bryant con il cappellino degli Charlotte Hornets
Successe così che 12 squadre (13, considerando che anche Charlotte lo scambiò con i Lakers per Vlade Divac) snobbassero un ragazzino proveniente dalla high school di nome Kobe Bryant, il cui cognome oggi è stampato su milioni di maglie dei fan di tutto il mondo, a 20 anni di distanza. Altri 12 team non scelsero colui che diventò “The Mailman”, Karl Malone; molte più squadre fecero volentieri a meno di Joe Dumars (chiamata numero 18 al draft 1985), Rajon Rondo (scelto alla 21 nel 2006), Dennis Rodman (27° scelta nel 1986), Tony Parker (28° nel 2001), Marc Gasol (47° nel 2007) e Manu Ginobili (57° nel 1999!).
Alcune franchigie, su tutte San Antonio Spurs, Oklahoma City Thunder e Golden State Warriors, hanno costruito squadre da titolo quasi esclusivamente attraverso le scelte ai vari draft (Duncan, Ginobili, Parker e Leonard per i texani; Durant, Westbrook, Harden e Ibaka per gli ex Seattle SuperSonics; Curry, Thompson, Barnes e Green per gli ex campioni NBA), altre navigano da anni nella mediocrità per via di scelte meno avvedute (vedi Charlotte o Sacramento).
Le più brave e fortunate, infine, con una sola scelta azzeccata danno una svolta immediata alla loro storia.
Chiedere ai Magic, che con l’arrivo di Shaquille O’Neal diventarono una contender nel giro di poche stagioni. Oppure agli Spurs, che con Tim Duncan diedero inizio ad un’irripetibile epoca di trionfi. O magari ai Cavs che, oggi come non mai, ringraziano il giorno in cui chiamarono il ‘figliol prodigo’ LeBron James.

Tre grandi ‘first pick’ con l’ex commissioner David Stern; da sinistra Shaquille O’Neal (1992), Tim Ducan (1997) e LeBron James (2003)
Per sapere se da questo draft 2016 usciranno i nuovi Jordan, LeBron, Magic o Bird bisognerà probabilmente aspettare parecchi anni; per formulare mille pronostici e previsioni sull’ordine delle scelte c’è ancora tempo e modo; ma per scoprire da quale cappellino inizieranno le carriere nel paradiso del basket di questi ragazzini, che si troveranno nel giro di pochi mesi, ricchi e famosi, a coronare il sogno di una vita, basterà mettersi comodi… Buon draft!




