Isaiah Jamar Thomas è nato a Tacoma, il 7 febbraio 1989 e la sua storia è tutta un film. Ma partiamo con ordine.
Il nome
Era l’anno 1989, siamo alle Finals NBA. A contendersi il titolo ci sono i Lakers di Magic e i Pistons di Isiah Thomas. Due futuri papà (rivali sportivamente) stavano assistendo alla partita e decidono di rendere la giornata ancora più interessante del dovuto. Chi perde chiama il figlio con il “nome del playmaker dell’altra squadra…”. Una scommessa abbastanza fantasiosa. Alla fine papà Thomas, tifoso dei Lakers, perde e il piccolo che ancora non ne sa niente ha già un nome: Isiah.
Mamma Thomas sorvola sulla situazione che ha portato alla scelta del nome di suo figlio; tutto sommato è d’accordo, ma aggiunge solo un piccolo dettaglio: una A che fa più profeta: Isaiah.
Il caso volle, che il figlio diventa un giocatore di basket. Inizia a giocare con gli Huskies di Washington, i quali ricordiamo per Brandon Roy e Nate Robinson (del quale eredita il numero di canotta) e non va per niente male. (16.4 punti, 3.5 rimbalzi, 4.0 assist e 1.2 palle recuperate di media a partita nell’arco di tre stagioni).
E’ tempo di NBA
Arriviamo al 2011 e Isaiah pensa che sia il momento di andare in NBA; alla stampa l’1 aprile si dichiara eleggibile al Draft. Vi lasciamo immaginare quale sia stata la reazione di chi leggeva le sue parole sui giornali, tutti pensavano fosse un pesce d’aprile. Tutti tranne lui.
Prima, seconda, terza, ventesima, cinquantanovesima… ancora non c’è. Isaiah non sente il suo nome e manca l’ultima chiamata prima che le porte principali dell’NBA si chiudono. L’ultima scelta è dei Kings e il piccolo play di Tacoma riesce a strappare l’ultimo biglietto per l’NBA con la 60esima scelta. Quel giorno solo un giornalista si propose per fargli un intervista, mentre le prime scelte erano assalite dai media e da tutti i giornali del paese.
Il debutto nella lega è stato stratosferico e nessuno poteva prevedere un impatto così per una 60esima scelta. 7° rookie dell’anno, secondo quintetto, rookie del mese di febbraio e marzo (primo nella storia da ultima scelta). Il piccolo Isaiah comincia a farsi notare nel mondo dei giganti: ottimo nelle penetrazioni e movenze da streetballer. Un giocatore affidabile. Tra gli altri record personali effettuati nello stesso anno possiamo ricordare i 38 punti di career high, una tripla doppia da 24-10-11 contro i Wizards (record anche questo, come giocatore più basso a realizzare queste cifre). Nei primi 3 anni riesce a mantenere una media di 20 punti e 6 assist a partita. E’ la prima volta in NBA che si vede tanto talento per una 60esima scelta e il pubblico comincia ad apprezzarlo.
Il cambio di maglia
Si trasferisce ai Suns, ma la permanenza dura poco, visto il grande affollamento nel backcourt con Bledsoe e Dragic. Qui Thomas ha l’occasione della sua vita, quel treno che passa una sola volta: direzione Boston. Non una squadra qualunque, ma la squadra più vincente della NBA. Era perfetto per la panchina dei Celtics, che ha bisogno di punti facili e veloci in mancanza di realizzatori puri. Oggi Thomas la panchina la vede poco e niente, e con i suoi 175 cm è diventato il leader indiscusso dei Celtics. E’ riuscito a trascinarli ai primi posti della Eastern Conference, lottando contro i Cavs per il primo posto. A Boston infatti, da quando i Big Three hanno fatto le valigie, è sempre mancato qualcuno a cui affidarsi quando l’attacco non gira come dovrebbe. Problema che coach Stevens ha risolto immediatamente con il nostro piccolo eroe. Nessuno credeva in lui, chissà se i Kings non lo avessero scelto all’ultima chiamata, se saremmo stati qui a parlarne. E’ una bella storia che merita di essere raccontata. Quando Thomas è in campo, la squadra si affida a lui e i numeri parlano: 29.2 pt, 2.7 reb e 5.9 ast a partita.
“Sei anni fa mi dichiarai eleggibile per il Draft NBA. La gente rise perché pensò che si trattasse di un pesce d’aprile. Ora chi ride sono io.”
Del resto, per riuscire a conquistare una piazza così nobile partendo dal punto più basso possibile devi essere qualcosa di speciale. Thomas lo è già da quelle Finals dell’89.
Infine è riuscito a giocare l’All Star Game, con il suo fisico non di certo possente come i suoi connazionali nella lega. Perché in fin dei conti non importa quanto sei alto, da dove vieni, cosa vedono in te; se quando scendi in campo ci metti l’anima come sta facendo Isaiah, se non hai paura a cadere sotto gente grossa il doppio di te, se sai sfruttare i tuoi punti deboli riuscendo a tramutarli nei tuoi punti di forza beh: allora affermare che puoi diventare uno dei giocatori più forti della NBA non suona poi così tanto come una bestemmia.










