Era tutto apparecchiato, ieri notte, per qualcosa di leggendario. C’era Kobe, e chi se non lui; c’era lo scenario, Philadelphia, pronta a trasformare tutti i consueti fischi riservati al Mamba in questi anni in applausi. C’erano Doctor J e Gregg Downer, allenatore ai tempi di Lower Marion, e la sua 24 dell’epoca ritirata dalla High School.
Scott, da bravo scudiero, aveva messo il carico con un piano di gioco che nel primo quarto è sembrato molto chiaro: dare la palla a Kobe e togliersi dai piedi. L’ex numero 4 dei Lakers, nonché compagno del giovane Mamba, è sempre stato chiaro al riguardo: “Lakers will live or die by Kobe Bryant‘s shooting”
E come biasimarlo. Quando sei legato troppo a qualcuno, oltre all’amore e alla venerazione scattano il rispetto e la gratitudine. Glielo devi, insomma. Indipendentemente dal risultato finale, che potrà essere anche disastroso come il 7% di qualche notte fa, ma cambia il giusto, perché l’amore, il rispetto e la gratitudine,a certe persone vanno date senza condizioni. Ogni pallone recapitato nelle mani del Mamba era un ‘grazie’, da parte della dirigenza, da parte del suo allenatore ed ex compagno, da parte nostra.
E, magicamente, all’inizio il piano sembrava andare alla perfezione. Primi 4 tiri, 3 solo retina per i primi nove punti della partita. Ha lottato come una tigre per dimostrare a tutti che il fisico avrà pure bussato forte alla porta della ragione, ma, almeno per questa partita, nessuno avrebbe aperto. A sprazzi è sembrato di vedere il Kobe di un tempo: isolamenti, tiri senza senso che entravano. Tanto che Scott riassumerà le sue impressioni di quei momenti con “Era magnifico e speravo continuasse così,” e ancora, “Speravo fosse solo il preludio di quello che stava per succedere.”. Qualcuno (eccomi) sperava in un cinquantello, condito da gensto dell’ombrello e maglietta da tirar fuori con dedica ad Espn, che in questi anni non ha fatto altro che demonizzare, quasi, il Kobe uomo, e a ridicolizzare il giocatore. Anyway, Respect, KD! Alla fine i punti saranno solo 20, 7-26 dal campo, di cui 4 su 17 dall’arco. Non una partita esaltante, numeri alla mano, insomma, ma come direbbe l’Avvocato “i numeri lo offendono“.
A peggiorare la situazione, sempre per tornare ai freddi numeri, ci si è messo il risultato finale che chiama 91-103 per i padroni di casa. Prima partita stagionale vinta. Ma non pensate che le ovazioni finali al Wells Fargo Center, che gli applausi e qualche lacrima siano da attribuire a questo. Nemmeno uno
Il rapporto fra Bryant e Phila non è mai stato dei più idilliaci ma come dirà il Nostro nel post-gara: “I fischi ti insegnano ad avere una pelle dura“. Dichiarazioni che vanno a braccetto con quelle del pre-gara “Quando ero al liceo sognavo di essere un Sixer“.
Nel più classico degli “Odi et amo”, quindi, sembra venir fuori il finale perfetto per sugellare un rapporto che non ha bisogno di essere per forza felice, perché è troppo vero e viscerale per piegarsi alle convenzioni: “There’s no place like Home!“
Kobe
Colangelo: “Kobe potrebbe giocare per Team Usa alle Olimpiadi del 2016”
La notizia era nell’aria ma ha trafitto ugualmente i fan del Mamba sparsi per il globo. Una lettera, che è più che altro un atto d’amore nei confronti della sua pallacanestro, non lascia spazio a repliche: Kobe Bryant si ritirerà al termine della stagione, ponendo fine alla sua leggendaria carriera ventennale. Nemmeno il tempo di assimilare la notizia che il presidente di USA Basketball Jerry Colangelo, intervistato dal reporter della ESPN Marc Stein, ha parlato della possibilità di vedere Bryant nella selezione americana che parteciperà alle prossime Olimpiadi di Rio nel 2016. L’intento della dichiarazione è chiaramente quello di rendere omaggio al campione dei Lakers “permettendogli” di mettere al collo il terzo oro olimpico della sua vita, dopo quelli conquistati a Pechino nel 2008 e a Londra nel 2012. Se Kobe abbia gradito o meno le parole di Colangelo non è dato saperlo, anche se probabilmente apprezzare “premi alla carriera” di questo genere non rientra nel suo modo di vedere le cose.
Nel 1992 il 36enne Larry Bird annunciò il ritiro dopo aver stravinto le Olimpiadi di Barcellona con “The original Dream Team”. Quella vittoria rappresentò la classica ciliegina sulla torta, l’epilogo più dolce di una carriera incredibile. Chiuse l’ultima stagione NBA con poco più di 20 punti di media giocando 45 partite, ma al di là dei numeri Bird doveva far parte di quella squadra. Oggi la situazione di Bryant è differente; Il Mamba è reduce da un grosso infortunio e ai Giochi di Rio sarà in procinto di spegnere 38 candeline, alle quali si aggiunge un fisico martoriato che non gli permette già da tempo di essere il giocatore che era. Oltre a tutto questo parlano i numeri di Kobe in questa stagione: 15,7 punti di media tirando dal campo col 31% e il 19,5% da tre.
Insomma, inserirlo nella squadra olimpica sarebbe un omaggio doveroso, ma allo stato attuale Bryant non rientra tra i 12 giocatori americani più meritevoli, lo sa bene lui così come i suoi fan. Una sua eventuale convocazione toglierebbe il posto a qualcuno che probabilmente contribuirebbe maggiormente alla causa, anche se, nel caso di un Team Usa al completo e con tutti gli effettivi più forti, gli avversari in grado di avere la meglio dovrebbero atterrare da un’altra galassia, con Kobe o senza Kobe.
Per NBA Passion,
Mauro Manca
Shaquille O’Neal è sicuramente una delle più grandi icone dell’NBA del 21º secolo e non solo. Durante la sua carriera ha sempre dimostrato la sua personalità controversa e bizzarra. Ma nonostante tutto quello che si può dire, rimane un vincente, perché con i 4 titoli ottenuti è tra i giocatori che si sono aggiudicati più campionati NBA.
Indice articolo
- La storia di Shaq, gli inizi
- Lo sbarco in NBA ad Orlando
- Shaq ai Lakers, amore e odio
- L’avventura a Miami
La storia di Shaq, Shaquille Rashaun O’Neal
Shaq nasce a Newark, New Jersey, il 6 marzo 1972. Fin dalla nascita il padre naturale, Toney, è assente, e non riconosce Shaquille come suo figlio (infatti i cognome O’Neal è della madre), ma il ragazzino trova la figura paterna nel sergente Philip Harrison, un militare americano. Il quartiere dove c’è casa O’Neal non è tra i migliori della città, anzi, è piuttosto malfamato e furti e sparatorie sono all’ordine del giorno. Però la mamma e il figlioletto non impiegano tanto tempo a trasferirsi, infatti seguono sempre il sergente Harrison nelle basi dei Marines dislocate in tutto il mondo. Fin da piccolino O’Neal è più alto e grande degli altri ragazzini, viene chiamato spesso “Bigfoot”, soprannome che non gli piace affatto. Nonostante le sue capacità fisiche il suo sogno non è diventare un giocatore di basket, bensì sfondare nel campo della musica. Però un incontro fortuito gli cambia la vita. All’età di 14 anni si trova in Germania, prende un po’ di confidenza con la palla a spicchi, ma i movimenti sono piuttosto lenti e impacciati, allora decide di chiedere aiuto a Dale Brown, allenatore di Louisiana State University, il quale, dopo aver contattato il ragazzo per un provino, gli chiede da quanto tempo si trova nell’esercito. O’Neal, stupito dalla domanda, rivela di essere solo un quattordicenne. Brown resta a bocca aperta: non solo aveva trovato il lungo per la squadra, ma lo aveva trovato per caso e con il minimo sforzo.
Harrison, per permettere al figlio di crescere, decide di tornare negli Stati Uniti, a San Antonio, in Texas. Il ragazzo si iscrive alla Cole High School, e i risultati sono fin da subito eccellenti. Dopo due anni il centro lascia la scuola, con due campionati scolastici in tasca e un bottino di sole due sconfitte in due anni. Tutte le migliori università hanno il suo nome sui taccuini, ma Shaquille mantiene la promessa fatta in precedenza e approda a LSU.
Quando entra a far parte di Louisiana State, coach Brown ha già a disposizione un grande organico. Le opzioni offensive principali sono lo scorer Chris Jackson (poi diventato Mahmoud Abdul-Rauf) e il lungo Stanley Roberts. L’allenatore non vuole stravolgere gli schemi, quindi la prima opzione in attacco resta Jackson, e poi, a seconda chi è in campo ed è libero, O’Neal o Roberts. Questa scelta però non si rivela soddisfacente, a causa dell’eccessiva somiglianza nel gioco dei due centri, che finiscono sempre a pestarsi i piedi. Al termine della stagione Shaq chiude con 13.9 punti, 12 rimbalzi e 1.9 assist di media. Roberts, stanco dei continui combattimenti sotto canestro, firma con il Real Madrid; Jackson, invece, si dichiara eleggibile al Draft NBA e va a giocare tra i Pro.
L’anno da Sophomore di Shaq
Nel suo anno da sophomore Shaquille diventa la sola stella della squadra e, da protagonista, macina 27.6 punti, 14.7 rimbalzi e 1.6 assist per allacciata di scarpe. Nonostante questo Louisiana State University non raggiunge la Final Four del Torneo NCAA. Tutte le franchigie NBA pensano che O’Neal si dichiari eleggibile per il Draft del 1991, ma non hanno fatto i conti con il sergente Harrison, che lo invita a passare un altro anno a Baton Rouge. L’anno da junior però è probabilmente il più frustrante della sua vita: le difese avversarie conoscono il suo modo di giocare e lo limitano a “soli” 24 punti e 14 rimbazli a partita. Per quanto riguarda i premi individuali viene selezionato per il primo quintetto All-American sia durante l’anno da sophomore che durante quello da junior. Viene anche nominato miglior giocatore di college durante il secondo anno.
Lo sbarco in NBA ad Orlando di Shaq
Si dichiara eleggibile al Draft NBA del 1992 dove viene selezionato con la prima scelta assoluta dagli Orlando Magic, franchigia della Florida, fondata quattro anni prima. All’arrivo di Shaq nel roster dei Magic c’è anche Stanley Roberts, il quale viene ceduto subito per evitare tensioni negli spogliatoi. Nella prima stagione, grazie a una media di 23 punti e 14 rimbalzi, viene nominato Rookie dell’anno e la squadra manca per un soffio l’arrivo ai playoff NBA.
Nella stagione ’93/’94 O’Neal incrementa la sua media di 6 punti e lega particolarmente con il rookie Penny Hardaway, con cui forma un’asse play-centro straordinaria. La squadra approda ai playoff, ma la mancanza di un’ala grande degna di nota è fondamentale nella corsa al titolo. Quel posto viene occupato dallo scontento Horace Grant. Grant, ex titolare nei Bulls tre volte campioni tra il 1991 e il 1993, si lamenta di essere poco considerato nella “Windy City”, allora il GM dei Magic coglie la palla al balzo e porta il giocatore ad Orlando. Con l’addizione di Grant (ottimo rimbalzista) e la maturazione di Hardaway i Magic scrivono una stagione da oltre 60 vittorie e Shaq termina con cifre quasi identiche a quelle dell’anno prima. L’unica differenza arriva nei playoffs dove O’Neal passa da 20 a 25.7 punti ai quali aggiunge 11.9 rimbalzi e 3.3 assists. Orlando elimina facilmente Boston al primo turno, al secondo lotta per 6 incontri con i Bulls di Michael Jordan (tornato da poco dal baseball) chiudendo 4-2 e poi, nelle finali di conference, fa 4-3 contro i Pacers di Reggie Miller e Coach Larry Brown. I Magic a tre anni dall’arrivo di Shaquille sono gia’ in finale e devono vedersela contro i Rockets. Houston, campione in carica, è guidata da Olajuwon, Drexler, Horry e Cassell ed ha dalla propria parte della bilancia molta più esperienza in partite dove la palla ad ogni possesso pesa come un macigno (l’anno precedente si laureò campione trionfando per 4-3 sui Knicks). I Texani, dopo aver vinto una rocambolesca Gara 1 (Orlando conduce di 20 all’intervallo ma si fa rimontare, sbaglia 4 liberi decisivi per chiudere la partita, va all’overtime e viene sconfitta), trionfano anche in gara 2, 3 e 4 completando lo sweep (il cappotto) e sono nuovamente Campioni NBA.
I Magic tentano nuovamente a vincere l’anello, ma la sorte non li premia. O’Neal salta 28 partite ma la squadra centra ugualmente i Playoff. Affrontano i Chicago Bulls in finale di conference, i quali, dopo aver analizzato la sconfitta dell’anno precedente, si rinforzano con il rimbalzista Dennis Rodman. Con Rodman la storia è diversa: Orlando viene spazzata via con un secco 4-0.
La free agency di Shaq
Arrivata l’estate del 1996 e Shaq, su pressione di Leonard Armato, il suo agente, attiva la clausola presente nel suo contratto per diventare free agent. La mente dei Lakers di allora è Jerry West, considerato uno dei migliori GM di sempre, che si mette immediatamente in contatto con O’Neal per cercare di convincerlo a cambiare squadra. Dieci anni fa non erano presenti regole ferree sul Salary Cap e sulla Luxury Tax ed il mercato si apre con un “colpo basso” per i Magic perché Alonzo Mourning, scelto dagli Hornets proprio dietro a O’Neal al Draft del 1992, firma un’estensione del suo contratto da 7 anni a 112 milioni di dollari. La dirigenza di Orlando, infatti, ha già messo in cantiere l’idea di un contratto triennale da 50 milioni di dollari ma ora Shaq, dopo quanto accaduto a Zo, non l’avrebbe nemmeno preso in considerazione. L’Owner della franchigia, indeciso sulla situazione da prendere, decide di mettersi nelle mani dei tifosi e così sull’Orlando Sentinel esce un pool che domanda ai lettori/tifosi se il Diesel (soprannome nato a causa della sua propensione a incrementare le proprie prestazioni nella seconda metà delle partite, proprio come i diesel), a loro avviso, avrebbe dovuto ricevere un contratto da più di 100 milioni di dollari e il verdetto è un secco “no”. Shaq, che da parte sua conferma sempre di aver considerato la squadra della Florida come la prima opzione, prende la “palla al balzo” e la usa per lasciare la città dove ha esordito, senza il rischio di ricevere l’etichetta di “traditore” (dopo tutto se il pubblico non lo voleva non aveva tutti i torti per decidere di andarsene)… Intanto Jerry West ha già preparato un ingaggio da 7 anni a 121 milioni di dollari su cui Shaq, il giorno prima dell’apertura dell’Olimpiade di Atlanta, mette la propria firma entrando a far parte a tutti gli effetti dei Los Angeles Lakers. I Magic, secondo alcune voci, quando si accorgono che O’Neal sarebbe davvero andato via, arrivano ad offrire poco meno dei 121 milioni di dollari ma la Città degli Angeli, con i suoi studi di registrazioni (nel frattempo ha già inciso qualche disco) e cinematografici, è molto più “interessante” rispetto ad Orlando. Il piano di Armato (licenziato qualche anno dopo) va a segno e Shaq entra a far parte di una delle organizzazioni più “anziane” e vincenti di sempre.
Nella serata del Draft NBA 1996 Jerry West, sicuro di avere O’Neal nel proprio roster, scambia il centro titolare Vlade Divac, ormai inutile, con la giovane guardia, che ha vissuto la sua infanzia in Italia, Kobe Bryant. Ma Bryant è ancora inesperto e il resto della squadra non è minimamente paragonabile all’organico con cui O’Neal giocava a Orlando, infatti, nonostante Shaq si confermi sempre più un centro dominante, nelle stagioni ’96/’97 e ’97/’98 vengono eliminati dagli Utah Jazz, rispettivamente in semifinale e in finale di conference e l’anno successivo, il ‘98/’99 dai San Antonio Spurs sempre in semifinale di conference con un risultato schiacciante di 4-0.
Durante l’estate del 1999 c’è un cambio, il quintetto viene rinforzato e in panchina arriva Phil Jackson. La stagione ’99/’00 segna definitivamente il dominio incontrastato da parte di Shaquille O’Neal, con una media di 29.7 punti e 13.6 rimbalzi a partita e guida i Lakers ai Playoff NBA, aumentando ulteriormente le sue medie e annientando le squadre avversarie: I Kings con un risultato di 3-2, i Suns 4-1 e infine i Portland Trail Blazers con un risultato molto combattuto di 4-3 in favore della squadra losangelina. Ad attenderli ci sono gli Indiana Pacers, ma O’Neal si supera ancora: 38 punti, 17 rimbalzi e 3 stoppate, queste sono le incredibili medie che “The Diesel” ha avuto durante le NBA Finals. Con esse arriva anche il Larry O’Brien Trophy e il Titolo di MVP delle Finali.
La stagione successiva segue sostanzialmente l’ombra di quella precedente. La svolta arriva durante i Playoff NBA: con un percorso immacolato di 11-0 i Los Angeles Lakers arrivano alle Finali NBA contro i Philadelphia 76ers, guidati da Allen Iverson. Tutto il mondo attende una schiacciante vittoria per 4-0, ma la prima partita è eroica: i Lakers sono guidati dai 60 punti di Shaq, ma con una grande rimonta i Sixers allungano la partita all’overtime e lì un grande Iverson (48 punti) si aggiudica la partita. Le altre 4 partite sono un monologo gialloviola, la serie finisce 4-1 per i Lakers ed è anche un back-to-back per il titolo di MVP per O’Neal.
La stagione seguente è una fotocopia dei due anni precedenti, ma questa volta Bryant comincia a lamentarsi del suo impiego da secondo violino. Il cammino è pressoché perfetto durante tutta la stagione, ai Playoffs non ci sono problemi fino alla finale di Conference contro i Sacramento Kings. Dopo 7 partite e un overtime sono i Lakers a spuntarla, anche nel turno successivo, contro i New Jersey Nets. The Diesel mostra un’altra volta la sua superiorità sul palcoscenico più importante, 37 punti e 13 rimbalzi sono le medie. È un three-peat anche per l’MVP delle Finals, vinto per la terza volta consecutiva da O’Neal.
La stagione ’02/’03 segna un leggero declino per Shaquille O’Neal, ma i 28 punti conditi da 11 rimbalzi di media consentono ugualmente di dominare la lega, ma non come l’anno prima, infatti, anche a causa di qualche infortunio di troppo, i Lakers sono eliminati nelle semifinali di Conference dai San Antonio Spurs, con un risultato di 4-2.
Durante l’estate del 2004 dal mercato free agent arrivano Gary Payton e Karl Malone. Questo è stato un motivo di discussione da parte dei giornali, infatti quattro futuri Hall of Famer insieme non possono coesistere nel migliore dei modi. Infatti i numeri di Shaq scendono di parecchio (21 punti a partita) ma la squadra arriva ai Playoffs e vince nettamente la prima serie, passa non senza difficoltà le altre due, e arriva per la terza volta in quattro anni alle Finali NBA. Di fronte a loro ci sono i Detroit Pistons, che, grazie all’asse Chauncey Billups-Ben Wallace, schiantano i Lakers per 4-1.
Shaq a Miami, nuova avventura con Wade
Shaq è stanco di tutte le discussioni che ci sono nello spogliatoio e, con una trade che coinvolge Lamar Odom, Caron Butler e Brian Grant, approda a Miami. Viene accolto da vero re e diventa fin da subito amico dell’altra stella della squadra, Dwyane Wade. Ai Playoffs i numeri sono in calo, ma il primo turno viene passato con scioltezza, nel secondo turno gli Heat si sfidano con i Pistons, Miami è in vantaggio 3-2, ma nei due match point manca Wade, quindi Detroit recupera e vince 4-3.
La rivincita arriva nei Playoffs dell’anno successivo, il 2006. Nelle finali di conference i Pistons non riescono a marcare O’Neal, e la franchigia della Florida si aggiudica la serie. Nelle Finals gli Heat affrontano i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. La serie finisce con la vittoria di Miami per 4-2, con una grande rimonta dopo un parziale di 2 partite perse e 0 vinte. Decisivo è Wade, che riceve il Titolo di MVP.
La stagione ’06/’07 comincia male per gli Heat, con l’infortunio di O’Neal. La franchigia ad inizio 2007 ha un periodo di sbando ma poi si riprende e approda ai Playoffs, dove però viene spazzata via dai Bulls per 4-0. L’anno successivo è quasi una fotocopia del precedente, la partenza è terribile (0-8), e The Diesel si infortuna all’anca a dicembre e lascia la squadra per un mese. Il 21 febbraio 2008 gli Heat scambiano Shaquille O’Neal ai Phoenix Suns in cambio di Shawn Marion e Marcus Banks. Con Shaq i Suns cambiano assetto e diventano meno veloci ma più competitivi, soprattutto in vista dei Playoffs.
All’arrivo a Phoenix si autoproclama “The Big Cactus” (Il grande cactus) e dopo un periodo di assestamento inizia a produrre le sue cifre (ovviamente non quelle ai tempi d’oro ai Lakers): 13 punti e 11 rimbalzi per ogni partita giocata. Con lui in squadra Phoenix riesce a vincere sette partite consecutive in regular season, ma restano molti dubbi sul suo inserimento. Questi dubbi trovano conferma nei Playoffs, dove i Suns incrociano i San Antonio Spurs e vengono eliminati al primo turno, con un secco 4-1.
The Diesel resta in Arizona anche nella stagione ’08/’09 e viene nuovamente selezionato per l’All-Star Game del 2009, dopo aver mancato la “Partita delle Stelle” nel 2008, interrompendo una serie di 14 selezioni consecutive, però la squadra manca i Playoffs del 2009 per un soffio, finendo nona nella Western Conference.
Durante l’offseason O’Neal viene ceduto ai Cleveland Cavaliers in cambio di Aleksandar Pavlovic, Ben Wallace e una seconda scelta al Draft 2009. In Ohio affianca una superstar del calibro di LeBron James. È grazie allo stesso James che i Cavs vincono la Central Division con un record di 61-21. O’Neal mantiene la sua media punti in doppia cifra, 12, la stessa che tiene durante i Playoffs. Il Big Man recupera da un infortunio pochi giorni prima dell’inizio della post-season, e fa il suo ritorno in gara-1 della serie contro i Bulls. Cleveland vince contro Chicago 4-1 al primo turno, ma viene eliminata al secondo turno dai Boston Celtics per 4-2.
Il 4 agosto 2010 O’Neal firma un contratto biennale con i Boston Celtics al minimo salariale, ma gioca sole 36 partite e il 1º giugno 2011, tramite Twitter, annuncia il suo ritiro.
Nel settembre del 2013 acquista una quota azionaria dei Sacramento Kings, divenendo uno dei coproprietari della franchigia NBA. Da lì la franchigia verrà spesso soprannominata “Shaqcramento”, per l’assonanza tra il soprannome di O’Neal e la squadra californiana.
Dal 2011 Shaq è uno dei conduttori, insieme al presentatore Ernie Johnson e agli opinionisti ex-stelle NBA Kenny Smith e Charles Barkley, del celebre programma Inside the NBA, in onda su TNT. All’interno del programma oltre a partecipare come opinionista a vari dibattiti conduce la rubrica “Shaqtin’ a Fool” che, grazie alla diffusione su Internet, è diventata presto molto famosa. O’Neal sceglie e commenta le cinque giocate più comiche delle partite NBA della settimana.
Shaquille O’Neal, con i suoi 28590 punti realizzati, si classifica al sesto posto tra i giocatori con più punti segnati nella storia dell’NBA. È stato sicuramente uno tra i giocatori più forti degli anni ’90 e 2000 e, molto probabilmente, in futuro, verrà inserito nella Naismith Memorial Hall of Fame di Springfield, Massachussets tra i migliori giocatori di tutti i tempi.
Top 5 della settimana NBA, le prime volte di Aldridge e Jordan, tanti buzzer beaters e che Drummond!
Secondo appuntamento con la nostra rubrica settimanale che ci fa scoprire quali sono i top 5 momenti della settimana NBA, secondo la nostra redazione.
- La prima volta di Aldridge da avversario a Portland e la prima volta di DeAndre Jordan a Dallas
Nella stessa notte il calendario ha voluto che LaMarcus Aldridge tornasse nella sua Portland, dove ha passato gli scorsi 9 anni, e DeAndre Jordan giocasse a Dallas, città alla quale si era promesso prima di dare due di picche per restare nella sua Los Angeles. Entrambi non sono stati accolti benissimo dal pubblico che li ha pesantemente fischiati prima, durante e dopo la partita. - La trade che ha coinvolto Miami e Memphis
I Miami Heat e i Memphis Grizzlies hanno trovato l’accordo per una trade che farà molto discutere. Gli Heat si sbarazzano di Chalmers (dopo l’episodio che ha visto coinvolto il giocatore e il compagno di squadra Gerald Green, sospeso dalla franchigia della Florida) e di James Ennis, in cambio di Beno Udrih, Jarnell Stokes e una futura seconda scelta dei Grizzlies. Difficile decifrare e capire chi trarrà maggiore vantaggio da questo scambio, ma staremo a vedere. - Ultima apparizione di Kobe Bryant al Madison Square Garden?
Dopo aver lasciato intendere che questa potrebbe essere la sua ultima stagione in NBA, Kobe Bryant ha giocato la sua, forse, ultima gara al tempio del basket, il Madison Square Garden di New York. Dovremo rinunciare (nel bene e nel male) a Kobe dalla prossima stagione? - Andre Drummond continua a macinare punti e rimbalzi: 27+29 contro Portland
Nella vittoria di Detroit contro i Trail Blazers spunta la prestazione monstre di Drummond, che, ancora una volta, sforna una partita da almeno 25 punti (27) e almeno 25 rimbalzi (29). L’esplosione di questo ragazzo è davvero incredibile ed è davvero da tenere d’occhio. - Quanti buzzer beaters durante la settimana!
Tre buzzer beaters nella stessa notte: Vucevic con un fade-away dal post sconfigge i Lakers, Zeller con un layoup allo scadere batte i New York Knicks e Faried regala la vittoria ai suoi Nuggets con un tap-in dopo il tiro sbagliato da Gallinari, contro i Bucks.
Pochi giorni dopo è il turno di Zach Randolph che, prima viene stoppato, ma poi riesce a mandare la palla a canestro con un layoup sulla sirena, sconfiggendo i Portland Trail Blazers. Tantissime emozioni, come al solito, nei finali di partita NBA.
Per NBA Passion,
Giuseppe Fagnani (@dartfagnans)
L’autunno di una carriera traccia un segno profondo nell’io interiore dell’uomo prima che del giocatore. Il momento in cui percepisci, tuo malgrado, che la capacità di far strabuzzare gli occhi dell’intero pianeta con le tue evoluzioni balistiche viene pian piano meno. Il fisico e l’atletismo si lasciano inesorabilmente alle spalle gran parte di quel che ha reso il basket il comune denominatore della tua vita, scaricando l’intero ammontare delle responsabilità alla classe e alla personalità, le uniche armi immuni al trascorrere del tempo.
Nell’avvicendarsi di quest’epoca sportiva c’è tutto il melodramma di Kobe Bryant, competitore, stacanovista, divisore, trascinatore, empatico, antipatico e tutta una serie di aggettivi che hanno provato, negli anni, ad etichettarne l’inimitabile modus vivendi, alla stregua di tante variabili che orbitano attorno ad un’unica, indissolubile costante; l’inesauribile voglia di vincere. Una qualità che lo ha contraddistinto fin da quando, in tenera età, girava lo stivale al seguito di papà JellyBean tra Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Quell’ardore non ha mai abbandonato lo sguardo di Kobe, lo ha trascinato fuori dalle difficoltà e gli ha dato la forza di ricominciare anche quando la vita ha fatto le veci del campo da basket nel sottoporlo alle prove più dure. Ad esempio quando, tra il 2003 e il 2004, si calò nei panni dell’imputato poichè accusato di stupro, e fu proprio quell’ardore a permettergli di presentarsi ogni volta davanti al giudice per poi, a distanza di qualche ora, scaricare la rabbia “squarantellando” ai danni del malcapitato avversario di turno. Fù sempre per merito di quell’ardore che, nell’epoca post Shaq e post three peat, durante la quale passò da “The Diesel” a Chris Mihm e Kwame Brown, la rabbia che provò funse da monito per la famiglia Buss che negli anni successivi gli ricamò intorno un’altra squadra da titolo.
Oggi quella rabbia sta lasciando progressivamente spazio alla frustrazione. Kobe non punta più il dito, come ha già fatto in passato, contro l’attuale deficitaria versione dei Lakers, ma contro se stesso. “Mi sento il duecentesimo giocatore di questa lega – la sua dichiarazione alla NBCsports al termine della sfida contro i Mavericks chiusa con un 3/12 dal campo – “I compagni mi hanno ben assistito e messo in condizione di segnare, ma io ho fallito ripetutamente. Il mio compito è quello di fare canestro, ma in questo momento non riesco a segnare con continuità”.
La carta d’identità non guarda in faccia a nessuno, Bryant ha 37 primavere sulle spalle e viene da un’infortunio che lo ha tenuto per parecchio lontano dai giochi, e vederlo tornare ai suoi livelli come se nulla fosse avrebbe fatto gridare al miracolo fedeli e miscredenti. Il suo gioco si è affinato ed è mutato negli anni, il venire meno dell’esplosività ha riposto nei polpastrelli ciò che il fisico non poteva e non può più garantire, con una mole maggiore di conclusioni da fuori a discapito di quegli isolamenti che in tante occasioni hanno cambiato il destino dei Lakers.
Nel trascorrere della sua epopea in maglia gialloviola abbiamo imparato a conoscerlo, e sappiamo con ragione come la frustrazione attuale non sia unicamente dovuta alle sue prestazioni in campo, ma anche alla debolezza di un roster che molto probabilmente non raggiungerà nemmeno la post season, con il suo esoso contratto sullo sfondo a limitare le operazioni in entrata della proprietà (questa stagione percepirà $25 milioni). La straordinaria carriera della stella dei Lakers sembrerebbe dunque destinata ad un capolinea privo di nuovi anelli, quell’agognato sesto titolo che porterebbe in dote la magia di un congedo dai campi in pace col mondo.
Ma mai scommettere contro Kobe Bryant, la sua storia insegna che a farlo ci si rimedia soltanto il funesto morso del Mamba…
Per NBA Passion,
Mauro Manca
Ci siamo. Oggi, 27 Ottobre, comincerà ufficialmente la stagione NBA 2015/2016, che dopo una estenuante Regular Season lunga ben 82 partite, ci porterà a scoprire chi si guadagnerà il diritto di sollevare, a Giugno, il Larry O’Brien Championship Trophy. E, di conseguenza, cominciano per tutti noi, appassionati dello sport più bello del mondo, le notti insonni per seguire tutte le sfide imperdibili che, immancabilmente, renderanno memorabile anche questa stagione di basket NBA. a questo proposito, mi è stato chiesto, tempo fa, perchè fossi disposto a sacrificare delle ore di prezioso sonno solo per seguire una partita di pallacanestro; ecco, in effetti, non c’è una risposta plausibile a questa domanda, la risposta più sensata forse è che non si tratta solo di pallacanestro, si tratta di voler essere in qualche modo testimoni di tutto quello che la NBA ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà.
Ogni tiro sulla sirena che cambia le sorti di un match, gli alley-oop della Lob City, i layup impossibili di Rose, gli incredibili passaggi, quasi ridicoli a volte, di Magic, le schiacciate spaziali di Blake Griffin, il “not in my house” di Mutombo, le triple di Steph Curry, le triple di Ray Allen, il “le statistiche di Lebron sono le migliori di ogni epoca”, il “ne riparleremo quando Lebron vincerà 6 titoli come Jordan“, gli epici spot della Nike Basketball, i giochi mentali di Kobe, il gioco in post di Gasol, Shaq e Barkley insieme negli studi della TNT, Duncan che predica pallacanestro nonostante le molte primavere sulle spalle, l’improbabile abbigliamento di Westbrook, i crossover di Allen Iverson, le divise senza sponsor, i 100 punti in una partita di Chamberlain, Lebron che quasi vince le Finals da solo, la notte del Draft, il Dream Team, Vince Carter che si porta a casa il canestro, Michael Jordan che stacca dalla linea del tiro libero, ognuna di queste cose , sono un piccolo pezzetto, un frammento, che, insieme a moltissime altre cose, formano la meravigliosa e sfavillante galassia del basket NBA. E questa galassia sta per ricominciare a girare in tutta la sua spettacolarità. Quindi benvenuti nella nostra galassia. Benvenuti dove volano gli dei del basket.
Per NBA Passion,
Salvo Dipasquale
Kobe Bryant si accinge a cominciare la sua ventesima stagione NBA. La stella dei Lakers vive ormai l’autunno della sua carriera, ma anche alla “veneranda” età di 37 anni non mancano le classiche comparazioni jordanesche che ne hanno accompagnato il percorso da giocatore, da quando arrivò nel mondo dei professionisti direttamente dalla Lower Merion High school, fino alla vigilia di questa regular season 2015/2016.
Stavolta il paragone riguarda il capitolo Wizards dell’epopea di MJ, ovvero il secondo “i’m back” della sua irripetibile carriera . Jordan a 38 anni (uno in più di Bryant ndr) decise di tornare nuovamente a calcare i palcoscenici NBA, suggellando la sua scelta con la celebre frase “for the love of the game”. Il 23 chiuse quell’annata con 22.9 punti, 5.7 assist e 5.2 rimbalzi a partita, sicuramente non male per un “vecchietto” reduce da tre anni di inattività.
Sam Amick di USA Today ha punzecchiato Bryant proprio su questa fase della sua vita agonistica, e il Mamba, che non ha mai glissato sui continui paragoni tra lui e Jordan, ha risposto alla sua maniera.
“Questo è un territorio ancora inesplorato. A mio parere i miei 37 anni non corrispondono ai 37 di Jordan, capisci che intendo? Lui tornò dopo più di due stagioni di inattività, io invece vengo da un infortunio, anche se in carriera non mi sono quasi mai fermato. Né la mia squadra né il sistema in cui gioco sono comparabili alla sua situazione nel 2001. Nessun barometro può misurare il livello mentale e fisico di un giocatore quando si tratta di rientrare da un infortunio, e per me tornare a giocare in un età come questa rappresenta una sfida inedita.”
Quello che gli appassionati di tutto il mondo si augurano, al di là di paragoni e parallelismi che lasciano sempre il tempo che trovano, è che Bryant possa giocare con continuità la ventesima annata della sua carriera, magari con un minutaggio più basso e rimanendo qualche partita fermo ai box, ma rimanendo comunque in campo nell’ambito delle sue possibilità. La priorità resta comunque il destino dei Lakers, chiamati a migliorare il negativo record dello scorso anno e magari mettere i playoff nel mirino.
Bryant si sa, ha l’indole del combattente e giammai si sognerebbe di dire basta dopo una stagione negativa, e sicuramente non ha mai abbandonato l’idea di quel sesto anello che gli permeterebbe di raggiungere (guarda caso) proprio Michael Jordan. Quindi non stupitevi se tra un anno dovessimo ritrovarci qui a parlare della ventunesima stagione del Mamba in gialloviola.
Per NBA Passion,
Mauro Manca
Kobe Bryant ha dichiarato di essere abbastanza in salute per prendere parte alla prima esibizione dei Los Angeles Lakers, domenica contro gli Utah Jazz, affermando di essere davvero pronto per un po’ di basket giocato “seriamente”, come riporta Kevin Ding, di Bleacher Report.
La partita sarà giocata alle Hawaii, dove i Lakers stanno al momento proseguendo il loro training camp. L’allenatore, Byron Scott, ancora non ha deciso una formazione titolare per la partita, nonostante sia abbastanza probabile che Kobe sarà sicuramente provato per alcuni minuti da ala piccola, affiancato a Jordan Clarkson e D’Angelo Russell.
I Los Angeles Lakers inizieranno la stagione NBA contro i Minnesota Timberwolves il 28 ottobre allo Staples Center.
Per NBAPassion.com
Giulio Scopacasa
Lakers, Kobe giura amore eterno: “Giocare altrove? Ho nel sangue questa maglia”
Dopo le voci che volevano Phil Jackson interessato a riportare nella sua scuderia Kobe Bryant (dopo averlo allenato a Los Angeles), il diretto interessato ci ha tenuto a dire la sua opinione a riguardo.
Kobe non finirà la carriera NBA in una maglia diversa da quella dei Lakers: questo è il centro del suo discorso, riassumibile in una affermazione chiara ed inequivocabile.
“Ragazzi, io sono un Laker. quante volte dovrò dirlo? Io sanguino purple and gold, ho questa maglia nel sangue”.
Ha poi aggiunto: “Molti giocatori vogliono giocare in diverse squadre, cambiare team, provare a vincere il titolo, ma io resto qui, sono un Laker, nel bene e nel male.”
A 37 anni Kobe è pronto per la sua ventesima stagione, con i Lakers: “Mi sono allenato molto, ho avuto molti problemi fisici è vero ma mi sento molto forte. Non so fino a che punto potrò spingermi fisicamente, ma mi sento forte e pronto. Dovrò giocare per rendermi conto del livello in cui mi trovo”.
Knicks, Phil Jackson potrebbe provarci con Kobe Bryant la prossima stagione
“Non credo sarà la sua ultima stagione, probabilmente sarà la sua ultima stagione ai Los Angeles Lakers…”.
Così ha parlato Coach Zen, Phil Jackson, lasciando aperta la porta che potrebbe portare il Black Mamba a New York, dove i Knicks e Melo sarebbero lieti di accoglierlo la prossima stagione.
Di questa opinione è Tim Bontemps che ritiene molto plausibile un tentativo di Phil Jackson per Kobe Bryant nella prossima offseason, mentre non è d’accordo assolutamente Marc Stein, per cui è impensabile che il #24 dei Lakers possa vestire una canotta diversa da quella “Purple and Gold” nella prossima stagione o meglio, ritiene poco plausibile che decida di lasciare Los Angeles qualora decidesse di restare ancora un anno in NBA. L’ipotesi più plausibile per Stein? Una esperienza all’estero, magari in Italia (dove è cresciuto) o Spagna (con Pau al Barcellona).
I loro Lakers e il duo che hanno formato dal 1996 al 2004 ha segnato per sempre l’NBA, grazie anche al ‘Three-Peat’ realizzato tra il 2000 e il 2002, poi il buio: dopo più di 10 anni dalla rottura del rapporto, Kobe Bryant e Shaquille O’Neal hanno finalmente chiarito la situazione, deponendo l’ascia di guerra.
Il tutto è avvenuto nella giornata di Lunedì quando Bryant è intervenuto nel podcast di Shaq: i due ex compagni di squadra si sono detti rammaricati per il conflitto nato al tempo, troppo giovani e stupidi per riuscire a mettere da parte il proprio orgoglio e risolvere civilmente la situazione creatasi: “Un sacco di cose sono state dette dalla foga del momento” – ha dichiarato Shaq – “E vi garantisco che molte di esse nemmeno le ricordo più perché ho cambiato modo di pensare. Dai, abbiamo vinto 3 titoli su 4, di cosa stiamo parlando?”

Kobe e Shaq, uno dei ‘duos’ più devastanti della storia NBA: quanto ancora avrebbero potuto vincere se fossero rimasti insieme?
E se Shaq ha teso la mano, Kobe non è stato da meno, non senza una stoccatina prima: “Per me la cosa più importante al tempo era mantenere la bocca chiusa. Non c’era bisogno di dire nulla alla stampa come invece è successo. Ad ogni modo, quando si invecchia si ha una prospettiva diversa delle cose e Cristo Santo, ero proprio un’idiota da ragazzino!”
Pace fatta, quindi. Dopo anni passati a lanciarsi frecciatine per mezzo stampa, è finalmente arrivato il momento del disgelo. Agli amanti dei “se e dei ma”, il compito ora di capire quanto ancora avrebbero potuto vincere i Lakers se il duo Shaq-Kobe non si fosse disunito.
Per NBAPassion,
Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)
Quintetti NBA: Los Angeles Lakers
Come cambiano i quintetti NBA dopo il draft e la free agency?
Andiamo ad analizzare oggi lo Starting Five che potrebbero schierare i Los Angeles Lakers.
Un anno per rifondare, discorso simile a quello dei Knicks: a Los Angeles è tempo di tornare a splendere, se non in questa stagione in quelle successive e le premesse ci sono tutte.
Tre giovani di grandissimo talento: D’Angelo Russell, Jordan Clarkson e Julius Randle, un leader in grado di far entrare nella mentalità dei giovani la sua voglia di vincere da campione, ed un difensore del ferro di buon livello, anche se in calo, come Roy Hibbert, desideroso di riscatto dopo l’ultimo anno ai Pacers.
Se aggiungiamo al mix due pedine esplosive come il sesto uomo dell’ultimo anno Lou Williams e la testa calda Swaggy P, ecco che il quadro dei Lakers comincia a delinearsi.
I playoffs parliamoci chiaro sono difficili visto il livello di competitività della conference ad Ovest, ma mai dire mai quando ci sono di mezzo Kobe ed i Lakers.
Sotto canestro come detto ci sarà Roy Hibbert a difendere il ferro dei Lakers nel quintetto base: a lui il compito di far crescere Julius Randle, che dopo un infortunio gravissimo che lo ha costretto a saltare l’ultima stagione, è pronto a stupire tutti. Doti fisiche ed offensive di tutto rispetto, se riuscirà a dimostrare di essere già pronto per la NBA a Los Angeles potrebbero serrare il front court.
L’ala piccola sarà, come ha detto lo stesso head coach Scott, e come ha confermato lo stesso interessato, Kobe Bryant. Il Black Mamba non ha bisogno di presentazioni e nonostante gli ultimi problemi fisici è pronto a fare scintillare gli occhi a tutti gli amanti di questo sport.
Il backcourt è il reparto più interessante: Jordan Clarkson e D’Angelo Russell si apprestano ad una stagione effervescente.
Il primo è stata la sorpresa positiva dell’ultima anno, nonostante il rendimento pessimo della franchigia; il secondo si presenta con il biglietto da visita di essere la seconda scelta assoluta e di avere dalla sua parte il parere di moltissimi esperti del college. Se dimostrerà di riuscire a rompere il ghiaccio del debutto in NBA potrebbe essere il candidato numero 1 al ROTY.
Quintetto Lakers:
PG Russell
SG Clarkson
SF Kobe Bryant
PF Randle
C Hibbert
Possibili Varianti:
Difficile pensare ad eventuali varianti per il quintetto dei Lakers: tutto sembra essere indirizzato verso uno starting five come sopra descritto. Ma a gara in corso ci potrebbero e ci saranno molte novità: importante se non fondamentale sarà l’apporto di uno che sa come fare la differenza dalla panchina, Lou Williams, un sesto uomo di lusso per questi Lakers. Da non sottovalutare neanche l’apporto di Bass, arrivato anche lui dalla free agency dopo l’esperienza ai Celtics, e pronto a darsi il cambio con Randle per dare maggiore esperienza e peso sotto canestro.
Quintetto Lakers:
PG Clarkson
SG Lou Williams
SF Kobe Bryant
PF Bass
C Hibbert









